Aurelio Angelo BIANCHI-GIOVINI.

BIOGRAFIA DI FR PAOLO SARPI.

Teologo e Consultore di Stato della Repubblica veneta.

Parte 3.

1847 Basilea.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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Testo curato da: Gianluigi Trivia e Antonio Preto per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Indice di questa parte.
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dal Capo Ventesimoquinto al Capo Trentesimo.
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APPENDICE BIBLIOGRAFICA.
SEZIONA PRIMA. Opere edite.
SEZIONE SECONDA. Opere inedite.
SEZIONE TERZA. Opere illustrate da Fr Paolo.
SEZIONE QUARTA. Opere falsamente attribuite a Fr Paolo.
SEZIONE QUINTA. Progetto di una nuova edizione Sarpiana.
SEZIONE SESTA. Biografi di Fr Paolo.
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Fine Indice.
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CAPO VENTESIMOQUINTO.
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(1618). Accadde in quest'anno un avvenimento, il qua-
le, bench non abbia che una esigua relazione colla vita 
del Sarpi, pure per essere stato narrato variamente dagli 
storici, merita che io ne faccia menzione, rimandando il 
lettore desideroso di prove e documenti alla dissertazione 
istorica di Leopoldo Ranke che ha notabilmente illustrato 
questo fatto finora misterioso e pieno di congetture.
Dei due rami della casa austriaca, uniti per parentele, 
per alleanze e per medesimit d'interessi, l'uno regnava 
negli Stati ereditarii di Germania, l'altra nella Spagna, In-
dia, Fiandra, Napoli, Sicilia e Milano: cos che ambo in-
sieme circuivano il dominio veneto, quello dalla Croazia, 
Carinzia, Friuli tedesco e Tirolo; questo da Milano per ter-
ra e dalla Puglia sul mare. Alla Repubblica, bench mole-
sti ambidue, non dava tanto sospetto il ramo germanico 
per non possedere Stati in Italia, e per essere in s diviso e 
tribolato a ora a ora dai Turchi, dalle inquietudini dell'Un-
gheria, da discordie religiose e dallo spirito tumultuante 
de' sudditi. Ma diversi erano i casi di Spagna. Regnava Fi-
lippo III, principe molle e stupido, e maneggiava la som-
ma degli affari il conte di Lerma, uomo appena mediocre, 
che temendo la competenza di emuli ambiziosi, li allonta-
nava al governo delle provincie oltremare. I quali, cono-
scendo la dappocaggine del re e la gelosa debolezza del 
favorito, usavano a modo loro con potere dispotico, op-
primendo i sudditi con guerre e rapine, e molestando i vi-
cini principi di ogni prepotenza, non disdegnando per 
giungere ai loro fini le fraudi e il tradimento, artifizi( ) 
legittimati dalla depravata morale di quei tempi. Ond'era 
nato in Italia un odio grandissimo contro quella nazione, e 
un proverbio popolare maledetta la Spagna, che dura an-
cora, ricorda tuttavia ai posteri la tirannia di quei gover-
nanti. Deboli e divisi, i principi italiani mordevano il fre-
no, pure ubbidivano. Ma Venezia gi da pi anni aveva 
posta la principale sua politica ad attraversare i disegni dei 
Spagnuoli; e convinta che la mala amministrazione della 
monarchia non le avrebbe mai permessa una grossa guer-
ra, e che il Lerma per ozio, per nessuna pratica d'armi e 
per invidia ai capitani e tema di diventare disutile, era 
sommamente affezionato a misure di pace, la Repubblica 
sovveniva ora di denari, ora di soldati i principi italiani 
che dai pasci spagnuoli fossero aggrediti, n mancava 
nelle corti forestiere di suscitar sospetti e traverse contro 
le mire ambiziose di quella di Madrid.
Da ci nacque negli Spagnuoli un odio smisurato con-
tro di lei, e tale desiderio di nuocerle che la Repubblica in 
piena pace viveva con loro come se fosse in guerra, so-
spettosa e guardinga. Era allora governatore di Milano 
don Pietro di Toledo, e vicer di Napoli il famoso duca di 
Ossuna, e ambasciatore di Venezia il marchese di Bedmar, 
tutti tre infensissimi a San Marco. Toledo, poco abile capi-
tano e inetto a raggiri diplomatici, si aiutava colle mac-
chinazioni e insidiava per cospirazione le citt confinanti 
della Repubblica; Ossuna, audace e violento, pirateggiava 
i convogli dei Veneziani e ne turbava i commerci; Bedmar, 
astutissimo e brigatore, esplorava nella capitale gli ordini 
misteriosi del governo, le sue forze, i suoi mezzi e gli u-
mori dei nobili, dei cittadini e del popolo, e cercava di 
mettere discordia fra gli uni e gli altri.
Pochi anni addietro Venezia, in guerra coll'Austria per 
cagione degli Uscocchi e per Gradisca, colla Spagna per 
la difesa del duca di Mantova perch voleva spogliarlo del 
Monferrato, ed essendole impedito di scriver soldati in 
Italia, fece una lega di reciproci soccorsi e mutua difesa 
colla repubblica di Olanda, della quale i primi semi ve-
demmo gettati pi anni innanzi dal nostro consultore; e 
n'ebbe pel suo bisogno un valoroso ma poco disciplinato 
esercito, che per la pace seguita nel 1617 giaceva ozioso e 
scontento, aspettando il fine delle capitolazioni. Mancan-
do le paghe e minacciando di ammutinarsi, il governo fu 
obbligato di chiuderne parte nel lazzaretto, e parte man-
darla qua e l dispersa in guarnigione.
Le passate guerre civili di Francia avevano prodotta una 
generazione bellicosa, inquieta, audacissima, della quale 
alcuni, per essere calvinisti, erano nemicissimi al nome di 
Spagna, e correvano ovunque trovassero di farle guerra; 
ed altri, essendo avventurieri e facinorosi, avidi di sacco e 
di rapina, pigliavano soldo dove meglio tornava il conto: e 
di questi e di quelli Venezia ne aveva stipendiato buon 
numero.
Fra quelli della seconda specie era un Giacomo Pierre 
di Normandia, corsaro di fama, assai pratico delle cose di 
mare, d'ingegno volubile, di mente fervida, e progettista 
fecondissimo. Aveva guerreggiato da pirata i Turchi; era 
stato ai soldi dell'Ossuna, poi del duca di Firenze, e 
dell'Ossuna ancora, con cui si disgust: era a parte di mol-
te fantastiche cospirazioni e disegni bizzarri in danno del-
la Porta Ottomana, o della Spagna, o di Austria, o di Ve-
nezia, orditi specialmente dal famoso padre Giuseppe, 
francese, di nascita nobile, cappuccino, soldato, diploma-
tico, imbroglione, e negli anni seguenti il confidente ed 
amico di Richelieu, che vuol dire un gran politico e un 
gran birbante. Giacomo cerc poi di passare al servizio di 
Venezia, ma relazioni sfavorevoli indussero da prima il 
governo a rifiutarlo; poi parendogli di essere meglio certi-
ficato, lo ammise ad un impiego subalterno della marina, i 
soli che si concedessero a' forestieri, con provvisione di 
40 ducati al mese. Poco dopo, o per avidit di premio, o 
per cattivarsi meglio la confidenza, rivel al Consiglio dei 
dieci di alcune cospirazioni dell'Ossuna per prendere Ve-
nezia a tradimento; ma in appresso, seguendo la naturale 
sua instabilit, cominci a macchinare quello stesso che 
rivelato aveva. Menava per compagno e segretario un 
Langraud, altro francese, col quale osserv l'indole pacifi-
ca de' Veneziani, il governo sostenuto dalla sola opinione, 
il carattere timido del popolo, le armi in mano a' mercena-
ri, la facilit di una sorpresa, e l'immenso bottino che a-
vrebbono fatto col sacco e l'incendio della citt. Venuti in 
opinione di impadronirsi di Venezia, aprirono il loro dise-
gno con altri mercenari; e trovatili conformi, si voltarono 
all'Ossuna promettendogli Venezia, semprecch gli sovve-
nisse di navilio, uomini e danari. Il vicer accett il pro-
getto, diede danari per sedurre gli Olandesi nel lazzaretto, 
promise il navilio e i soldati; gli incoragg a continuare 
l'impresa, e che lo avvisassero quando fosse bene appa-
recchiata. Il Bedmar anch'egli vi si prestava e si tenevano 
spessi convegni in sua casa, pel mezzo di un Bruillard suo 
confidente; ma egli si conduceva con tanta destrezza e ar-
tifizio che ove la congiura svanisse o fosse scoperta, non 
potesse esserne a patto niuno sospettato. Si hanno anco 
indizi che Leone Bruslart, quel divoto che trattava Fr Pa-
olo da ipocrita, ne fosse consapevole.
Intanto Giacomo Pierre esaminava le lagune, ne misu-
rava i fondi, vedeva i luoghi dove potesse approdare, e la 
qualit de' navili che sarebbe abbisognato per ci. Poi 
scorreva inosservatamente, e a modo di passeggiata ozio-
sa, la citt notando i posti che conveniva prendere e dove 
fortificarsi: l'arsenale, la zecca, la piazza di San Marco, il 
Palazzo, le Procuratie erano i primi. Saliva sul campanile 
di San Marco per osservare meglio il teatro de' suoi dise-
gni, e di l girava l'occhio su tutta la sottostante citt, sulle 
lagune, i castelli ed i porti; ma vario ed indeciso mutava 
ad ogni momento progetti, e pur non pertanto seguitava a 
scriver lettere e a spedir messi al duca di Ossuna per ecci-
tarlo alla spedizione delle navi e degli uomini bisognevoli. 
Sbarcare all'improvviso, far saltare in aria l'arsenale, in-
cendiare con fuochi artificiali l'armata, assalire il gran 
Consiglio intanto che fosse adunato, massacrare i patrizi, 
occupare le sboccature che menano alla piazza San Mar-
co, gridar Spagna, minacciare ai cittadini l'ultimo eccidio, 
erano i disegni e le cure, quando fosse per giungere il na-
vilio dell'Ossuna, che si distribuivano i congiurati. Ma o 
che l'Ossuna volesse conoscere meglio gli ordini e i mez-
zi, o che travedesse esagerazione nei riporti, o che non si 
trovasse ancora munito, fatto  che andava tirando le cose 
al lungo. 
Intanto Giacomo e Langraud ebbero mandato di partire 
pel loro servizio sull'armata. Nel medesimo tempo due de' 
congiurati, Juven e Montcassin, capitani agli stipendi della 
Repubblica, rivelarono la congiura al doge. Il primo poco 
sapeva perch appena vi era stato ammesso, ma avendone 
orrore, pens di scoprirla. Al quale uopo traendo seco il 
compagno, finse andare al Palazzo per oggetto militare; 
ma poich Moncassino vide che moveva i passi verso le 
stanze ducali, gli chiese che volesse dal doge: Domandar-
gli; rispose Juven, la licenza di ardere Venezia. Sbigottito 
Moncassino, voleva sottrarsi; ma confortato dal compagno 
che dovere ed onore richiedevano si manifestasse la con-
giura, si arrese. Nella quale essendo iniziato molto adden-
tro, scopr tutto ci che sapeva; ed ebbe anco agio a na-
scondere un patrizio nella casa dove si tenevano i conve-
gni, e fargli udire le parole e i nuovi progetti dei cospirato-
ri prima della loro separazione. Questa scoperta mise lo 
spavento nel governo. Gi da gran tempo conosceva l'a-
nimosit dell'Ossuna, invigilava attentamente i passi ostili 
del Bedmar, dubitava di Leone Bruslart, e sospettava anco 
di Giacomo Pierre, sopra il quale erano pervenuti al Sena-
to anonimi avvisi che era emissario del vicer. Ora spa-
lancandosi innanzi il pericolo di quella congiura, scopo di 
cui era nientemeno che lo sterminio della Repubblica, gli 
spiriti occupati dal terrore non diedero pi luogo alla pru-
denza. Non pensavano che i concerti erano ancora in aria, 
che nulla era determinato, che Giacomo e Langraud erano 
gi partiti da alcuni giorni sull'armata, n potevano senza 
diserzione e senza essere scorti, tornare a Venezia; che al-
tri de' congiurati partivano a nuovi concerti per Napoli; ed 
altri si disperdevano qua e l; ma solo si affissarono all'i-
dea dell'associazione di tanti venturieri spalleggiati da 
persone cos potenti, e parve che fossero imminenti i pre-
cipizi. Accresceva la iattura d'animo, l'ingegno sedizioso 
de' soldati olandesi, i quali per dividere, il Senato ne ave-
va mandate pochi giorni innanzi tre compagnie a Verona; 
e la scoperta di un tentativo del presidio di Murano, per 
dare quella fortezza agli Spagnuoli, e gli avvisi ricevuti di 
alcuni assalti da Napoli sulle coste dell'Istria, e di vascelli 
e soldati dell'Ossuna che dovevano sbarcare a Trieste. 
Messe insieme tutte queste cose, avvisavano che la con-
giura fosse al suo compimento, che avesse fili estesi ed 
appoggi formidabili, e che non essendovi un minuto da 
perdere, le deliberazioni pi precipitose sarebbero state 
appena sufficienti a salvare lo Stato.
Il Consiglio dei dieci si adun frettolosamente a' 12 di 
marzo del 1618, e dopo lette le denuncie, le informazioni, 
e le cose udite dall'esploratore, consider che bene giova-
va di conoscere i particolari della postura; ma che pres-
sando il tempo era meglio spicciarsi dei capi in quel modo 
si sarebbe potuto, essendo regola di giustizia la necessit 
di Stato. Per ordine suo Giacomo Pierre e il suo compagno 
Langraud furono fatti ammazzare dal provveditore Barba-
rigo; e tre altri arrestati intanto che fuggivano, furono im-
prigionati, processati e poi mandati alle forche. Alcuni 
giorni dopo, un Berard, convinto d'intelligenza per dar 
Crema al governatore di Milano, fu pure condotto a Vene-
zia, e il boia mise fine alla sua vita. Questi supplizi cos 
pronti e repentini incussero il terrore in tutti i venturieri, a 
cui parendo ad ogni punto d'avere il carnefice alle spalle, 
fuggirono il pi presto che poterono, quali in Napoli, quali 
a Milano riparando.
Divulgata la cosa, e che gli Spagnuoli vi avevano avuto 
mano, il popolo si sollev, e per poco stette che non am-
mazzasse il Bedmar; il quale, fuggendo Venezia dove pi 
non era sicuro, e riparatosi in Milano, fu in breve rimosso 
da quella legazione e dal re Filippo mandato in Fiandra.
Questa  la famosa congiura di cui l'abate di San Reale, 
e recentemente Carlo Botta, hanno fatto un romanzo, nar-
rando l'orribile carnificina di cinque a seicento vittime, 
con tante circostanze favolose che ai d nostri non era poi 
difficile a verificare, almeno in parte. Peggio fece Pietro 
Daru, il quale, invertendo l'ordine cronologico dei fatti, ha 
voluto supporre quella pretesa macelleria un ritrovato ma-
chiavellico dei Veneziani per occultare la loro intelligenza 
col duca di Ossuna quando congiur di farsi re di Napoli. 
La cospirazione dei mercenari accadde nel 1618, e all'Os-
suna non venne in pensiero di ribellarsi al re di Spagna se 
non nel 1619; e Venezia, anzi che vi avesse parte, alle 
prime aperture che le furono fatte mand ordine al suo re-
sidente di Napoli che non se ne impicciasse.
La precipitazione con cui adoper il governo veneto 
non gli permise di venire in chiaro che cosa fosse preci-
samente quella congiura, e bench convinto in s stesso 
che Ossuna, Bedmar e Bruslard vi avevano pi o meno 
parte, gli mancavano i documenti per poterlo provare al 
mondo. Intanto il supplizio notturno di cinque o sei mise-
rabili, i loro cadaveri appesi per un piede al patibolo e col 
volto coperto di drappo nero, indizii agli spettatori ch'era-
no rei di alto tradimento, il supplizio irregolare di due al-
tri, la morte insomma di sette od otto persone al pi, fu 
dalla fama e dallo spavento, accresciuti dal misterioso si-
lenzio del governo, convertita in pi centinaia di strozzati 
nelle carceri, affogati nei canali, o periti per mano sicaria, 
e ciascuno interpret quell'occulto avvenimento a norma 
delle sue inclinazioni, Una congiura pi audace che pro-
babile, di pochi venturieri, fu trasformata in una macchi-
nazione estesa, dove la parte principale l'avevano perso-
naggi grandi. Chi vi credeva e chi non vi credeva; chi in-
colpava la Spagna d'ambizione sfrenata e crudele, e chi 
Venezia di artifizio atroce per far odiosa la Spagna.
A mettere in piena luce il vero, il Collegio, nel mese di 
novembre, chiamati i due consultori di Stato Fr Paolo 
Sarpi e cavaliere Servilio Treo, mostr loro le carte comu-
nicategli dal Consiglio dei dieci e la minuta di una narra-
zione ufficiale da commettersi al pubblico, chiedendone a 
loro il parere. Ed essi, dopo maturo esame, considerando 
che la taccia data volgarmente al Bedmar ed all'Ossuna 
era immensa, che le prove erano poche e soggette a molte 
obbiezioni, e che sarebbe convenuto al governo di ritrat-
tarsi di quello che senza sua colpa si era sparso fra il pub-
blico, e che d'altronde la congiura stessa al modo che ve-
niva esposta offriva molte difficolt e non appariva n mi-
nacciosa, n forte, consigliarono che per allora il silenzio 
portava meno difficolt che il parlare: ultimo partito a cui 
si attenne il governo.
Questa  tutta la parte che in tale negozio ebbe il Sarpi, 
ed  favola ci che fu scritto da Gregorio Leti, che assi-
stesse i condannati condotti al patibolo. Anco il Grisellini 
si  ingannato parlando di un'istoria di quella congiura 
scritta dal Sarpi e da lui presentata al Collegio, dal quale 
richiesto del suo parere se conveniva pubblicarla, egli o-
pinasse pel no. Fr Paolo non era uomo da scrivere cose 
inutili.
CAPO VENTESIMOSESTO
L'anno 1619 apparve colle stampe di Londra un libro 
scritto in lingua italiana, che per la fama di chi n'era l'edi-
tore, e per la dignit di quelli cui era dedicato, e pel miste-
rioso velo in cui l'autore si nascondeva, e infine per la no-
vit dell'argomento e lo stile austero, sobrio e profondo, 
eccit una curiosit generale e segn un'epoca nei fasti 
della letteratura; a tal che l'anno appresso ne apparvero 
quasi contemporaneamente quattro traduzioni, una in lati-
no, una in francese, una in tedesco ed una in inglese. Il 
suo titolo era: Istoria del Concilio Tridentino, nella quale 
si scoprono tutti gli artifizi della corte di Roma per impe-
dire che n la verit dei dogmi si palesasse, n la riforma 
del papato e della Chiesa si trattasse, di PIETRO SOAVE 
POLANO. L'Editore era Marco Antonio de Dominis gi ar-
civescovo di Spalatro, e dedicata da lui a Giacomo re 
d'Inghilterra. Il nome dell'autore si vedeva che era fittizio, 
ma nella dedicatoria il de Dominis lo indicava persona da 
lui conosciuta in Italia di molta erudizione, di gran giu-
dizio e integrit e di rettissima intenzione. E sebbene non 
udiva volontieri le soverchie depressioni della Chiesa ro-
mana, nondimeno abborriva anco quelli che gli abusi di 
essa come sante instituzioni difendessero. Questa sua fati-
ca (aggiungeva), a me e a pochissimi di lui molto confi-
denti nota, reputai io degna di essere guidata alla luce, on-
de mi affaticai non poco per cavargliene copia dalle mani; 
e avuta questa preziosa gioia, da lui poco stimata, non ho 
giudicato doversi ella pi tenere occulta, quantunque io 
non sappia quello fosse per sentire esso autore, o come 
avesse ad interpretare questa mia risoluzione di pubblicar-
la.
Prima di andare avanti conviene ch'io dica per quali av-
venture il de Dominis, che i lettori hanno gi veduto figu-
rare come vescovo di Segna, fosse pervenuto in Inghilter-
ra.
Nato in Arbe, isola della Dalmazia veneta, da nobili pa-
renti, Marc'Antonio de Dominis fu educato a Loreto nel 
Collegio Illirico, diretto dai Gesuiti, di cui vest l'abito. 
Ma si sgesuit per seguire la carriera delle dignit eccle-
siastiche e fu vescovo di Segna, poi arcivescovo di Spala-
tro. Perspicacissimo, di molta erudizione, di varia lettera-
tura, perito nelle lingue, nella matematica e nella fisica, 
autore di un trattato in cui spiegava il fenomeno dell'iride 
e provava molte cognizioni di ottica, versatissimo nelle 
scienze ecclesiastiche, era altres cortese, affabile, sincero, 
di bei modi, ma in pari tempo ambizioso, vanaglorioso, 
leggiero e inquieto. Di onesti costumi e zelante, si era fat-
to distinguere a Segna per le sue cure onde stabilire la 
quiete turbata dagli Uscocchi; poi nell'arcivescovato di 
Spalatro introdusse una severa disciplina che gli merit 
l'ira del licenzioso suo clero, che lo accus di parteggiare 
pei protestanti, accusa che a Roma manca di rado il suo 
effetto, molto pi che vigevano altri aggravi in danno 
dell'arcivescovo. Durante l'interdetto fu tra i prelati che si 
chiarirono per la Repubblica, e quantunque nulla scrives-
se, parl con tanta libert che spiacque a Roma e gli fu 
preclusa la via a pi alto salire. Le querele del suo clero, 
fomentando i risentimenti della Corte, ei venne ad aperta 
rottura con entrambi; talch, temendo un processo col 
Sant'Offizio, pass a Venezia nel 1615, vi rimase circa un 
anno, indi scomparve all'improvviso. And nei Grigioni, e 
da Coira scrisse al doge scusando i motivi della subitanea 
sua partenza, e poco appresso da Eidelberga in Germania 
pubblic a stampa un'epistola ai vescovi della Chiesa cri-
stiana, dove giustificava i motivi di avere abbandonata la 
sua sede e prometteva che fra poco avrebbe dato a luce 
altre opere nell'interesse della Chiesa. Ai principii del 
1617 arriv a Londra, ed ivi fece pubblica professione di 
calvinismo; e per maggior dispregio della corte di Roma, 
abiur la fede cattolica nella cattedrale di San Paolo vesti-
to degli abiti episcopali e parodiando le formalit che in 
simili congiunture si usano a Roma. Quasi in quel torno 
pubblic il suo libro De Repubblica Cristiana, dove con 
scelta e giudiciosa erudizione svolge il sistema antico del 
governo ecclesiastico: libro stimato dai dotti e fulminato 
dalla Sacra Congregazione dell'Indice.
In tempi ancora fanatici questa apostasia, congiunta alla 
qualit dell'uomo, fece molto fracasso in Europa e contri-
bu sui diversi giudizi portati in sguito alla prefata Istoria 
del Concilio Tridentino.
Un libro di questa natura e pubblicato colle circostanze 
che ho detto, non doveva mancare di molti lettori fra le 
persone di qualunque partito. Il concilio di Trento, termi-
nato coll'anno 1563, era dalla Curia romana considerato 
come la pietra angolare della sua nuova esistenza. Ma ella, 
meglio di ogni altri, sapendo quanta fatica le fosse costato, 
e quanti intrighi e tesori, ne occultava colla pi gelosa sol-
lecitudine gli atti e i documenti istorici, e lo presentava ai 
popoli puro e semplice ne' suoi canoni e decreti come una 
legge infallibile o un mistero di religione cui bisogna rive-
rire, ma non indagare. Le controversie surte in Francia per 
rispetto alla accettazione di esso avevano risvegliato lo 
zelo di alcuni giureconsulti; tra i quali Giacomo Gillot, 
amico del Sarpi, pubblic una collezione di documenti re-
lativi all'istoria di quel concilio, aumentata, molti anni do-
po, dai fratelli Dupuy; ma erano pezzi di interesse locale e 
troppo scuciti per poter appagare la curiosit dei lettori, 
massime dei protestanti, avidissimi sopramodo di penetra-
re i secreti di quella sinodo a loro nemica. Esistevano qua 
e col negli archivi e biblioteche private non poche me-
morie, e lettere e diarii di persone che furono testimoni 
oculari, ma i gesuiti furono cos diligenti a farne sparire le 
copie ovunque le trovassero, o l'Inquisizione a impedire 
che fossero pubblicate, che il Concilio Tridentino, avve-
nimento di fresca data, era per gli uomini di quel-tempo 
un arcano diplomatico come pu esserlo a' d nostri uno 
fra i tanti oscuri congressi che a flagello dei popoli sono 
tenuti dai principi; abbench importasse un altissimo inte-
resse per avere deciso uno de' pi gran negozi della socie-
t, la sua religione. I Cattolici, docili agli insegnamenti dei 
frati, non si curavano gran cosa di sapere come fosse an-
data la faccenda, persuasissimi che doveva essere andata 
bene, posciach favoriva tutto quello ch'e' credevano; ma i 
protestanti, che ne erano stati condannati, e che formava-
no una minorit imponente nella famiglia europea, erano 
vogliosissimi di colpire quella sinodo in fallo, onde poter 
mostrare al mondo che non era legittima. Per tradizione si 
sapevano le opposizioni incontrate da una parte, le brighe 
fatte dall'altra, le contraddizioni dei teologi, i raggiri de' 
diplomatici, e gli scandali pi d'uno che n'erano derivati; 
ma erano particolarit incerte, voci vaghe, sfornite di ap-
poggio e dei documenti irrefragabili dell'istoria. La stam-
pa in Germania aveva prodotti alcuni episodi, come gli 
atti raccolti da Melantone, da Calvino, da Vergerio, da 
Flacco Illirico, e alcuni anco uscirono coi torchi di Vene-
zia; ma oltre che gli inquisitori se ne erano tosto impadro-
niti e fattene scarseggiare le copie, non versavano che so-
pra fatti isolati, per lo pi superficiali, che anco a riunirli 
tutti insieme erano ben lungi di presentare un pieno rac-
conto di quel famoso avvenimento. N meglio soddisfa-
ceva un'Istoria del concilio di Trento, di Crabre, pubblica-
ta a Parigi nel 1612.
Fu dunque fra tali ansiet che Marco Antonio de Domi-
nis pubblicava quella Istoria del Concilio Tridentino; e la 
moltitudine delle edizioni fatte nel corso di dieci anni, 
cio due in lingua italiana, quattro o cinque in latino, una 
in francese, una in inglese ed una in tedesco, provano l'a-
vidit con cui fu letta e l'entusiasmo che aveva destato. 
Tutti ammiravano la gravit dello stile, l'esatta economia 
del disegno, la pienezza e l'ordine de' racconti, l'acutezza 
nello indagare i pi secreti pensieri dei principi, e l'erudi-
zione singolare nello svolgere le materie di dogma o di 
disciplina; indi spiaceva che un libro cos eccellente fosse 
stato pubblicato da persona tanto esosa al partito cattolico, 
e deturpato da un titolo troppo indecente e da una dedica-
toria satirica e spirante livore contro la Sede romana e of-
fensiva alla Comunione cattolica. Alcuni ne credettero au-
tore lo stesso de Dominis, ma i pi s'accorsero benissimo 
che non poteva essere suo lavoro; e che quel prelato vana-
glorioso, che aveva gi apposto il suo nome ad altre opere 
di minor conto, non avrebbe voluto osservare il pseudo-
nimo in questa, e si voltarono verso l'Italia curiosando 
qual uomo potesse esserne capace, n and molto che la 
fama ne fece onore a Fr Paolo. I suoi numerosi amici ol-
tremonte sapevano come egli gi da pi anni si affaticasse 
a raccoglier materiali sopra l'istoria del Tridentino; ed era 
vezzo di quei tempi di nascondere il proprio nome, sfigu-
randolo con un anagramma, quindi i curiosi bibliofili mol-
ta pena si davano per indovinare cotesti anagrammi e ca-
varne il nome vero dell'autore: e o che il de Dominis l'a-
vesse manifestato ad alcuno, cosa assai probabile; o che il 
Sarpi si fosse lagnato con qualche altro della imprudenza 
di lui e massime per rispetto al titolo ed alla dedica, il che 
si potrebbe sostenere per assai verosimili congetture; o in-
fine che la fama istessa del Sarpi lo facesse riguardare 
come il solo atto a lavoro di tanto momento: fatto  che 
non and guari a scoprirsi che il pseudonimo Pietro Soave 
Polano era niente altro che l'anagramma di Paolo Sarpi 
Veneto. La corte idi Roma rest sbalordita a colpo cos 
nuovo e terribile, e in mancanza di altro riparo, fece stag-
gire dall'Inquisizione quanti esemplari le cadevano in ma-
no, e metter l'opera all'Indice de' libri proibiti con decreto 
del novembre 1619.
Fu molta controversia tra i letterati se Fr Paolo abbia 
avuto mano alla stampa del suo libro, o se sia stata esegui-
ta alla sua insaputa e per un abuso di confidenza dal de 
Dominis. Una lettera fra quelle di Traiano Boccalini pub-
blicate da Gregorio Leti (la terza), afferma pel primo pare-
re, e molti aderirono alla testimonianza di un contempora-
neo ed amico del Sarpi. Ma a patto niuno quella lettera 
pu essere del Boccalini, perch contiene un minuto rag-
guaglio della vita e costumi del de Dominis, della sua fuga 
in Inghilterra, del suo ritorno a Roma e della sua morte: de 
Dominis pass in Inghilterra nel 1617, e mor a Roma nel 
1624, laddove il Boccalini era gi morto in Venezia nel 
1613. Non pu essere neppure di persona bene informata 
e contemporanea, perch quella vita dello Spalatro  un 
pretto romanzo; e un romanzo, siccome io credo, tutto 
d'invenzione di Gregorio Leti, scritto al proposito di stafi-
lare i costumi della corte di Roma, senza farsi scrupolo 
della falsit e degli anacronismi.
Per converso il Grisellini ci ha conservato altra lettera 
di Fr Fulgenzio, che reciter fra poco, da cui si ricava 
tutto l'opposto; il che  conforme appieno ad altre lettere 
di Fr Paolo e con ci che dice lo stesso de Dominis: ecco 
il vero come sta. Convien sapere che lo Spalatro ebbe al-
cune contese con Greci, sudditi della Turchia, ma che di-
moravano sul territorio veneto, i quali pretendeva di as-
soggettare alle pratiche disciplinari della sua diocesi. La 
causa, portata al governo, fu rimessa per la consulta a Fr 
Paolo che la decise in contrario. Da qui, e dalla parte che 
aveva preso l'arcivescovo nell'affare dell'interdetto, appare 
che esso e il consultore si conoscessero almeno per rela-
zione epistolare. Venuto poi l'arcivescovo a Venezia nel 
1615, gli si fece amico ed intrinseco al segno che il frate 
gli confid la sua storia per leggerla e darne giudizio. Ma 
lo Spalatro, che probabilmente pensava gi a disertare la 
Comunione romana, si adoper con diligenza a cavarne 
una copia che port seco nella sua fuga. Di ci fu affatto 
ignaro il Sarpi, e quando apparve il Manifesto del de Do-
minis stampato ad Eidelberga, esso mandandolo al consi-
gliere Gillot con una lettera in data del 24 novembre 1616 
usa queste parole: Ti mando il manifesto del prelato che 
io stimava dotto e pio, e se avr ancora la medesima opi-
nione, non lo so, finch non veggo dove sia per giungere e 
che contengono di buono o di male i libri che promette. 
Intanto a Roma hanno condannato tutte le sue opere stam-
pate e da stamparsi colla clausola a loro solita di eretiche, 
erronee, scandalose, offensive alle orecchie pie rispetti-
vamente. Questo suo manifesto fece egli stampare ad Ei-
delberga; ma che sia dopo accaduto di lui, mi  ignoto. 
Udito poi della sua apostasia in Londra, la disapprov, e 
in sguito si rec ad offesa personale perch lo avesse 
quasi mescolato in quella causa, stampando alla sua insa-
puta l'istoria del Tridentino; e molto pi per avervi apposta 
una dedica scandalosa, ed un titolo oltre quello che era 
nell'originale Istoria del Concilio Tridentino semplicissi-
mo, per il che gli fece scrivere da Fr Fulgenzio agli 11 
novembre 1619 la seguente:
Reverendissimo Signore
Io do a V. S. Reverendissima questo titolo, poich 
sebbene si  messo nel numero de' protestanti, per sem-
pre le resta nell'anima il carattere sacerdotale ed episcopa-
le, di cui non tem voler ispogliarsene. Il mio Padre Mae-
stro Paolo molto si lagna di tal eccesso; e moltissimo pure 
che avendo a V. S. R. prestato da leggere il suo MS. dell'i-
storia del Concilio Tridentino che guardava con tanta ge-
losia ne abbia tirata di essa una copia e siasene abusato 
non solo facendola stampare senza di lui beneplacito, ma 
ponendole anco quel titolo impropriissimo e quella dedica 
terribile e scandalosa; e ci, come siamo bene informati, 
per motivo d'interesse, non gi di onorare l'autore mode-
sto. Le dico pertanto, Monsignore, che queste non sono le 
vie per acquistarsi credito; e che il P. M. Paolo ed io non 
la credevamo tale n meno nel momento che, circa due 
anni fa, venne intesa la diserzione sua dalla chiesa di Spa-
latro, da lei governata, e fu letto successivamente il mani-
festo che sparse per l'Europa della sua condotta ed erronea 
maniera di pensare. Pregando poi il Signore che la illumi-
ni, mi dichiaro, ecc.
Questa lettera porta tutti i caratteri di autenticit: in 
primo luogo per la semplicit della locuzione e dei modi, 
poi perch la minuta originale di Fr Fulgenzio fu veduta 
dal cavaliere Trifone Wrachien, consultore di Stato della 
Repubblica veneta, che la comunic al Grisellini, e altra 
copia ve n'ha pure, bench con qualche variazione, fra le 
carte del doge Foscarini; infine si accorda a punto con 
quanto Fr Paolo scriveva al Gillot, e con ci che ne dice 
lo stesso de Dominis nella sua epistola dedicatoria: cio 
che l'autore conservava gelosamente quell'opera e non la 
faceva vedere che a' suoi pi fidati amici, che a fatica era 
riuscito a cavargliene copia, che non sapeva come esso 
fosse per interpretare la sua risoluzione di darla a luce, 
aggiungendo che l'autore medesimo la destinava al re co-
me un Mos salvato dalle acque. Tutte queste espressioni 
che sembrano promosse dallo Spalatro a bel proposito di 
scusarsi col Sarpi, nelle cui mani sarebbe indubitatamente 
caduta l'opera, indicano apertamente che il Sarpi non ebbe 
alcuna parte nella stampa del suo libro.
Ci nondimeno noi dobbiamo sapere buon grado al de 
Dominis di questo abuso di confidenza, senza di cui non 
avremmo forse l'Istoria del Concilio Tridentino. N quel 
prelato si limit all'uffizio di editore, che si assunse quello 
ancora di traduttore. Essendo a quei tempi poco diffusa la 
lingua italiana, a rendere il libro di un uso generale, Ada-
mo Newton ne imprese la versione latina; ma poco fonda-
to nell'idioma originale, e non bene intendendo quello stile 
serrato e laconico e a volta a volta vestito d'idiotismi ve-
neziani, il suo lavoro riusc difettoso e si ferm ai due 
primi libri; i quattro seguenti  fama che siano stati tradot-
ti dal de Dominis, e infatti la versione  pi netta e fedele, 
e mostra nell'autore molta pratica della lingua italiana; i 
due ultimi il furono da Guglielmo Bedell. Natanaele 
Brent, che aveva conosciuto Fr Paolo a Venezia, la tra-
dusse in inglese; il celebre Giovanni Diodati, ministro di 
Ginevra, la volt in francese; ed un anonimo in tedesco.  
mirabile che tutte queste versioni fossero imprese ed ese-
guite contemporaneamente e tutte uscissero a stampa nel 
1620.
La corte di Roma non fu certamente l'ultima a sapere 
chi ne fosse il vero autore, ma Paolo V non si sentiva pi 
voglia d'impicciarsi in molestie con un frate tanto capar-
bio e formidabile; molto pi che il nome anagrammatico e 
il silenzio di esso lui non lasciavano via di poterlo attacca-
re, e temeva ancora che ove lo obbligassero a giustificare 
il suo libro non fosse per rivelar cose ancora pi pericolo-
se al decoro della Curia e al credito di santit del Concilio. 
Quindi il santo padre si content di querelarsene indiret-
tamente coll'ambasciatore veneto dicendo, che il consulto-
re teneva strette relazioni col refrattario arcivescovo; ma 
l'ambasciatore neg il fatto e tagli cos ogni ulteriore 
questione. Maggior scalpore suscitarono i gesuiti in Fran-
cia, e fecero un gran dimenare per venire in chiaro se Fr 
Paolo fosse veramente l'autore del famoso libro, e mosse-
ro il principe di Cond a parlarne in corte come di cosa 
indubitata; di forma che l'ambasciatore veneto a quella 
corte fu obbligato a scriverne al Senato, che per altro non 
ne fece alcuna rimostranza.
Le congetture immaginate allora dagli uni e dagli altri, 
e ciascuno nel modo pi conforme alle sue passioni, in-
torno alla stampa di quest'opera, e al suo autore ed editore, 
e il curioso mistero che la inviluppava, diedero luogo alle 
numerose istorielle onde poi furono imbottiti i libelli con-
tro il consultore, e le mal digeste biografie di lui.
La citata lettera, attribuita al Boccalini, narra a dilungo 
gli accordi tra il Sarpi e il de Dominis per la futura stampa 
dell'Istoria, cita il carteggio passato fra loro e come l'arci-
vescovo si ebbe in dono dal re 300 giacobi d'oro, equiva-
lenti dipresso ad altrettante ghinee, e che il Sarpi s per 
l'aggiunta apposta al titolo e per la impertinente dedicato-
ria, come per non avere percepito parte di quel denaro, la 
ruppe con lui. Altri raccontano che Guglielmo Bedell pri-
ma, Natanaele Brent poi, ne portassero copia a penna in 
Inghilterra; altri che Fr Paolo ne spedisse i fogli al re 
Giacomo mano mano che li componeva, e infinite altre 
assurdit e contraddizioni, che la narrativa qui sopra espo-
sta mi dispensa dal confutare.
Quello che meglio pu interessare  di sapere se come 
il de Dominis fece una pessima aggiunta al titolo, cos ab-
bia ancora adulterato il corpo dell'opera. Il Padre Bergan-
tini, provinciale de' Serviti, lo suppose con ingegnosissime 
congetture; ma essendosi scoperto l'autografo di Fr Pao-
lo, scritto da Fr Franzano, suo amanuense e postillato di 
mano dell'autore, il doge Foscarini, che lo vide e lo con-
front colla edizione di Londra, trov che tranne il titolo 
che nel MS. sta puro e semplice Istoria del Concilio Tri-
dentino, in tutto il resto cammina onninamente d'accordo. 
A questa sentenza non si acquet il Grisellini, che essendo 
ricorso a nuovo esame ci dice che le interpolazioni fattevi 
dal de Dominis, massime nel primo libro, sono innumere-
voli; e che non vi  luogo di tutta l'opera dov'egli non ab-
bia posto l'ardita e temeraria mano. Eppure questa affer-
mativa  pienamente contraria alla lettera di Fr Fulgenzio 
scritta al de Dominis e prodotta dal Grisellini, dove si ve-
de che Fr Paolo bene si lagnava della aggiunta al titolo e 
della dedicatoria, ma non fa parola alcuna di adulterazioni 
nel testo.
Ora quell'autografo si trova nella Biblioteca di San 
Marco a Venezia, e il chiarissimo signor Bartolomeo 
Gamba, che n' conservatore, noto per fatiche letterarie, 
sana critica e buon gusto, ha avuto la cortesia di assumersi 
la noiosa impresa di fare un nuovo confronto tra quello e 
le edizioni a stampa; e ha spinto lo scrupolo fino a notare 
le pi minute e pi insignificanti variazioni nella ortogra-
fia delle parole. Avendomi trasmesso il risultato delle sue 
indagini, rilevo che il de Dominis ha stampato fedelmente 
il suo testo: le varianti tra esso e lo scritto non essendo che 
pentimenti dell'autore, una parola sostituita ad altra analo-
ga, una frase ad altra frase, senza che importi danno al 
sentimento.
Lo sbaglio del Grisellini poi deriv dalla sua fretta, o 
meglio dalla sua imperizia nello esaminar MSS. Quell'au-
tografo  di un cattivo carattere, in parte sbiadato dal tem-
po, pieno di cancellature e di richiami. Grisellini non bad 
a questi ultimi, o non ebbe occhi abbastanza desti per leg-
gerli; che pure il signor Gamba, e prima di lui il doge Fo-
scarini, incontrarono riferiti ciascuno a suo luogo.
A soddisfare la curiosit de' critici e bibliofili porter 
qui le varianti al poemio del libro I, acciocch per le cure 
del signor Gamba resti chiarita alfine la questione sulla 
genuinit di questa Istoria:
EDIZIONE DI LONDRA
AUTOGRAFO
perch quantunque molti cele-
bri istorici
imperocch quantunque molti 
celebri istorici
non sarebbero bastanti ad una 
intiera narrazione
non si componerebbe un'intiera 
narrazione
Io subito ch'ebbi gusto
Io immediate ch'ebbi gusto
dopo aver letto con diligenza
et oltre l'aver letto con diligen-
za
onde ho avuto grazia di vedere 
sino qualche registro intiero di 
note
onde ho avuto grazia di veder 
sino qualche registri intieri di 
note
per la narrazione del progresso
per narrazione del progresso
ha sortita forma e compimento
ha sortito forma e compimento
di rassegnare li pensieri in Dio
per rassignare li pensieri in 
Dio
ha cos stabilito lo scisma
per contrario ha cos stabilito 
lo scisma
ha causato la maggior deforma-
zione che sia mai stata da che 
vive il nome cristiano; e dalli 
vescovi sperato per racquistar 
l'autorit episcopale, passata in 
gran parte nel solo pontefice 
romano, l'ha fatta loro perdere 
tutta intieramente riducendoli a 
maggior servit: nel contrario 
temuto e sfuggito dalla corte di 
Roma ec.
ha causato la maggior disfor-
mazione che sia mai stata da 
che il nome cristiano si ode; e 
dalli vescovi adoperato per 
racquistar l'autorit episcopale, 
passata in gran parte nel solo 
pontefice romano, l'ha fatta lo-
ro perdere tutta intieramente, et 
interessati loro stessi nella 
propria servit: ma temuto e 
sfuggito dalla corte di Roma 
ecc.
CAPO VENTESIMOSETTIMO
Il congresso ecclesiastico, conosciuto sotto il nome di 
Concilio di Trento, fu convocato al fine di restituire la pa-
ce alla Chiesa, turbata a cagione delle indulgenze romane, 
degli scandali del clero e delle riformazioni di Lutero; e 
dopo 22 anni di maneggi delle potest secolari per volerlo, 
e dei pontefici per differirlo, pot finalmente ridursi in 
Trento, e tenne la sua prima sessione a' 13 dicembre del 
1545, sotto il pontificato di Paolo III. Ma dopo sette ses-
sioni, il papa, temendo che la sinodo non fosse per recare 
qualche nocumento alla sua autorit e alla sua corte, pens 
di traslocarla in luogo dove meglio potesse dominarla. I 
Padri adunque nel marzo 1547 fecero scisma: i partigiani 
del pontefice, colto il pretesto di un mal di petecchie di-
chiaratosi a Trento, si ritirarono a Bologna, e i partigiani 
dell'imperatore restarono a Trento. Non potendo accordar-
si, il Concilio dorm ozioso, finch da Giulio III fu riaper-
to di nuovo in quest'ultima citt al 1. di maggio 1551; ma 
a' 28 di aprile del seguente anno gl'istessi motivi umani lo 
fecero disciogliere a modo di fuga, n fu pi ripigliato se 
non se a' 18 gennaio del 1562 da Pio IV, sotto il pontifica-
to di cui ebbe fine nel dicembre del 1563.
Il periodo istorico di questa famosa sinodo abbraccia le 
azioni pi memorabili di otto pontefici, di due imperatori, 
di quattro re di Francia, di altrettanti d'Inghilterra, la storia 
civile e dogmatica del moderno cattolicismo, e uno squar-
cio fra i pi interessanti dell'istoria sociale del mondo cri-
stiano.
Quantunque sia di fede che i Concilii generali ossia e-
cumenici, siano inspirati dallo Spirito Santo, come sono 
inspirati i cardinali che intrigano un papa nel conclave, 
san Gregorio Nazianzeno, che era santo anch'egli, nella 
sua lettera a Procopio, dice ch'e' cansava tutte le assem-
blee de' vescovi, perch non ha mai veduto un concilio dal 
quale sortisse buon fine; o che non aumentasse i mali an-
zich rimediarli; perch lo spirito contenzioso e l'ambizio-
ne vi dominano soprammodo, e ciascuno presume di giu-
dicare altrui senza voler correggere s medesimo. Dal can-
to nostro teniamo per fermo che il concilio di Trento abbia 
ricevuto la sua infallibilit dal sommo pontefice, siccome 
 la opinione ortodossa de' Romanisti; ma le sue vicende, 
cui niun'altra sinodo ebbe pari, ci mostrano quali e quanti 
dovessero essere i raggiri di coloro che vi ebbero parte, 
che animati da passioni diverse, voleva ciascuno piegare 
la religione e far parlare lo Spirito Santo a seconda de' 
suoi fini. Temevano i papi il discapito della loro potenza, 
la corte di Roma i suoi guadagni, i frati i loro privilegi; 
d'altra parte i principi desideravano l'abbassamento della 
potest ecclesiastica, i popoli l'abolizione d'innumerevoli 
abusi, i vescovi il ricupero degli antichi loro diritti: intanto 
che i teologi disputavano gli uni per distruggere, gli altri 
per consolidare, sotto forme di dogma, opinioni private od 
oscure che si potevano anco lasciare nello stato in cui era-
no innanzi senza il minimo pregiudizio nella fede delle 
moltitudini. Religione e politica, interessi materiali e fana-
tismo, guerre e maneggi, e una gara pressoch continua di 
scaltrimenti e di conflitti tra il sacerdozio e l'impero, tra il 
partito innovatore e il partito stazionario, formano presso-
ch il soggetto su cui versa l'Istoria del Concilio Tridenti-
no di Fr Paolo Sarpi.
Fu, ed  tuttavia, questione grande fra i critici, e non 
immeritevole di essere sodamente discussa, circa il tempo 
e l'occasione in cui egli la scrisse; e chi afferm durante 
l'interdetto per far fronte alla corte di Roma, altri in rispo-
sta alla medesima pel libretto dello Squittinio, altri in ven-
detta di non essere stato fatto cardinale. Il pi bello si  
che a suo sostegno ciascuno adduce il testimonio di Fr 
Paolo, o di Fr Fulgenzio, o di qualche altro contempora-
neo che dalla bocca del Sarpi lo apprese; il che mi ricorda 
le controversie degli antichi dottori della Chiesa, che nelle 
disputazioni loro producevano tutti la tradizione apostoli-
ca, bench nelle opinioni fossero agli antipodi l'uno 
dall'altro. Non  bisogno di confutare le ipotesi sopraddet-
te, perch delle pi comuni ho discorso a suo luogo, e le 
altre cadono da s per le cose narrate qui addietro.
Conviene per altro ricordare come il Grisellini abbia 
preteso e sostenuto replicatamente che Fr Paolo incomin-
ciasse a scrivere la sua Istoria, quando ancor giovinetto di 
18 a 22 anni era teologo del duca di Mantova; e a prova 
adduce le parole istesse dell'autore che nel libro primo la 
chiama fatica di otto lustri; e fa il conto che dal 1572 al 
1615 siano corsi appunto poco pi di otto lustri. Il conto 
in aritmetica  giustissimo, ma la citata frase su cui lo ap-
poggia, non trovasi n nel libro primo, n in altro luogo 
dell'Istoria o delle opere di Fr Paolo. Il vero  che il Gri-
sellini fu tratto in inganno dal Bergantini, che anch'egli fa 
dire al Sarpi fatica di sette od otto lustri, ed il Bergantini 
fu ingannato dalla lettera del Boccalini gi nominata che 
dice essere costata quell'Istoria una fatiga di pi di sette 
lustri. Ma questa lettera essendo falsa, l'ipotesi del Grisel-
lini  appieno gratuita, oltre ad essere anco inverosimile 
per quello che ho detto nel Capo I. Seguendo la vita del 
Sarpi, e i lumi somministratici da lui medesimo, non ci 
sar difficile di stabilire la verit.
Dice nel proemio della sua Istoria, che subito che ebbe 
gusto delle cose umane, fu preso da gran curiosit di sape-
re per intiero le cose accadute al Concilio, e perci si die-
de a leggere tutto che trov stampato, e quanti scritti ine-
diti gli capitarono nelle mani. Infatti a Mantova tesoreggi 
notizie dagli archivi del duca e da Camillo Oliva, che fu 
segretario del cardinale Ercole Gonzaga, primo legato al 
Concilio nell'ultima riduzione. A Milano pot ricavare 
nuovi lumi, conversando col cardinale Carlo Borromeo, 
segretario di Pio IV suo zio. Tornato a Venezia fece amici-
zia ed ebbe documenti da Arnaldo Ferrier, gi ambasciato-
re di Francia al Concilio. A Roma poi conobbe il cardinale 
Castagna, e pi altri personaggi intervenuti a quella sino-
do, da cui ricav assai notizie orali; e o da mano privata, e 
frugando nelle biblioteche ed archivi pubblici o de' mona-
steri, debbe avere potuto raccogliere pi ampia materia. 
Ma tutti i testimoni viventi da lui consultati, e la maggior 
parte de' documenti raccolti, non riguardavano che l'ulti-
ma convocazione sotto Pio IV; ed erano materiali troppo 
imperfetti per poterne ricavare un'istoria. Occupato allora, 
come era, tutto nelle scienze naturali, pare che quel tesoro 
di notizie lo colligesse per propria erudizione e per quella 
inquieta curiosit di voler penetrare non meno che gli ar-
cani della natura, quelli della politica e della diplomazia.
L'interdetto di Venezia, mutando l'ordine de' suoi studi, 
l'obblig ad occuparsi con pi diligenza delle cose conci-
liari. In una lettera al consigliere Gillot, del 18 marzo 
1608, in cui lo ringrazia di avergli spedito un esemplare 
delle sue lettere missive sul Concilio di Trento, dice che 
anch'egli aveva altre volte desiderato di fare una collezio-
ne di atti di quel Concilio, ma che non permettendoglielo 
lo stato suo prima di essere consultore, aveva dovuto ap-
pagarsi del desiderio; che gi da due anni si adoperava a 
raccoglierne, e ne possedeva molti relativi all'ultima con-
vocazione, parte documenti originali, parte copie autenti-
che, ed altri, bench di non ugual pregio, degni di assai 
fidanza; ma che sulle due anteriori convocazioni, cui, la 
prima in ispecie, considerava come la chiave di tutte le 
susseguenti azioni conciliari, possedeva poca cosa.  dun-
que certo che prima di quest'epoca Fr Paolo aveva ancora 
fatto nulla.
Pare nondimeno che in quell'anno medesimo (1608) se 
ne occupasse, stantech scrivendo a Gerolamo Groslot, 
signore dell'Isle, a' 22 luglio, diceva: Ho veduto ancora 
la revisione del Concilio e il bureau e gli atti: se vi fosse 
altra scrittura che trattasse di tal materia mi sarebbe grata, 
perch io ne ho scritto qualche cosa di pi, raccolto da al-
tre memorie che ho potuto ritrovare in queste parti. Que-
sta cosa ch'egli aveva scritto non poteva essere che qual-
che analisi, specialmente dell'ultima convocazione, peroc-
ch delle due anteriori egli stesso aveva pochi mesi innan-
zi confessato di posseder poca materia, n pare verosimile 
che in cos breve tempo avesse potuto addoviziarsi. Io non 
so se sia di questo medesimo lavoro che intende, scriven-
do all'ambasciatore veneto a Parigi, Antonio Foscarini, in 
data del 9 giugno 1609: Mi ha fatto favore a servirsi del 
libro sopra il Concilio, essendo questa materia della quale 
potrebbe nascer occasione che si parlasse. E al prefato 
Groslot in una del 13 ottobre dell'anno istesso parla della 
raccolta di memorie che da lui fu ridotta ad aumento 
grande; ma che per certi rispetti teneva appresso di s. In-
di aggiunge che non potendo star ozioso era disceso sino 
alle formali parole, viene a dire a stilizzarla. E in altra del 
3 febbraio 1610 torna a ripetere che quelle memorie sono 
tanto particolarizzate che sono giunte a 100 fogli; che 
pensava di mandargliele, ma che ne fu impedito da alcune 
contrariet. Potrebbe essere che al Foscarini parli di un 
libro che doveva essergli mandato di Francia, e che l'am-
basciatore volle riserbare per suo uso; e che al Groslot 
parli delle memorie che doveva trasmettere al presidente 
De Thou, e di cui ho discorso a suo luogo: ma ove si vo-
glia intendere del Concilio, par ben chiaro che quel lavoro 
istorico, o critico, o dissertativo, non fosse se non se un 
imperfetto commentario. Per me stento a persuadermi che 
Fr Paolo incominciasse seriamente a scrivere la sua Isto-
ria del Concilio Tridentino prima del 1612. Primamente, 
perch una compiuta collezione di materiali, dovendoli far 
venire da parti lontanissime, e costando tempo e diligenza 
a procacciarli, non era una cosa da farsi in fretta; in se-
condo luogo, perch gran copia di que' materiali li dovette 
alle cure assidue di Enrico Wotton, dopo che questo am-
basciatore inglese pass in Germania nel 1611.
Chi ha letto l'Istoria del Tridentino del nostro autore sa 
quanto frequentemente introduca egli l'opinione pubblica 
a ragionare quando su un oggetto, quando su un altro, e 
particolarmente a fare la critica dei decreti conciliari. Fu 
creduto, e credesi ancora da molti, che sia artifizio dello 
storico per nascondere le sue opinioni mettendole in bocca 
di altrui. Ma sa ognuno che dal momento in che Lutero 
cominci a predicare la Riforma uscirono in tutta l'Euro-
pa, e pi in Germania, infinit di libelli, satire, critiche, 
notizie di tale avvenimento, relazioni di tal altro, memo-
rie, documenti, apologie, confutazioni ed altre operette 
destinate a figurare un giorno, e che tosto spariscono 
coll'interesse momentaneo che le ha fatte nascere. E questi 
scritti, comecch in generale dettati dalla passione, con-
tengono non di rado congetture ed arcani d'istoria impor-
tanti, e ad un acuto scrittore, sono un materiale utilissimo 
per conoscere lo spirito del tempo e le opinioni degli uo-
mini che movono o sono mossi dagli avvenimenti; e quan-
tunque pel consueto destino a cui son dannati simili lavo-
ri, e per le indagini dei frati fossero diventati rarissimi, il 
Wotton ebbe agio e mezzi di raccoglierne dovizia, e spe-
dirli a Fr Paolo, che con fino criterio seppe usarne; ed  
da loro che ha dedotte le accennate sue critiche, e per loro 
mezzo che ha potuto conoscere certi fatti o penetrare certi 
secreti che paiono impossibili al cardinale Pallavicino, 
appunto perch egli mancava di questo importantissimo 
sussidio. N qui soltanto si ristrinse il Wotton, ma pot, 
mediante le sue relazioni, o ricorrendo a persone capaci, 
procurare all'amico altre memorie estratte o da archivi di 
principi, o scritte da diplomatici, giureconsulti e teologi 
intervenuti al Concilio, e conservati in varie mani. E per 
vero, ove si confrontino spassionatamente le due istorie, 
quella del Sarpi e l'altra del Pallavicino, troviamo che il 
secondo  spesse volte inferiore nella piena cognizione dei 
maneggi diplomatici; e confessa egli medesimo in pi 
luoghi la propria ignoranza, non pure in ci che riguarda 
fatti istorici o secreti di Corte, ma eziandio in ci che con-
tiene le opinioni dei teologi, e i loro voti sulle materie dot-
trinali discussate al Concilio.
Altro materiale, e del massimo interesse, di cui fu quasi 
al tutto mancante il Pallavicino, e abbondantemente prov-
visto il consultore, furono i dispacci e le relazioni amba-
sciatoriali. Da Gillot, da Groslot, da Mornay e pi di tutto 
dai fratelli Dupuy, che poi lo pubblicarono a stampa, si 
ebbe il carteggio della corte di Francia co' suoi ambascia-
tori a Roma e a Trento; Wotton gli procacci documenti 
diplomatici della Camera imperiale e degli altri principi di 
Germania e della Spagna; Bedell lo forn, per quanto cre-
do, di notizie per quei tempi peregrine sugli affari d'In-
ghilterra; i suoi numerosi corrispondenti gliene mandaro-
no da tutte le parti d'Europa: quindi pot egli vedere il dia-
rio di Francesco Chieregato, nunzio di Adriano VI, gli atti 
della legazione del cardinale Gaspare Contarini, le lettere 
del cardinale Del Monte, primo legato del Concilio sotto 
Paolo III, quelle di monsignor Visconti agente di Pio IV a 
Trento, le memorie del cardinale Amulio, e moltissime al-
tre per lo pi ignorate al Pallavicino; ma il maggior sussi-
dio lo trasse dalla immensa suppellettile d'istoria arcana e 
diplomatica che offrivano gli archivi segreti della Repub-
blica veneta.
Quantunque volte, dice Leopoldo Ranke, ebbi occa-
sione di mettere a confronto i dispacci veneziani con quel-
li di agenti di altre nazioni, ho creduto di trovarvi una tal 
quale diversit. Troppo leggermente, pare a me, si occu-
pano questi delle faccende del giorno, e sono assai meno 
liberi di riguardi appunto perch invecchiano nella loro 
residenza; ma i Veneziani sapendo che i loro messaggi sa-
riano letti da chi li precedette o da altro che stava per suc-
cedergli, si davano cura di osservare ogni cosa con assolu-
ta libert. Con assai circospezione tenevano fissi gli occhi 
sulle relazioni degli Stati dove risiedevano, e il loro prati-
co acume era sempre diretto al vantaggio della patria. La-
sciamo pure, se si vuole, che non si cerchi il principio di 
questa perspicacia in un ingegno naturale o forse natio, 
ma severamente il Senato adoperava tanta forza di mente 
nel ponderare le faccende esteriori, quando ogni 15 giorni 
udiva tanti dispacci di ambasciatori, residenti e consoli, 
bisogna confessare che per questo continuo esercizio di 
politica, e fondandosi non su vociferazioni od apparenze 
ma su argomenti di fatto, penetrasse nel vero senso delle 
cose e sviluppandole in quel modo che giustamente con-
veniva fermasse per esaminarle in ciascuna sua parte l'op-
portuno e retto punto di vista. Infatti quegli ambasciatori, 
muti ma vigili personaggi, seguivano senza farsi scorgere 
i pi tortuosi andirivieni della diplomazia, n vi era arcano 
di Corte o missione segreta d'inviato ch'essi non penetras-
sero; e perch i moti della politica de' gabinetti riflettono 
per contraccolpi, l'ambasciatore in Spagna o in Germania 
scopriva i maneggi di Roma, e quello in Roma vedeva le 
pratiche che si facevano in corte di Francia o di Spagna.
Cos, per esempio, fu dalle relazioni di Antonio Suriano 
ambasciatore a Roma, di cui il Pallavicino non vide che 
una copia informe, e Fr Paolo ebbe sott'occhio gli auto-
grafi, che quest'ultimo cav le trattazioni occulte passate a 
Bologna tra l'imperatore Carlo V e papa Clemente VII. 
Pure negli archivi trov l'istoria scritta da Antonio Mille-
donne e il diario di Bernardo Ottobuon segretari dell'am-
basciata veneta al Concilio, e le carte di Nicol da Ponte e 
di Matteo Dandolo ambasciatori veneti al Concilio mede-
simo; e come frugando l entro si ebbe in mano le lettere 
dei cardinali veneziani Luigi Lippomano, Gian Francesco 
Commendone e Zaccaria Delfino, cos non debbe avere 
ignorate quelle de' cardinali Morone, Seripando, Borro-
meo che ebbero parte principalissima negli affari tridenti-
ni, e pi altre collettanee di atti conciliari, controversie de' 
Padri o questioni de' dottori di cui molti codici veneti fu-
rono veduti o rammentati dal doge Foscarini. Di forma 
che Fr Paolo, e per essere quasi contemporaneo, e per 
avere conosciuto e parlato con molti fra i principali attori, 
e per il posto che occupava sulla scena politica, e per le 
molteplici sue cognizioni e le numerose relazioni che ave-
va,  tale storico cui  forza credere profondamente infor-
mato dell'argomento ch'ei prese a trattare.
Vedemmo che gi da gran tempo nutriva il pensiero di 
fare qualche cosa sul Concilio, ma che la povert di un 
frate non gli dava agio ai dispendi necessari per la sua im-
presa. Fatto consultore e padrone delle ricchezze istoriche 
occultate negli archivi della Repubblica, in corrisponden-
za con principi, ministri, ambasciatori, giureconsulti e dot-
ti di quasi tutta l'Europa, oltre a quanto pot ottenere dalla 
officiosit degli amici che facevano a gara in compiacerlo, 
pot anco spendere generosamente il denaro con cui era 
provvisionato dal suo governo; egli stesso parlando delle 
spese letterarie che faceva, diceva essere pagato dalla Re-
pubblica appunto perch spendesse in servizio di lei. Ve-
duta la collezione degli atti conciliari di Feiner, indi quella 
di Gillot, gli venne in mente nel 1608 di farne una pi 
ampia; ma crescendogli ogni giorno per propria ed altrui 
diligenza i materiali in mano, pare che pensasse qualche 
commentario istorico-critico; e tale debbe essere stato 
quello spedito al Foscarini, e l'altro di cui parla nelle lette-
re al Groslot, e di cui fa anco un cenno oscuro, chiaman-
dolo appunto Commentario, in una al Leschassier; e tal 
pure debbe essere stata l'Istoria del Concilio Tridentino 
portata in Inghilterra da Guglielmo Bedell nel 1611, sep-
pure  vero che ne portasse una. Infine o per pensiero nato 
in lui o suggeritogli dagli amici, avendo tante cose raccol-
te, come egli dice, da potergli somministrare abbondante 
materia per una piena narrazione, fece risolvimento di or-
dinarla; e ci, ripeto, non pot essere prima del 1612.
E poich dovette essere compiuta nel 1615 quando 
giunse a Venezia il de Dominis, pare a prima vista difficile 
come un'istoria di tanta lena e che esigeva tante ricerche e 
serie cos svariata di cognizioni potesse essere 
incominciata e finita nel corto spazio di tre o quattro anni; 
ma conviene ricordarsi che quantunque distesa in cos 
breve giro, era nondimeno il frutto di quaranta e pi anni 
di meditazioni. Come abbiamo veduto, Fr Paolo leggeva 
moltissimo, e quasi diffidasse della sua memoria, 
comech prodigiosa, teneva nota di tutto. Altronde 
essendo egli gi profondo nell'istoria ed antichit 
ecclesiastica, nella teologia e nella giurisprudenza 
canonica, dopo avere bene digesto l'argomento su cui gi 
da s lungo tempo meditava, e concetto il disegno 
dell'opera, non era pi arduo ad una mente quale era la 
sua, di stilizzarla. Egli non faceva che deporre sulla carta 
le cognizioni gi ricettate nell'intelletto. Tale infatti era il 
suo metodo: metodo cui doveva alla mirabile sua memoria 
e alla facolt preziosa di saper ben concepire un 
argomento e dividerlo in parti. Leggendo quell'istoria, vi 
si trova una economia cos regolare e sempre distribuita 
con giuste dimensioni, uno stile cos conforme dal 
principio sino al fine, una pienezza e facilit cos costante, 
e le cose cos ben digeste che ben mostra essere stata 
concetta nella mente da una riflessione lunga e matura, e 
deposta sulla carta tutta di sguito. Nelle istorie lunghe e 
dettate pezzo a pezzo e dove l'autore sia obbligato a 
sospendere la penna per affaticarsi in ricerche sull'origine 
di un fatto o verificarne la natura, per quanta sia l'arte, 
sempre appariscono membri sconnessi, irregolarit nella 
narrazione, abbondanza in un luogo, aridezza in un altro e 
nell'ultimo stanchezza e tedio. Nulla di tanto in quella di 
Fr Paolo: tu la scorri dal principio al fine sempre con 
ugual diletto, e malgrado l'uniformit dell'argomento e le 
materie ispide o noiose, e l'apparente austerit dello stile, 
il suo libro ha luogo tra i pi interessanti che siano stati 
mai scritti. Le materie dottrinali, le disputazioni de' 
teologi, oscure, intricate, fastidiose, sono da lui sviluppate 
con una lucidezza, piacevolezza e brevit ammirabili; 
l'origine, il progresso, le vicende, o la corruttela di varie 
instituzioni ecclesiastiche o della disciplina, come che 
narrate con concisione, lasciano nulla a desiderare; i fini 
politici e il carattere de' personaggi sono penetrati acuta-
mente e con profondit; erudito in ogni cosa, quanto pote-
va esserlo Fr Paolo, mai fa mostra di esserlo. Non ele-
ganza di lingua, non facondia, ma la natura parla per lui, 
s che senza artifizi o ricercatezza alletta, persuade e con-
vince. Storico e pittore, ti appresenta gli oggetti che ti pare 
vederli; eppure non descrizioni poetiche, non figure retto-
riche che ingrandiscono l'eloquenza, anzi una somma po-
vert persino di epiteti: tre o quattro parole nude e schiet-
te, ma scelte a proposito, ti danno l'imagine viva di ci che 
vuole presentarti. Conciso e severo come Tacito, ma di lui 
pi chiaro e pi spontaneo. La lingua italiana sotto la sua 
penna acquista una robustezza, una espressione, un colori-
to nella prosa, quale Dante l'ha nel verso. La locuzione 
non  classica, ma tutta nazionale, e pi ritrae della maest 
latina che della morbidezza toscana: l'anima repubblicana 
di Fr Paolo tutta si mostra nel suo modo di scrivere. A 
torto gli fu negata la cognizione del bel dire, ch'egli aveva 
appreso, come il dissi altrove, dai pi robusti istorici to-
scani del cinquecento; ed  facile lo scorgere come egli 
conoscesse l'uso e la propriet de' vocaboli molto meglio 
che gli smidollati linguisti, affastellatori di parole e non di 
pensieri. Se non che sdegnando le pedantesche e malcerte 
regole a cui i grammatici toscani assoggettarono il mater-
no idioma, egli volle ritrarlo alla natia sua origine, appli-
cando alla lingua italiana, fin dove era possibile, le regole 
generali della lingua latina; quindi molte maniere sue che 
sembrano o dure o insolite, sono maniere latine italianiz-
zate. Nella scelta dei vocaboli o dei modi segue quella 
lingua italiana universale cui Dante chiamava lingua cor-
tigianesca; ma dove ivi non ne trova che si conformino 
alle sue idee, ricorre ai dialetti parziali, e specialmente al 
veneziano e lombardo, talch potrebbe egli arricchire il 
vocabolario di non poche espressioni molto pi degne di 
essere imitate che non le sdolcinature di certi scrittori che 
pure sono citati a testo di lingua. Se come Dante cre la 
lingua italiana, cos Fr Paolo avesse dovuta perfezionar-
la, non certo avrebbe acquistato quella donnesca leggia-
dria e quella fluidit musicale che le impressero Petrarca e 
Boccaccio, ma sarebbe riuscito il pi maschio idioma fra i 
moderni.  vero che una lingua porta seco il carattere del 
popolo che la parla. Lingua da comando fu la romana sin-
tanto che i Romani vollero comandare; ma decadde e si 
avvil all'avvenante che essi pure si avvilirono; e cosi pure 
la lingua italiana vari d'indole e di energia, secondo l'in-
dole dei tempi o l'energia degli scrittori. Lo stile  l'uomo, 
disse Buffon.
Io distinguo la locuzione o dicitura dallo stile: la prima 
riguarda le parole e il modo di disporle, l'altra il pensiero e 
il modo di vestirlo colle parole; talch bella locuzione non 
 punto sinonimo di bello stile, potendo benissimo taluno 
conoscere perfettamente la grammatica e le eleganze pi 
ricercate, ed essere in pari tempo uno scrittore stucchevo-
le; ed altro mancare di quelle cognizioni, e contuttoci sa-
pere esprimere squisitamente i suoi pensieri, e farsi piace-
re persino colla stessa sua indisciplina grammaticale. I 
Francesi ne hanno un esempio nell'amenissimo loro Mon-
taigne, che con quel suo linguaggio tra guascone, latino, 
italiano, e spagnuolo, procedendo da una natura spontane-
a, ha l'arte di affascinare chi legge e diletta colla stessa 
barbarie; e gli Italiani lo hanno in Fr Paolo. Fa maravi-
glia come il suo antagonista, Pallavicino, con tutta la sua 
squisitezza ed eleganza toscana, riesca a far sbadigliare e 
fastidire il lettore, s che pochi sono donati della cappuc-
cinesca pazienza per leggere quel suo libro senza noiarsi; 
laddove quello di Fr Paolo, comech in apparenza sterile, 
sfrondato, ignudo in ogni bench modesta pompa, e tal-
volta ribelle a tutte le grazie del dire, incanta s dal princi-
pio al fine che increse quantunque volte sia forza inter-
romperne la lettura. Ci proviene che il primo, tutto inten-
to alle parole, manca nell'arte principalissima di sapere 
esprimere con chiarezza e semplicit e con quella forma 
che  pi naturale i propri concetti, affogandoli in un labi-
rinto affettato e mal scelto di parole, quante pi ne spende 
per farsi capire altrettanto diventa imbarazzato e noioso. 
Ma quell'arte  cosi eminente in Fr Paolo, che pochi lo 
pareggiano nel dare a' suoi pensieri quella forma che pi 
gli piace, e sembra che la da lui scelta sia la migliore, la 
pi naturale, e quella che il lettore istesso avrebbe preferi-
to. Tutto lo studio di Fr Paolo  rivolto a spiegarsi netta-
mente e con brevit. Afferrando ed esprimendo con mae-
stria le idee principali, lascia al lettore la soddisfazione di 
dedurre le subalterne; e cos lo obbliga, senza che se ne 
avveda, a pensare; sa fissarne l'attenzione ove pi gli pia-
ce, o divagarlo con distrazioni opportune ove possa nasce-
re fastidio, e la monotonia di una gravit continua  a vol-
ta a volta interrotta da laconismi frizzanti, tanto pi nota-
bili in quanto che escono all'improvviso e fanno una spe-
cie di piacevole sorpresa. Le sue riflessioni sono brevi e 
derivate dalla conseguenza naturale dei fatti; concise e 
nondimeno profonde le sue sentenze.
Tanta perfezione di stile non  per stata senza fatica; 
ma come i versi dell'Ariosto, che sembrano cos facili, e 
costarono all'autore una lunga lima, cos le cancellature e i 
pentimenti di Fr Paolo, che ancora si osservano nel suo 
autografo, e le varianti che passano fra esse e le edizioni 
stampate, sono prova quanta diligenza ponesse egli a ca-
stigare lo stile e la locuzione e con quanto raffinamento 
procedesse a limare il suo lavoro, a togliervi tutte le parole 
inutili, a rotondare la sua frase e renderla pi breve ed e-
spressiva, a scegliere i modi pi idonei a dar forza al con-
cetto; e infine si pu avere un'idea della sua cognizione e 
buon gusto anco nella lingua italiana, dalle moltissime e 
minuziosissime emende grammaticali fatte sulle forme e i 
modi di dire, cancellando le pi comuni per sostituirne al-
tre pi eleganti, ed avvicinare la locuzione a quella dei pi 
forbiti scrittori. Ma il suo pregio maggiore si  di avere 
saputo occultare agli altri la fatica che spese, s che, come 
dice il poeta:
L'arte che tutto fa nulla si scopre.
Comech il soggetto sia arido, Fr Paolo ha saputo ren-
derlo vario e dilettevole. Con rara facilit, e senza mai 
perdere di vista il filo principale, egli ci trasporta dalle 
gravi discussioni teologiche del Concilio agli avvenimenti 
della guerra, o dai maneggi politici ai rivolgimenti degli 
Stati: i desiderii dei popoli, gli umori dei principi, i fini 
delle Corti, gl'intrighi diplomatici insomma tutta la com-
pagine di azioni e passioni de' grandi e piccoli, dei corpi 
ed individui onde era agitata l'Europa, sono da lui tratteg-
giate con pennellate vigorose e maestrevoli. Gli abusi che 
opprimevano i popoli non sono descritti con declamazioni 
rettoriche, ma facendo parlare quasi ad un processo dinan-
zi a' giudici gli aggravati e gli aggravanti, e producendo 
ciascuno le prove di accusa o difesa. E perch il lettore 
possa essere meglio al fatto e pronunciare un pi sicuro 
giudizio sulle cose seguenti, ed anco a sollevarlo dal tedio 
di accidenti uniformi, l'autore si ferma di quando in quan-
do con digressioni istoriche, dove narra l'origine e il pro-
gresso di certe instituzioni, determina le epoche dei loro 
mutamenti e le ragioni onde si alterarono e corruppero: ed 
 in questi compendi dove meravigliosamente spicca la 
vasta erudizione e l'ingegno del Sarpi, sapendo egli racco-
gliere in poche pagine ci che altri appena saprebbe espor-
re in ampio volume. L'arte di dir molto in poco  da tutti 
lodata, da pochi posseduta, perocch esige un assoluto 
predominio della materia, un esercizio continuo della 
mente, facilit di astrarre le idee e di saper colpire l'ogget-
to sotto quel punto di vista che  precisamente l'essenzia-
le. Ma Fr Paolo, avvezzo sino dalla infanzia, alle scienze 
di calcolo che somministrano la logica pi severa e pi 
giusta, ricca la memoria di quanto possono insegnare i li-
bri e la pratica, uomo di Stato, politico, erudito, filosofo, 
aveva tutte le qualit necessarie per scrivere una storia di 
cos complicato genere come  quella del Concilio di 
Trento. Ond' che muteranno forse coi secoli le opinioni, 
ma finch gli uomini avranno gusto per ci che  bello e 
profondo, sempre sar tenuta in pregio l'opera di Fr Pao-
lo. Voglio per far osservare che l'ultimo libro non porta 
quel grado di finimento che si ravvisa negli altri sette, e 
sembra nemmanco terminato, accennandosi nel corpo di 
esso alcuni fatti che dovrebbono seguire, e di cui non si 
trova indizio. Ignoro se lo stesso difetto esista nel codice 
autografo.
Ora mi resta a dire quali motivi possono avere indotto il 
consultore a scrivere quell'istoria. Dal momento in cui si 
trov in opposizione diretta colla Curia romana, egli pro-
ced grado grado a stabilire un piano regolare di guerra. 
Prima fu di spuntare quelle armi spirituali che avevano per 
tanto tempo resi formidabili i pontefici: dopo l'interdetto, 
le scomuniche perdettero assai del loro prestigio. In pari 
tempo restitu alla potest civile il diritto d'intervenire nel-
la amministrazione dei cos detti beni ecclesiastici, e di 
dare il suo assenso alle fondazioni pie, e di assoggettare 
alle comuni leggi le persone della chiesa. Fu un passo im-
portantissimo su quello che chiamavano privilegi ed im-
munit ecclesiastiche.
L'Inquisizione dava alla corte di Roma una autorit, per 
cos dire, assoluta in tutti quei paesi dove aveva potuto 
stabilirla; e i frati, col mezzo della confessione e colle 
scaltrezze loro proprie, signoreggiavano e dirigevano a 
modo loro le coscienze, e all'esame degli inquisitori, do-
vendo essere portati tutti i libri prima di vedere la luce, 
potevano essi coll'ignoranza influire eminentemente sullo 
spirito dei popoli e illuderli con que' principii che a loro 
soli giovavano. La Curia infatti, col mezzo del sant'Offi-
zio, intimidiva gli scrittori, paralizzava il genio, e vietava 
la circolazione di ogni idea che non conferisse a' suoi fini: 
per esso imped che in Italia si scrivesse contro gli annali 
del Baronio, uno fra gli antesignani delle esorbitanze pa-
pali; per esso sequestr ed arse infiniti libri, in cui quelle 
esorbitanze erano impugnate; per esso altri libri di autori 
d'intemerata fama furono adulterati nei luoghi non favore-
voli a Roma, ritirati gli esemplari genuini e sparsi a vece i 
manomessi; per esso caddero le officine tipografiche, gi 
cos illustri in Italia, l'arte libraria venne meno, e si guast 
il buon gusto nelle lettere; per esso infine fu istituito quel 
monopolio intellettuale per cui le scienze, le arti, l'indu-
stria, le accademie, le universit dell'Italia si risentirono in 
quel secolo di tutta la meschina influenza fratesca. Ma Fr 
Paolo volle liberarne la sua patria, e a lui si deve se l'In-
quisizione trov ostacoli nelle sue usurpazioni, e se il 
commercio librario nello Stato veneto si mantenne tuttavia 
in fiore e contribu ai progressi della civilt.
L'arbitrio che si arrogava la Corte nella collazione dei 
beneficii ecclesiastici, oltrech le fruttava un'immensa ric-
chezza, era cagione che i beneficiati si mostrassero pi te-
neri del papato che della patria; e Roma aveva perci 
mezzi potenti per ricompensare i fedeli, tenere in riga i 
vacillanti e castigare gli avversi. Fr Paolo concep il gran 
disegno di togliere di mano ai pontefici questo importante 
sussidio: non riusc pel suo tempo, ma giov ai posteri.
Egli era solito dire che Scipione, volendo vincere Anni-
bale, lo and ad assalire in casa propria; traendone la con-
seguenza che per domare l'imperio papale bisognava at-
taccarlo alle radici della sua potenza. Nel sistema del cat-
tolicismo romano di quei tempi, i papi si erano assunta 
una potest politico-religiosa, che, sotto pretesto d'interes-
si della Chiesa, s'ingeriva, dove in pi, dove in meno, ma 
sempre scaltra e invadente, nella amministrazione interio-
re degli Stati cattolici. Questa potest, che troppo spesso 
riusciva molesta, a cui i papi davano una origine divina o 
per lo meno rimota, era ci non pertanto recentissima, na-
ta dagli errori de' popoli e dalla debolezza dei governi, e 
ridotta ad un dogmatismo di fede dal Concilio di Trento. 
Bench fosse costume antico, pubblicando i canoni de' si-
nodi, di aggiungervi anco gli atti, o vogliam dire i docu-
menti istorici e le discussioni dei Padri, per quello di Tren-
to i pontefici romani erano interessati, troppo pi che non 
avrebbono voluto far credere, a nasconderli al mondo, ed 
usarono ogni arte per farne sparire fino le ultime tracce. 
Adoperando lo zelo della Inquisizione e dei gesuiti, di-
strussero quante memorie inedite caddero loro nelle mani, 
e incettarono quelle a stampa e persino le uscite in paese 
cattolico con approvazione del Concilio medesimo o de' 
superiori ecclesiastici; a tal che, non ancora decorso un 
mezzo secolo i canoni e decreti di quella portentosa adu-
nanza, senza origine, senza istoria, avviluppati di un reli-
gioso mistero, preceduti da' gli epiteti reverendi di sacri e 
santi, venivano appresentati ai cristiani come le tavole del-
la legge scritte sul Sinai dalla mano di Dio, e assai pi au-
torevoli dell'Evangelio. E perch nessuno potesse interpre-
tarne i luoghi equivoci e contradditorii in senso non favo-
revoli agli interessi romani, Papa Pio IV, scriveva il con-
sultore, proib a ciascuno d'interpretarli, e riserv quest'uf-
ficio ad una apposita Congregazione; ed essa Congrega-
zione con quel pretesto trasse tutto il reggimento ecclesia-
stico a Roma, non solo d'Italia, ma di Spagna; di forma 
che un vescovo non pu neppure ammettere alla profes-
sione una monaca senza averne licenza da Roma. Aggiun-
to che la dichiarazione fatta in un dato caso non vogliono 
che sia applicata ad un caso identico, affine di ricuperare 
tutti gli affari in mano loro.
Se adunque il Concilio Tridentino era il cardine della 
potenza romana, e il magico prestigio con cui aveva sapu-
to di nuovo incatenare le opinioni che gi cominciavano a 
vacillare in suo sfavore, a compiere il suo sistema di op-
posizione, conveniva al consultore di dare un'istoria altret-
tanto veritiera quanto circostanziata e profonda di esso 
Concilio: bene apponendosi che ove fossero conosciuti gli 
intrighi della Curia per conservare od accrescere la sua 
potenza, i motivi subdoli opposti alla riforma degli abusi, 
l'incertezza de' teologi nel discutere le materie dottrinali, 
le decisioni inopportune o mal digeste o contradditorie, le 
scandalose discordie dei Padri, i maneggi, gli artifizii, le 
astuzie, le violenze, la niuna libert da una parte, le quere-
le e la resistenza dall'altra, i partiti di mezzo o i sotterfugi 
usati per cansare o vincere le difficolt, era certo che quel-
la sinodo doveva perdere assai della pretesa sua celeste 
origine. Questo Concilio, dice ancora Fr Paolo, deside-
rato dagli uomini pii per riunire la Chiesa che cominciava 
a dividersi, ha cos stabilito lo scisma e ostinate le parti 
che ha fatte le discordie irreconciliabili; e maneggiato dai 
principi per riforma dell'ordine ecclesiastico, ha causato la 
maggior disformazione che sia mai stata da che il nome di 
cristiano si ode; e dai vescovi adoperato per racquistar 
l'autorit episcopale, passata in gran parte nel solo ponte-
fice romano, l'ha fatta loro perdere tutta intieramente, ed 
interessati loro stessi nella propria servit. Ma temuto e 
sfuggito dalla corte di Roma, come mezzo efficace per 
moderare la esorbitante potenza, dai piccoli principii per-
venuta con varii progressi ad un eccesso illimitato, gliel'ha 
talmente stabilita e confermata sopra la parte restatale 
soggetta, che non fu mai tanta, n cos ben radicata. Le 
quali verit primordiali sono poi abbondevolmente dimo-
strate dai fatti; e, o si legga l'Istoria di Fr Paolo, o quella 
del suo avversario, sempre risulta che i Padri di Trento, 
col ridurre a forma dogmatica alcuni principii o incerti o 
disputabili, e su cui gli stessi teologi tridentini non erano 
bene di accordo, anzich conciliare i dispareri surti fra' 
cristiani, stabilirono una linea di perpetua separazione fra i 
papali e i dissidenti; che invece di riformare gli abusi in-
trodotti nell'ordine ecclesiastico, hanno deformato il go-
verno della Chiesa assoggettandola a leggi sconosciute a 
tutta l'antichit; e se il Concilio emend alcuni abusi, altri 
e in maggior numero ne sanc, i quali, se dapprima erano 
considerati come abusi, furono poi come usanze legittime 
giustificati. Perocch l'autorit dei vescovi, gi scemata 
per le usurpazioni pontificie, fu intieramente subissata dai 
decreti di quella sinodo: la quale, convertendo le usurpa-
zioni in diritti, e riducendo l'episcopato nel solo papa, tra-
sform i vescovi di liberi direttori delle loro chiese in de-
legati della Santa Sede. E infine nel maneggio del Conci-
lio di Trento la Corte romana non ebbe tanto a cuore gl'in-
teressi della Chiesa e la riunione del popolo cristiano, 
quanto la conservazione delle sue ricchezze e la esaltazio-
ne della propria grandezza. Dalle quali cose risultava che 
la sinodo tridentina, forza nuova e nuovo arcano del papa-
to, era una statuizione umana, diretta a fini umani, e per 
molti lati viziosa alle societ politiche.
CAPO VENTESIMOTTAVO
La Curia avvis tosto lo scopo propostosi dal consulto-
re, e siccome quello che meglio di ogni altri era in grado 
di apprezzare il valore del libro di lui, e tanto pi ne teme-
va le conseguenze, quanto era ella in s convinta della ve-
rit dei fatti e della imparzialit con cui erano esposti, co-
nobbe che a paralizzarne gli effetti vi voleva tutt'altro che 
registrarlo nell'Indice de' libri proibiti. Ma ad un sodo la-
voro letterario si opponeva la difficolt di trovar uomo che 
per fama d'ingegno e squisitezza di erudizione potesse es-
sere un degno antagonista di Fr Paolo, e il timore di do-
ver rivelare assai pi di quello che egli rivelato aveva.
Malgrado il desiderio di giustificarsi in faccia al mondo 
di un affare in cui pericolavano i suoi pi vitali interessi; 
malgrado che avesse a disposizione tutti i mezzi possibili 
per farlo, denari, uomini dotti, dovizia di monumenti; e 
malgrado infine la loquacit de' frati e la loro subitezza di 
scrivere a torto e a traverso contro tutto ci che non piace 
a loro, passarono pi anni prima che comparisse qualche 
tentativo di questo genere; e Fr Paolo prima di morire 
ebbe la gloria di vedere il suo libro tradotto in varie lin-
gue, e ristampato sei od otto volte in men di tre anni, sen-
za che alcuno, neppure fra l'invida plebe degli scrittori, si 
ardisse di attentare ai suoi lauri.
Solo dieci anni dopo la sua morte, un padre Nicol Ri-
cardi, maestro del Sacro Palazzo, volle avventurarsi a con-
futarlo; ma dopo un quinquennio di studii adoperati a 
comporre una sua Sinopsi cui pubblic nel 1637, quelle 
poche pagine non fecero altro che smentire le sue millan-
terie, e confermare l'opinione che  pi facile accagionare 
Fr Paolo che giudicarlo. Quel libretto soddisf nemmeno 
i partigiani di Roma.
Lo segu da presso Felice Contelori, archivista del Vati-
cano, ma non fece che raccogliere materiali. Non parlo di 
un Scipione Enrici e di un Filippo Quorli, la cui fiacca ri-
nomanza  dovuta pi che al merito de' loro scritti, all'au-
dacia di avere voluto attaccare Fr Paolo. La fama di un 
grand'uomo  tanta che riverbera persino sui miserabili 
che osano contaminarla.
Pi dotto di loro fu il gesuita Terenzio Alciato, romano, 
che ebbe incombenza espressa da papa Urbano VIII di at-
tendere ad una seria confutazione dell'istoria sarpiana, e 
meta delle sue fatiche fu la promessa di un cappello cardi-
nalizio. A tal fine gli furono aperti gli archivi del Vaticano, 
di castel Sant'Angelo e di casa Barberina, paterna del pon-
tefice; ma l'Alciato, malgrado il suo zelo e il lavoro di 
molti anni, non fece che raccogliere e disporre per ordine 
molti materiali. Credesi che sua intenzione fosse di scrive-
re un'istoria; ma da quello che ho potuto raccogliere, pare 
piuttosto che mirasse a formare una collezione di atti che 
risultasse in piena opposizione coll'istoria del Sarpi. Se-
guendo questo disegno, restava in suo arbitrio di scegliere 
fra i documenti quelli che pi gli convenivano, di dissimu-
larne altri che non tornavano di suo conto, e di chiarire o 
tacere i fatti secondo che conferiva al suo scopo. L'opera, 
siccome destinata precipuamente al mondo letterario, do-
veva essere scritta in latino: ben pensando il gesuita che 
quella sua collettanea sarebbe fra poco diventata il testo su 
cui avrebbono lavorato tutti gli scrittori di storia e di com-
pendi, i dissertatori e i critici amici alla Curia; e che pro-
ducendosi al pubblico con un'aria di buona fede, come di 
chi perorando una causa tralascia i discorsi e mette innan-
zi gli allegati, avrebbe avuto il vantaggio sul suo antago-
nista che si d egli stesso testimonio di ci che asserisce. 
Ma non ebbe tempo di compiere il suo lavoro, essendo 
morto nel 1651. Era a ci destinato dai cieli il celebre 
Sforza Pallavicino, che fu cardinaie.
Nato in Roma nel 1607 da famiglia illustre del Parmi-
giano, ma scaduta di ricchezza e potenza, studi nel colle-
gio romano de' gesuiti, dove fu laureato nella giurispru-
denza civile e canonica e nella teologia scolastica. Dal pa-
dre fu di buon'ora applicato a servire nella Corte pontifi-
cia, dove poi contrasse quel genio servile ed adulativo che 
campeggia particolarmente nella sua Istoria. Siccome pa-
pa Urbano VIII si puntigliava di essere poeta, il miglior 
modo di andargli a sangue era di compiacerlo in questa 
sua fisima, lodare i suoi versi, e farne; quindi la Corte 
pontificia era piena di rimatori, e invece di cantar salmi, i 
preti cantavano i loro amori. Il Pallavicino che era giova-
ne, non volle essere meno degli altri, e i suoi versi portati 
a' pie del santo padre, cos gli piacquero che prese affetto 
all'autore, a cui servirono di merito ad ottenere varii im-
pieghi. Il Pallavicino adunque fino ai trent'anni non fece 
altro che occuparsi di poesie, che ora pi nessuno legge, e 
di bella letteratura qual era intesa a quel tempo, cio l'arte 
di affastellare in un discorso parole toscane cucite insieme 
con sonora eleganza e a punto di grammatica, ma vuote di 
pensieri. In fatto di ci che si chiama comunemente bello 
stile, e che meglio sarebbe detto bella locuzione, il Palla-
vicino divenne peritissimo, ed  uno dei pi tersi scrittori 
che vanti l'Italia. Ma per questi frivoli studii trascur altri 
pi sodi, le scienze positive, la filosofia naturale, l'istoria, 
la critica, l'erudizione sacra e profana, nelle quali, tranne 
ci che aveva appreso nel collegio dei gesuiti, era poco 
men che digiuno. Nel 1637 lasci la carriera delle dignit 
civili per vestir l'abito de' gesuiti, e dato un calcio ad A-
pollo, si gett tutto in braccio di Aristotele, e spese sedici 
anni a studiare la logica, rettorica, etica, politica ed altre 
inutilit di questo filosofo, e divenne uno de' pi sfegatati 
peripatetici del suo tempo. Nella teologia poi il suo oraco-
lo fu l'angelico dottore san Tommaso d'Aquino, al quale 
prese tanta riverenza, che conservava con una divozione 
puerile un frusto del berrettino di quel sacro dottore. Tale 
era il campione destinato dalla Curia ad eclissare la gloria 
di Fr Paolo Sarpi.
Morto l'Alciato, il cardinale Bernardino Spada lo inca-
ric di terminare l'impresa di lui; ma il Pallavicino essen-
do allora occupato nella congregazione deputata all'esame 
del libro di Cornelio Giansenio, accett l'incombenza, ma 
non pot mettervi mano se non se due anni dopo. Scrisse-
ro i suoi lodatori che frug diligentemente gli archivi di 
Roma, che vide e lesse tutti gli atti del Concilio, le lettere 
dei legati al pontefice, e quelle del pontefice suo segreta-
rio ai legati, e che collazion infinite carte per scrivere 
con verit e giudizio una tanta istoria. Ma io oso affermare 
che niuna istoria fu mai scritta con tanta leggerezza e pre-
cipitazione quanto la sua. Riuscir nuovo l'asserto, ma ec-
cone prova irrefragabile. Confessano il padre Aff e l'aba-
te Zaccaria, suoi encomiatori e diligenti biografi, che il 
Pallavicino non incominci la sua Istoria se non dopo la 
met del 1653, e bisogna che fosse terminata al pi tardi 
alla met del 1656, perch in quell'anno usc il primo vo-
lume, e al principio del seguente, il secondo. Dunque im-
pieg tutto al pi tre anni. Scrivere due grossi volumi in 
foglio in tre anni, non  impossibile; ma che per scriverli 
uomo abbia prima a leggere materiali che, al dire del pa-
dre Buonafede, sommano centinaia di tomi, sparsi in ar-
chivi diversi, raccoglierli, collazionarli, ordinarli, farne le 
rubriche, estrarne i sunti, insomma disporli in modo da 
potervi lavorar sopra un'istoria,  uno di quei miracoli che 
nessuno al mondo creder mai. Per grande che fosse l'atti-
vit del Pallavicino, la solerzia umana  ristretta a confini 
di tempo e di misura, e posto che fosse aiutato da pi per-
sone, siccome il leggere, il collazionare, il disporre dove-
vano essere assolutamente sua fatica, colla aggiunta che 
doveva non solo pensare a scrivere un'istoria, ma eziandio 
a confutarne un'altra, e perci seguire passo passo il suo 
avversario, rettificarne i fatti e cercare documenti da op-
porgli, cos i tre anni bastavano neppure a questa laboriosa 
indagine.
 dunque chiaro come il sole che il Pallavicino non ha 
fatto altro che lavorare sui preparativi dell'Alciato, come 
arditamente glielo rinfacci Giulio Clemente Scotti ex-
gesuita; ma questi documenti sono essi di tal natura che 
meritino di essere preferiti alla testimonianza di Fr Pao-
lo? Una gran parte, e il Pallavicino medesimo in una sua 
lettera lo confessa, non sono che scritture private, viene a 
dire vestite di nessun carattere ufficiale, e talvolta ezian-
dio sono semplici estratti di quelle; rado o mai ci parla 
delle istruzioni secrete che la Curia diede ai suoi agenti, e 
di cui spesso  fatto memorie nelle lettere di Visconti e di 
altri; l'incertitudine in cui l'autore si trova parlando gli al-
tri fatti, ben mostra che non ebbe sott'occhio gli atti auten-
tici della sinodo o i processi verbali stesi dai segretari di 
essa, e difett della serie compiuta delle relazioni che re-
golarmente i legati mandavano a Roma, e gli manc inol-
tre tutto quel materiale diplomatico di cui Fr Paolo era 
cos abbondevolmente provvisto. Ora in fatto di carte pri-
vate tanto valgono quelle del Pallavicino quanto quelle di 
Fr Paolo; con questo di pi che il secondo per vaste co-
gnizioni, squisito lume di critica, pratica di affari pubblici, 
doveva esser fornito di un pi giusto criterio per collazio-
nare e scegliere. Pu essere che per difetto di memoria di 
chi parlava o di chi scrisse, o anco per sua propria, bench 
l'avesse eccellente, nello scrivere le notizie che raccoglie-
va a bocca dai contemporanei e presenti al Concilio, siano 
occorsi alcuni errori nelle date o nei nomi, o nell'esporre 
qualche fatto accessorio; ma errori uguali furono trovati 
nelle memorie del Pallavicino; e il buono che vi ha in que-
sto, si  ch'e' possiedette maggior copia di notizie sopra 
alcuni fatti particolari di Roma o del Concilio, e pot rac-
contarli con qualche maggiore larghezza, correggere alcu-
ni nomi o alcune date, rettificare qualche piccole circo-
stanze e riferire al giusto luogo certi pochi fatti che il con-
sultore, o per amore di brevit, o per difetto di documenti 
aveva narrati con qualche negligenza o fuori di luogo.
Fu accusato Fr Paolo di non avere indicate le fonti a 
cui attinse; ma forse che uno storico  obbligato a docu-
mentare la sua narrazione, come farebbe un giureconsulto 
i suoi allegati? Certo che lo ; e quest'uso di appoggiare i 
suoi detti alle autorit di altri testimoni, introdotto dai 
moderni, bench sia lodevole, non ha impedito che si scri-
vano istorie o parziali o false. Malleveria di un istorico 
sono la sua riputazione e i gradi di buon senso che mostra 
nella scelta de' racconti e la probit nello esporli; e quando 
e' produce fatti, non si pu altrimenti confutarli che con 
fatti opposti. Che se ci fosse lecito tacciarlo di falsit 
quantunque volte dice cosa che non si appaia colle nostre 
preconcette opinioni, ogni tradizione istorica sarebbe sog-
getta a dubbio, e l'istoria diventerebbe romanzo. Per con-
verso dal parallelo che io sono per fare dei due istorici e 
del loro carattere, vedrassi che quantunque il Sarpi ad imi-
tazione di Livio, Polibio, Tacito ed altri o antichi o mo-
derni autori, non documenti i suoi racconti,  nondimeno 
egli stesso testimonio degno di fede, e tanto veridico 
quanto la sua esperienza e le sue ricerche gli hanno con-
ceduto di esserlo; e che il Pallavicino, come che indichi 
nel margine abbondanti monumenti, cui egli dice di avere 
consultati, non pure  scrittore infedele per inesattezza di 
ricerche o preoccupazione di affetti, ma per deliberate fal-
sit.
Fr Paolo, uomo libero, indipendente, incorruttibile, a-
lieno da ogni adulazione o servilit, stimato per la integri-
t dell'animo persino dai suoi nemici, per quanto fosse av-
verso alla corte di Roma, l'onor suo, il decoro, la fama di 
cui godeva l'obbligavano a non mentire. Scrisse la sua i-
storia stipendiato da nessuno; la scrisse non tanto a profit-
to de' presenti quanto dei posteri, e non ignorava che ap-
pena pubblicata avrebbe incontrato numerosi e interessati 
impugnatori. Quindi gl'incumbeva l'obbligo essenziale di 
essere veridico, s per giovare al proposito cui intendeva, e 
s per cansare al suo nome la vergogna di apparire falsato-
re e bugiardo: taccia che avrebbe distrutto in un momento 
quel maraviglioso incantesimo che con tanta fatica e in 
mezzo a tante persecuzioni era riescito ad esercitare sulla 
opinione pubblica, e avrebbe dato irremissibilmente causa 
vinta a' suoi nemici.
Al contrario il Pallavicino non era padrone di s stesso 
quand'anco avesse voluto, ed era obbligato a muovere la 
penna secondo le passioni di chi lo inspirava. Scriveva in 
Roma, per comandamento pontificio, sotto l'inspezione 
della Curia, sotto la censura de' suoi superiori e del mae-
stro di palazzo. Egli aveva la precisa incumbenza di con-
traddire a Fr Paolo e di patrocinare con tutti i mezzi pos-
sibili la causa della Corte pontificia. Scriveva non libero, 
preoccupato da passioni e da pregiudizi e colla luminosa 
prospettiva di una dignit alla quale aspiravano gran prin-
cipi, e di avanzamenti pe' suoi fratelli e congiunti. Come 
gesuita era nemico al Sarpi, come curiale parte interessata, 
e come scrittore pagato debbe essere scrittore sospetto.
Fr Paolo, genio trascendente, e direi quasi unico, ave-
va logorata quasi tutta la sua vita in ogni maniera di studii, 
e gli stessi curiali non gli negavano il merito di un intellet-
to raro, e rigorosamente logico e profondamente edotto in 
tutti i rami delle scienze ecclesiastiche. Oltre al vantaggio 
di essere quasi contemporaneo ai fatti che narra, e di avere 
conosciuto di persona molti fra gli attori, e la consumata 
cognizione che aveva, come uomo di Stato, del maneggio 
degli affari politici, la sua Istoria gli era costata oltre a 
quarant'anni di ricerche; e favorito dalle circostanze della 
sua posizione, si era procurato documenti preziosissimi, 
cui a gran dispendio fece venire di Francia, di Germania, 
dal Belgio e fino d'Inghilterra e di Roma. Ma il Pallavici-
no non era che un ingegno mediocre, ed aveva speso la 
massima parte del suo talento a rimar versi, a imparare 
tutte le squisitezze della grammatica, o futilit scolastiche 
ed aristoteliche; quindi pi presuntuoso che erudito, si ac-
cingeva ad una impresa ardua, senza nessun studio preli-
minare; e pi voglioso di far in fretta che di far bene, non 
consult altri documenti tranne quelli raccolti dalla dili-
genza altrui, o che gli venivano forniti di mano in mano 
da' suoi amici. Supposta pure la miglior buona fede ne' 
collettori,  ben lecito di pensare che non raccolsero se 
non ci che tornava utile ai loro fini. Ancorch non si 
vogliano credere adulterate quelle memorie e lettere ma-
noscritte, altro per non sono che scritture private, alle 
quali non siamo obbligati di prestare gran fede sino a che 
non siano fatte di pubblica ragione e che si possa esami-
narle e riconoscerne l'autenticit: molto pi quando vo-
gliono valersene contro uno storico che fu quasi contem-
poraneo e tenuto generalmente per veritiero. Cos scrive-
va Sal nel 1665, e il Pallavicino ricordando questa censu-
ra, non trov che vi risponda in modo soddisfacente: con-
scio probabilmente egli stesso che gli anzidetti collettori 
troppo spesso si contentarono di riferire lo scheletro di un 
fatto, spogliandolo de' suoi essenziali accessorii, ed omet-
tendone le cagioni o le conseguenze per ci solo che da-
vano ragione a Fr Paolo. Accusato il Pallavicino e i col-
lettori che lo precedettero di avere dissimulate le istruzio-
ni secrete e le lettere confidenziali de' legati, il padre Ap-
piano Buonafede gli giustifica adducendo la sciocca ra-
gione, che si tien per santo principio, non doversi pubbli-
car lettere secrete e scritture di confidenza contro l'animo 
di chi le scrisse, il qual fu che rimanessero ascose. Se co-
s , non si hanno pi a scriver istorie perch rivelano a-
zioni le quali era intenzione di chi le fece che restassero 
ascose.
Infine quelle collettanee, come  facile a immaginarsi, 
non erano che zibaldoni imperfetti, sparsi di lacune, di er-
rori, d'inesattezze, di fatti controversi, e disposti solamen-
te a titolo di memoria o di ossatura istorica, su cui l'Alcia-
to si proponeva sicuramente altro lavoro critico o altre ri-
cerche; oltrech lo scopo prefissosi da questo era molto 
diverso da quello prefissosi dal suo successore. Ma il Pal-
lavicino le prese tal quale le trov, e senz'altro esame, 
senza risalire alle fonti genuine, senza confrontare le copie 
cogli originali, o gli estratti coi pezzi integri, e senza veri-
ficare se l'Alciato, o il Contelori, sue guide, fossero caduti 
in qualche sbaglio od omissione importante, ei si accinse a 
scrivere currenti calamo la sua Istoria, ed  per lui un suf-
ficiente criterio per negare un fatto, o per ammetterlo, il 
trovarlo o non trovarlo ne' suoi scartafacci. E ci  tanto 
vero, che la sua Istoria  contraddetta in pi particolari dal 
Rainaldi, che pure estrasse la materia de' suoi Annali ec-
clesiastici dagli archivi romani. Si vedano gli esempi adot-
ti in copia dal Courayer nelle sue annotazioni all'Istoria 
del Sarpi.
Fr Paolo incomincia la sua narrativa con le seguenti 
modeste parole: Il proponimento mio  di scrivere l'Isto-
ria del Concilio Tridentino... Io immediate che ebbi gusto 
delle cose umane fui preso da gran curiosit di saperne 
l'intiero, e oltre l'aver letto con diligenza quello che trovai 
scritto, e li pubblici documenti usciti in istampa, o divol-
gati a penna, mi diedi a ricercar nelle reliquie degli scritti 
de' prelati, e altri nel concilio intervenuti, le memorie da 
loro lasciate, e li voti o pareri detti in pubblico, conservati 
dagli autori propri o da altri, o le lettere di avvisi da quella 
citt scritte, non tralasciando fatica, e diligenza; onde ho 
avuto grazia di veder sino qualche registri intieri di note, e 
lettere di persone ch'ebbero gran parte in quei maneggi. 
Ora avendo tante cose raccolte che mi possono sommini-
strar assai abbondante materia per la narrazione del pro-
gresso, vengo in risoluzione di ordinarla. Questo breve 
ed ingenuo preambolo ci manifesta lo storico di buona fe-
de; ci dice quali furono le sue ricerche, ma non che abbia 
esaurita la materia, o che sar infallibile. Quindi volendo 
che il lettore giudichi piuttosto dai fatti che alle parole, 
non cerca di preoccuparlo anticipatamente in suo vantag-
gio.
Altra via segue il Pallavicino. Premettendo alla sua I-
storia una introduzione lunga pi di cento facciate tutte 
spese al fine di diffamare il Sarpi, invece di conciliarsi la 
confidenza, desta sospetto che, conscio dell'avversario che 
aveva a combattere, e dei pochi mezzi legittimi che pote-
vano assicurargli la vittoria, ricorra a queste soperchierie 
onde preoccupare l'animo di chi legge e trarlo in inganno. 
Poco importa che Fr Paolo fosse papista, o protestante, o 
ateo in suo cuore, come si sforza di farci credere il gesui-
ta; ma bene se la sua Istoria sia credibile; ed a impugnarne 
la veracit non giovano ingiurie, o artifizi maligni, o de-
clamazioni, bens una coscienziosa narrazione, per cui po-
tendosi mettere l'uno coll'altro a confronto, possiamo ve-
dere da qual lato sia il torto. Passa poi a dire che il Sarpi, 
come seguace di nessuna religione e nemico della corte di 
Roma, non dev'essere creduto; e che invece si deve crede-
re a lui che  cristiano cattolico e gesuita. La prima tesi 
contiene due petizioni di principio, perocch ammette per 
fermo ci che resta a provarsi che il Sarpi avesse nessuna 
religione: ci che dice il cardinale non basta, e molti letto-
ri possono avere una opinione diversa dalla sua; e non  
poi dimostrato che chi non ha religione debba essere per 
necessit uom rio.  noto che Spinosa, il quale non crede-
va in Dio, era di una probit singolare. Altro  un errore 
della mente prodotto da traviamenti dell'intelletto, ed altro 
quello che  prodotto dalle corruzioni del cuore. Il primo 
porta seco un convincimento, e non che nuocere alla mo-
ralit delle azioni, la sostenta; perch in quel sistema le 
societ umane non hanno pi altro vincolo. Onde si vidde-
ro fra gli antichi assai materialisti, e molti ancora fra i 
moderni, in cui non si potrebbe desiderare maggiore one-
st. L'altro invece  uno sforzo contro la propria coscienza 
per vivere nella colpa e mortificare i rimorsi, sotto cui, o 
tosto o tardi bisogna cedere. Concessa adunque, per mera 
ipotesi, che il Sarpi fosse un ateo, essendo che il Pallavi-
cino istesso confessi che era uomo di illibati costumi, re-
sta a provarsi come tal uomo debba per necessit essere 
menzognero. L'affermare che Fr Paolo non poteva dire la 
verit perch era nemico della corte di Roma, vale egual-
mente che sostenere non poterla dire il Pallavicino, perch 
era panegirista di lei; anzi  molto pi facile che la verit 
si abbia da un nemico che da un adulatore.
La seconda tesi  poi una manifesta sciocchezza, peroc-
ch vi sono bugiardi tra i cristiani, come tra gli ebrei, e le 
passioni o l'interesse influiscono sopra gli uomini senza 
distinzione; e il dire che bisogna credere al Pallavicino, 
perch  gesuita,  darci un avviso di star bene in guardia, 
quando si sappia che appunto i casuisti gesuiti hanno sta-
bilita la massima che  lecita la menzogna e la calunnia 
quando si tratta di sostenere la propria causa in danno di 
un nemico. Eccoci non per anco sull'ingresso dell'istoria 
pallaviciniana, e la probit dello storico ci  terribilmente 
sospetta.
Fr Paolo considera la Chiesa come una instituzione 
spirituale che deve regolarsi coi mezzi spirituali datile da 
Cristo e dagli Apostoli. Sa ottimamente distinguere la vera 
piet dalla superstizione, l'Evangelio dalle invenzioni u-
mane, la morale che opera direttamente sui costumi dalle 
pratiche di una divozione falsa e interessata, la Chiesa dal 
clero, i diritti legittimi di quella dalle pretensioni usurpate 
da questo. Le sue teorie sono dedotte dai principii incon-
cussi gi sanciti dall'antichit cristiana: tutto in lui  stori-
co, autorevole, positivo e appoggiato a dimostrazioni di 
fatto. Nelle discussioni teologiche rimonta all'origine delle 
dottrine, ne segue le fasi, distingue i tempi e analizza le 
opinioni con logica precisione di termini e senza darsi in 
bala ad amor di sistema, o a spirito di controversia. La 
religione poi  rappresentata da esso lui maestosa, pia, su-
blime, e non la fa consistere in pedanterie scolastiche, o 
nelle apparenze di un fasto mondano, ma nella carit o di-
lezione di Dio e del prossimo.
Un tutto opposto metodo segue il Pallavicino, e pare 
non essersi altro fine proposto tranne che di fare uno sper-
ticato panegirico di quanto fu operato a Roma e a Trento. 
Suppone come una verit incontrastabile gli oggetti pi 
controversi, e precipuamente le pretensioni pi assurde 
della Curia romana, di cui si mostra il dichiarato campio-
ne. Adulatore sviscerato dei papi, se non pu lodarli ne 
scusa almeno i difetti e financo gli scandali. Gli paragona 
a Dio, ne fa altrettanti vice-dei e attribuisce loro un potere 
che Dio stesso non ha. La Chiesa  una instituzione politi-
ca e debbe governarsi coi mezzi della umana politica; 
quindi le azioni pi pessime o pi interessate sono lodate 
da lui alla pari delle pi virtuose. Essa  una reggia sacra, 
e come in tutte le corti vi sono ufficiali inutili ma pura-
mente per fasto e grandezza, cos ancora nella Chiesa vi 
devono essere beneficiati che godano rendite e non serva-
no che alla pompa. I concilii non sono inspirati dallo Spi-
rito Santo se non in quanto il papa lo vuole. Le indulgen-
ze, le dispense, le annate, le riserve ed altri proventi spiri-
tuali sono le rendite del papa e della reggia sacra; e al mo-
do che i principi affittano per appalto le loro gabelle, anco 
il papa pu vendere per appalto le sue indulgenze. Le in-
stituzioni della primitiva Chiesa, che hanno per autore 
Cristo e gli Apostoli, non sono pi buone se furono di-
menticate; le moderne ancorch nate dall'ignoranza o abu-
sive, sono eccellenti se il papa crede cos. Pi dotto nella 
filosofia di Aristotele che nelle scienze sacre, fa di quel 
filosofo pagano un saldo puntello della fede ortodossa, e 
accusa di empiet Fr Paolo perch ne aveva una opinione 
diversa. Vero corpo di leggi della Santa Madre Chiesa so-
no il per lui venerando volume delle Decretali, n importa 
che contengano falsit o principii erronei: furono dettate 
dai papi, e basta perch'egli le consideri un quinto Evange-
lio.
Depravatissima n' la morale. Per la soda ragione che 
Iddio ha indorato il cielo di luce per innamorarne i mor-
tali,  ben fatto che le Chiese risplendano d'oro perch il 
popolo se ne invaghisca e vi corra; e come i teatri alletta-
no gli spettatori colla magnificenza delle decorazioni e il 
chiasso degli spettacoli, cos  conforme alla piet e alla 
pratica che le Chiese allettino i divoti cogli apparati pi 
sontuosi e pi dilettevoli. Partendo da questi principii di 
una religione puramente materiale, ritiene che i pi essen-
ziali doveri si possono omettere mediante una dispensa 
del papa. Confonde la piet colla superstizione, e fa consi-
stere la divozione in puerilit di pratiche esterne che nien-
te influiscono sui sodi esercizi della virt; andare alla 
messa, assistere o far celebrare con pompa i divini uffizi, 
non ber vino una o due volte la settimana sono atti di piet 
interiore sufficienti per un uomo d'altronde incarnato nelle 
sensualit e poco curante di religione. Pilastri della Chiesa 
non sono le grandi virt, ma le nascite illustri. I precetti 
della morale non sono pari per tutti, ma vi sono eccezioni 
pei papi, pei cardinali e per le prime dignit della Chiesa o 
della societ politica. Predicare schiettamente la parola di 
Cristo non  cosa possibile, anzi qualche favoletta intro-
dotta a proposito  utilissima a confermare la devozione. 
Val molto meglio una moltitudine di preti ancorch me-
diocri, che pochi ma buoni. E per finirla, la religione, se-
condo il Pallavicino, non  che un materialismo di esercizi 
meccanici; la morale non  che una ipocrisia di atti ester-
ni; e le conseguenze di ambidue non devono essere che la 
grandezza del papa e della sacra reggia, e l'utilit dei preti. 
Leggendo attentamente la sua Istoria si possono cavare 
pi centinaia di siffatte bestemmie; eppure  l'autore orto-
dosso della Curia, egli, il temerario che taccia di ateismo 
Fr Paolo perch non adorava il berrettino di san Tomma-
so.
Suolsi comunemente obbiettare che quanto il Pallavici-
no  adulatore di Roma altrettanto il Sarpi n' il detrattore; 
il quale propende a favorire la causa dei protestanti, e 
troppo mal cela il suo astio maligno contro i pontefici, de-
generante alcuna volta in tratti satirici e mordaci. A cui 
possono rispondere che quando uom scrive su certi argo-
menti pu proprio dire col poeta, difficile est satyram non 
scribere. Non perci deriva che quei motti pungenti con-
tengano una falsit istorica. Per esempio, se fa dire ad un 
papa che anco le concubine dei preti appartengono al foro 
della Chiesa, gli fa dire niente meno di quanto i canonisti 
della Curia hanno stabilito come una verit irrefragabile; 
se mette in bocca ad alcuni critici, che non sapevano com-
prendere come vi fossero sacramenti detestabili,  una 
conseguenza ovvia di una ridicola decisione dei Padri di 
Trento dove, parlando dei matrimoni clandestini, statuiro-
no che sono veri sacramenti, ma che la Chiesa gli ha sem-
pre detestati; e se fa deridere da alcuni grammatici certe 
locuzioni usate nei decreti conciliari, si  che quelle locu-
zioni sono barbare davvero ed inintelligibili, o per lo me-
no equivoche.
Circa poi a quel preteso astio maligno, ripeter qui 
quello che gi dissi in una Prefazione all'Istoria del Conci-
lio Tridentino. Se uno storico che dice la verit, di cui  in 
debito verso il pubblico, senza passione e senza pregiudi-
zi, si abbia a tacciarlo di maligno solamente perch dicen-
do verit ardite offende gli interessi di persone o corpi po-
tenti, che non si potrebbe dire di Tacito e di Svetonio? Ci 
pei generali: pei particolari  vero che Fr Paolo loda poco 
la corte di Roma, perch vi era poco da lodare; ma se a-
vesse avuto voglia di malignarla, che non avrebbe potuto 
dire sui costumi di Leone X, di Clemente VII, di Paolo III 
e di qualche altro dei loro successori, e persino sul popolo 
romano caduto in tanta pravit, che in occasione di una 
pestilenza, per farla cessare sacrific con tutte le formalit 
pagane un toro agli antichi Dei del Campidoglio? Questo 
fatto, accaduto nel tempo che papa Adriano VI passava da 
Barcellona a Genova, tornava molto acconcio allo storico 
col dove descrive i disordini trovati da quel pontefice al 
suo arrivo in Italia; ed era un filo opportuno per entrare a 
descrivere le corruttele della corte di Roma, la filosofia 
sensuale e l'ateismo pratico de' cortigiani, gl'intrighi de' 
conclavi, le venalit della Dataria, e darei un'idea delle 
famose tasse della Penitenzieria e Cancelleria romana. I 
costumi erano marci a tal segno, che nel piano di riforma 
scritto dai cardinali Contarini, Caraffa, Sadoleto e Polo, 
deputati a quest'ufficio da papa Paolo III, fra moltissime 
brutture si parla del lusso delle meretrici romane che abi-
tavano palagi e uscivano cavalcando mule superbamente 
bardate, e accompagnate da cardinali e prelati che le face-
vano corte: ma si veda con quant'arte e prudenza il Sarpi 
nel darci l'analisi di quel progetto di riforma (nel lib. I, n 
57) abbia evitato di toccare queste scandalose particolari-
t. E quanti episodi non gli avrebbono potuto sommini-
strare le infamie di nipoti e bastardi di papa, massime di 
Alessandro de' Medici figlio di Clemente VII, che svergi-
n quasi tutte le monache di un convento di domenicane, e 
di Pietro Aloisio Farnese figlio di Paolo III che stupr un 
vescovo e n'ebbe assoluzione dal padre come di una inezia 
giovenile? Eppure di queste e di tante altre cose che a-
vrebbono potuto fare al proposito non gi di uno scrittore 
maligno, ma di chiunque avesse voluto ritrarre al naturale 
quali fossero i costumi e la religione di quei tempi, nell'I-
storia del Sarpi non si trova neppure il pi piccolo indizio. 
Stretto al suo argomento, egli non dice che ci che  ne-
cessario e tralascia tutto che  incidentale o superfluo, e la 
sua prudenza and tant'oltre che tacque persino infinite 
particolarit, che, dette, avrebbono potuto apparire poco 
onorevoli al ponteficato o al clero cattolico: le quali poi 
furono imprudentemente rivelate dal suo antagonista Pal-
lavicino.  da questo che sappiamo gli artifizi e le dop-
piezze usate dai legati per deviare le discussioni non favo-
revoli all'interesse romano, e come della riuscita si ap-
plaudissero e la chiamassero una vittoria;  da lui che sap-
piamo come due vescovi vennero ai pugni in pien Conci-
lio e si strapparono la barba; come i Padri di Trento si di-
vertissero con feste da ballo, il che fece ridere alcuni belli 
umori; e i rimorsi che accompagnarono la morte del car-
dinale Crescenzio, e la bottega che delle cose sacre face-
vano i preti in Germania, ed altri pi o meno gravi scanda-
li sopra cui il Sarpi osserva un rigido silenzio.
E infine se lo storico propende a dar ragione ai prote-
stanti,  perch sostanzialmente l'avevano. Altronde vi-
vendo egli assai prossimo a quelli avvenimenti, non pote-
va avere del Concilio di Trento una opinione diversa di 
quella che ne ebbero i contemporanei. Francesco Vargas, 
ambasciatore di Spagna a Roma, autore ortodossissimo e 
che fu presente al Concilio, lo dipinge come un'adunanza 
in cui i soprusi, la prepotenza e la furberia erano i mezzi 
soliti con che i legati pontificii la governavano e ne carpi-
vano i decreti; dove non vi era alcuna libert, anzi era se-
guito un sistema pernicioso e il pi distruttivo della libert 
di quanti si potessero immaginare; dove il papa teneva ve-
scovi salariati per far votare come a lui piaceva; dove 
molti erano ignoranti e non intendevano le materie; dove i 
legati tenevano in sospeso le decisioni, usando mille arti-
fizi, finch udissero come la pensavano a Roma, e lo fa-
cevano deliberare per sorpresa e tumultuariamente. Le let-
tere degli ambasciatori di Francia, l'istoria del Milledonne, 
gli atti del Massarelli, che fu segretario del Concilio, e del 
Paleotti che fu cardinale, e le lettere del Visconti vescovo 
di Ventimiglia, agente del papa a Trento, poi cardinale, e 
altri testimoni oculari e fedeli, confermano le cose mede-
sime, e ne narrano di pi scandalose: in ultimo Cosimo, 
duca di Firenze, quel principe, che se non era buono vole-
va almeno comparire divoto, che contava le ostie consu-
mate nelle chiese in tempo di Pasqua per conoscere se l'e-
resia faceva progressi, che consegnava alla Inquisizione 
monsignor Carnesecchi, che faceva forare la lingua ai be-
stemmiatori; il parente del papa, il suo amico intrinseco, il 
suo fidato consigliere; Cosimo, dico, in una lettera confi-
denziale a papa Pio IV, dice che il Concilio di Trento fu di 
scandalo ai cristiani e di disonore al superiore.
L'assiduit dei preti e un lasso di tre secoli hanno coper-
to di un velo le magagne istoriche, e noi ci siamo avvezza-
ti a vedere quella sinodo sotto un aspetto tutto religioso, 
come gli Dei mitologici, a cui remota antichit dileguava 
l'origine umana; e tanto ci padroneggia quel pregiudizio, 
che a malo stento possiamo persuaderci come quell'atto 
memorabile e riputato di una inspirazione celeste, fosse 
l'effetto di moltiplicati raggiri e di una raffinata astuzia.
Quanto Fr Paolo  storico grave, giudizioso, indipen-
dente da pregiudizi, libero da riguardi, alieno da affetti, e 
colla semplicit e schiettezza de' suoi racconti si guadagna 
la nostra confidenza, altrettanto per titoli opposti ci tiene 
in sulla guardia il Pallavicino. Storico interessato e venale, 
non si vergogna di far pompa della sua parzialit; e 
dimentico del debito suo che  dire il vero senza ira o 
studio di parte, se da un lato ci stomaca colla vilt delle 
sue adulazioni, ci ributta dall'altro co' suoi improperi. Non 
mai nomina Fr Paolo (e il nomina ad ogni pagina) senza 
caricarlo delle pi grossolane ingiurie: empio, ateo, 
ipocrita, uomo senza religione, falsario, bugiardo, 
impostore, calunniatore, apostata, eretico, fautore di 
eretici sono detti e ridetti e straripetuti le tante migliaia di 
volte che finiscono a rendere odioso il Pallavicino 
medesimo, la petulanza di cui arriva al segno di chiamare 
il pi gran genio del suo secolo, uno tra i pi profondi 
teologi, e in pari tempo cos modesto e tanto superiore al 
Pallavicino, di chiamarlo, dico, presuntuoso, ignorante in 
teologia, eccellente in nessuna scienza, e che non ha 
lasciato neppure una memorabile invenzione del suo 
genio. Sono le precise sue parole al lib. VII, cap. 7,  20.
Non voglio perci dire che l'istoria sarpiana sia immune 
da errori; ci accade a tutti gli storici, e molto pi doveva 
accadere a lui che scriveva sopra un argomento misterio-
so, tuttora vergine, e che malgrado la sua industria nel 
procacciarsi i migliori documenti, e nel certificare la veri-
t dei fatti, non poteva riuscire in ogni cosa; quindi com-
mise varie sviste, cadde in alcuni anacronismi, e alcuni 
pochi fatti, su cui non aveva buone notizie, furono da lui o 
inesattamente esposti o esposti fuori di luogo; ma sono per 
lo pi fatti isolati, indifferenti, e che nulla cangiano il so-
stanziale de' racconti o i grandi caratteri dell'istoria. Fu 
dunque una vera ciarlataneria quel catalogo di 360 errori 
che il Pallavicino pose in calce della sua Istoria cui pre-
tende avere cavati da quella di Fr Paolo. Trecento ses-
santa errori, dice Voltaire; ma quali? Gli rimprovera sbagli 
di date e di nomi. Egli stesso fu convinto di altrettanti falli 
quanto il suo avversario, e dove ha ragione non val la fati-
ca di averla. Che importa se una lettera inutile di Leone X 
fu scritta nel 1516 o nel 1517? Che il nunzio Arcimbaldo 
che vendette tante indulgenze, fosse figlio di un mercante 
milanese o genovese? basta il vero che fu mercante d'in-
dulgenze. Ci giova poco che il cardinale Martinusio fosse 
monaco di san Basilio o eremita di san Paolo; bene inte-
ressa di sapere se questo difensore della Transilvania con-
tro i Turchi fu assassinato per comando di Ferdinando I, 
fratello di Carlo V. Infine Sarpi e Pallavicino dissero en-
trambi la verit, ma in modo differente: l'uno da uomo li-
bero e difensore di un Senato libero, e l'altro da gesuita 
che voleva esser cardinale.
Eppure non sempre il gesuita che voleva esser cardinale 
disse la verit. In primo luogo  da annoverarsi l'ignoranza 
o malignit di lui che spesse volte fa dire a Fr Paolo tutto 
il contrario di quello che dice; in secondo luogo, che molti 
fatti gli nega senza prove o sopra falsi supposti; per terzo, 
che il Pallavicino istesso, forzato suo malgrado, nega in 
un luogo quello che confessa poche pagine dopo. In fine 
Pier Francesco Le Courayer, che tradusse in francese e 
coment con molta dottrina la Istoria del Sarpi, prov con 
testimoni irrefragabili che di quei 360 errori affibbiatigli 
dal Pallavicino, 200 almeno sono errori di esso Pallavici-
no; per circa altri 60 conviene con lui, ma posteriori sco-
perte ci hanno convinti che il Sarpi fu assai pi diligente 
indagatore della verit che non il suo avversario, al dosso 
di cui dessi altres caricare questa seconda partita. Il rima-
nente o sono cose su cui il Sarpi pu essere agevolmente 
giustificato, o inezie. Eccone alcuni esempi. Paolo III 
rimproverava l'imperatore Carlo V che nella dieta di Spira 
abbia concesso ad idioti ed eretici giudicare della reli-
gione : cos il Sarpi. Il testo latino da lui compendiato : 
Quod laicos de rebus spiritualibus judicare vis posse; ne-
que laicos, sed nullo discrimine laicos et damnatarum h-
resum assertores. II Pallavicino tratta Fr Paolo da igno-
rante, e dice che la querela del pontefice non era perch 
Cesare volesse ammettere idioti a giudicar punti di reli-
gione; il che Cesare n mai pens, n fu mai immaginato 
dal papa, ma perch voleva ammettere laici; e traduce: 
Che vogliate, anco i laici poter giudicare delle cose spiri-
tuali, e non pure i laici, ma indistintamente eziandio gli 
eretici. Se non erro, la frase sed nullo discrimine laicos 
non vuol gi dire indistintamente, bens laici cavati senza 
distinzione, e fa un senso unico colla seguente frase; quin-
di tradotte benissimo dal Sarpi idioti ed eretici, e cos pure 
intese dallo Sleidano: l'ignorante  dunque il Pallavicino 
che pure registra questo suo granchio nel catalogo dei pre-
tesi errori di Fr Paolo.
Nel racconto delle cose passate tra il medesimo ponte-
fice Paolo III e il duca di Mantova, quando si tratt di 
mettere il Concilio in questa citt, variano nelle circostan-
ze il Sarpi e il Pallavicino; ma  infallibile che il primo 
debb'essere creduto di preferenza, perch era pi a portata 
di avere esatte informazioni. Nel lungo suo soggiorno in 
Mantova pot avere veduto il carteggio originale negli ar-
chivi del duca; o se questo non avvenne, pot procurarselo 
da poi, stante la prossimit di Mantova e Venezia, e le in-
time relazioni che passavano tra il duca e la Repubblica, e 
le amicizie che vi aveva Fr Paolo sia coi Serviti di Man-
tova, sia con persone di quella Corte.
Fr Paolo ricorda una missione secreta affidata dal car-
dinale Gonzaga, presidente del Concilio al suo secretario 
Camillo Oliva. Il Pallavicino lo nega, e dice che quella 
missione fu affidata ad un altro e in tempo diverso. Ma  
impossibile che il Sarpi abbia preso un cos grossolano er-
rore, egli che conobbe personalmente l'Oliva, e ne aveva 
sott'occhio le carte: tutto al pi pu essere che due fossero 
le missioni; l'una ignota al Sarpi, ed  di poca importanza, 
e l'altra al Pallavicino, ed importa assai pi.
Quest'ultimo nega del paro il colloquio passato tra Lu-
tero e Pietro Paolo Vergerio legato del papa in Germania, 
eppure la precisione con cui lo racconta il Sarpi, mostra 
abbastanza che aveva in mano buone memorie sconosciu-
te al Pallavicino; oltrech quel colloquio  pienamente 
conforme alla condotta e al carattere del Vergerio. Infatti il 
gesuita non ebbe cognizione delle opere stampate da que-
sto refrattario della Comunione romana, notissime al Sar-
pi, che pot anco procacciarsi dalla Valtellina (dove il 
Vergerio si trattenne pi anni) i suoi manoscritti col mezzo 
di qualche amico col o di alcuno fra' protestanti grigioni 
che stanziavano a Venezia.
Fr Paolo riferisce che Giorgio di Ataide, teologo del re 
di Portogallo, pochi giorni dopo aver tenuto un molto pro-
fondo e giudicioso discorso intorno alla messa, che non 
piacque alle orecchie romane, part dal Concilio di Trento. 
Il Pallavicino sostiene che quel discorso non fu di Giorgio, 
ma di un altro; e che quello non part da Trento, ma che vi 
era ancora cinque mesi appresso. Quanto al primo fatto, io 
non saprei chi dei due possa aver ragione; ben credo di 
poter dire che i documenti addotti dal gesuita non hanno 
alcun carattere ufficiale quand'anco gli avesse citati esat-
tamente; d'altra parte si scorge che Fr Paolo aveva 
sott'occhio l'intiero discorso dell'Ataide di cui d una 
compiuta analisi, mentre il Pallavicino non vide che un 
compendio assai ristretto. Che poi Giorgio di Ataide non 
abbia pi figurato al Concilio di Trento,  un fatto innega-
bile e che risulta dal confronto dei cataloghi ufficiali 
stampati a Brescia e a Riva, veduti e citati dal Sarpi e sco-
nosciuti dal Pallavicino. Quanto alla lettera che cinque 
mesi dopo, ad istanza del nuovo ambasciatore di Portogal-
lo, scrisse il cardinal Borromeo ai legati, pregando di ono-
rare e favorire l'Ataide, non so se supponga che Giorgio 
fosse ancora a Trento, o se dica che aveva intenzione di 
tornarvi; ma anco nel primo caso, pu ben essere che 
l'ambasciatore, e il cardinale lo credessero a Trento, quan-
do ne era gi partito da pi mesi. Il vero  che la lettera 
del cardinale fu scritta nel mese di dicembre 1562, e nei 
cataloghi dei Padri tridentini posteriori al mese di luglio 
non si trova pi il nome di quel teologo, segno evidente 
che pi non vi era.
Infine importa ben da senno a chi vive due o tre secoli 
pi tardi la questione se Francesco Chieregato fosse ve-
scovo di Fabiano o di Tramo: quello che voglio sapere  
se Fr Paolo possedette veramente il suo Diario, ed  ap-
punto ci che il Pallavicino non nega: che importa se un 
tale editto contenesse 37 capi o solo 35? se un concistoro 
sta stato tenuto al d 12 o al d 13? se un corriere abbia 
tardato due giorni, ovvero sei giorni? se un dispaccio sia 
stato portato da un postiglione o da un vescovo? se una 
congregazione fu tenuta la mattina o la sera, e se il primo 
a parlare fu Tizio ovvero Sempronio? Di simili minuscoli, 
oltre che n' pieno il Pallavicino medesimo, il diligentis-
simo Porcacchi ne ha rilevato innumerevoli nelle istorie 
del Guicciardini; n perci vi fu alcuno mai che abbia pre-
teso di farne aggravio alla sostanziale veracit di quello 
storico. Anzi qualunque istorico si esamini, dai pi antichi 
ai pi moderni, ve ne ha neppur uno a cui non si possa 
rimproverare di cos fatte inezie che possono forse inte-
ressare i dilettanti di gazzette, ma di cui non si cura un let-
tore sensato.
Beato il Pallavicino se le colpe imputate alla sua Istoria 
si riducessero a cos poco; ma il padre Bergantini in un 
breve confronto che fece delle due opere, in quella del 
cardinale rilev colla scorta di autentici testimoni quattro 
grosse falsificazioni di documenti e di fatti di radicale im-
portanza nel solo capo 7 del libro 16; tre altre nel capo 11 
ed una nel capo 12. E il pi bello si  che il gesuita dopo 
di avere per tal forma violata la verit collo scopo di con-
traddire Fr Paolo, tributa a questo i titoli di bugiardo, ca-
lunniatore, falsario. Otto falsificazioni nel contenuto di 
pochi fogli, danno una cattiva idea di tutto il resto. Altre 
gliene imputa il cardinale Querini; monsignor Mansi pub-
blic una istruzione data dal papa al cardinal Morone che 
n per la data n per il contenuto si somiglia a quella rife-
rita dal Pallavicino; e i sei tomi in 4 di Monumenti relati-
vi all'Istoria del Concilio Tridentino pubblicati da Judocus 
Le Plaet, teologo di Lovanio, offrono altrettante prove del-
la veracit di Fr Paolo e della mala fede del Pallavicino. 
Quella collezione, che  assai preziosa, fu molto mal ve-
duta dai curiali che ne mossero aspre persecuzioni all'au-
tore, sino a sollevargli contro i suoi scolari e a farlo cac-
ciare dalla Universit; e avrebbe patito di peggio, se a loro 
non lo sottraeva il patrocinio liberale di Giuseppe II. Infi-
ne  da sapersi che il padre Buonfigliuolo Capra, servita 
luganese, sussidiato dal padre Bergantini, aveva occupata 
una parte della sua vita a documentare l'Istoria del Conci-
lio Tridentino di Fr Paolo, ed asseriva, non esservi cosa 
che non fosse provata o non potesse giustificarsi. Ma il 
suo lavoro, condotto quasi a pieno compimento quando la 
morte lo sopraggiunse, per nell'incendio che arse (non a 
caso, si crede) il convento dei Servi di Venezia nel 1769.
La locuzione del Pallavicino  purissima, e financo af-
fettata e leziosa; il che, a chi non  linguista, pu dispiace-
re perch si vede l'arte, non mai la natura. Ma lo stile  
slombato, noiosissimo, contaminato troppo spesso da me-
tafore ridicole che puzzano il mal gusto del Seicento; gli 
ornamenti leccati, i pensieri lambiccati, o gonfi, o diluiti 
in una faraggine di parole scelte senza rispetto alle loro 
propriet etimologiche e alla opportunit, s che diventano 
intralciati ed oscuri; molti anco sono falsi, n si aggirano 
che su bisticchi o cavillazioni.
Nel disegno non ha n proporzione n economia. Difet-
tosa la narrativa per poco ordine e molti interrompimenti. 
Senza preparazione ci fa saltare da un argomento all'altro; 
e senza bisogno, e quando  necessario di correre innanzi, 
ci ferma di punto per farci intendere le noiose sue ciance. 
Difetta di erudizione e di critica, ha poca cognizione della 
teologia positiva, nella giurisprudenza canonica non esce 
mai dalla carraia dei decretalisti, nei punti conversi parte 
quasi sempre da una petizione di principio, vizio logico, 
comune a quasi tutti i controversisti di Curia; inchiavato 
da' suoi pregiudizi di educazione e di corpo, non vede ol-
tre il presente, sua legge invariabile, e non sa mai slan-
ciarsi alle istituzioni primordiali della Chiesa, e seguirne 
da istorico le variazioni e le conseguenze; quindi avviene 
che male intende e peggio risponde al Sarpi, e confonden-
do tempi e cose, cade in isbagli grossolani di cui pretende 
poi far onore al suo avversario. Nello sviluppare le mate-
rie conciliari, non ha l'arte di compendiarle e di spremerne 
soltanto quel midollo che importa a sapersi, e presentarlo 
con brevit e chiarezza; ma prolisso, e pi teologo scola-
stico che istorico, pi contenzioso che narratore, si ti atte-
dia che se non hai la pazienza di sant'Antonio,  forza la-
sciar cadere il libro di mano e cedere al sonno.
Arrogi a questo il vizioso metodo che fu obbligato a 
prescegliere. Essendogli stato comandato di confutare fat-
to per fatto l'Istoria del Sarpi, gli fu forza entrare quasi ad 
ogni pagina in minuti ragguagli, e trattenersi in lungherie 
contenziose che ingenerano lassezza; oltredich il sentirsi 
ripetere ad ogni pagina una querimonia non mai disgiunta 
da ingiurie contro il Soave, e pendanteggiarlo sulle pi 
piccole inezie, il lettore prende curiosit dell'Istoria sar-
piana, s'infastidisce del Pallavicino, e manda in mala cro-
ce il suo libro. In ci fu di lui pi felice il Baronio, che, 
scrivendo i suoi Annali contro i Centuriatori di Madde-
borgo, ebbe il buon senso di non entrare in diretta contro-
versia con loro. Quindi il suo giudizio, non riscaldato dal-
lo spirito di disputa, si mantenne pi pacato e pi coscien-
zioso; e malgrado le sue prevenzioni e i moltissimi errori 
in cui cadde, gli Annali che lo hanno immortalato, sono 
cercati e letti ugualmente dai cattolici e dai protestanti.
Non voglio per inferire che l'Istoria del Pallavicino sia 
assolutamente priva di merito. Quantunque in tutto che 
dice non sia da credergli ad occhi chiusi, ci somministr 
nuovi lumi, rettific molti fatti male espressi dal Sarpi, al-
tri ne espose che innanzi erano ignoti; ed ove si riducano 
al giusto valore quel suo linguaggio tortuoso e gesuitico, 
quelle sue espressioni piene di ambiguit, e quelle adula-
tive esagerazioni, e ricordi il lettore che ha innanzi non 
uno storico ma un panegirista, non un narratore coscien-
zioso, ma uno scrittore che sacrifica la verit ai pregiudizi 
personali e allo spirito di setta, si trover che l'Istoria del 
Pallavicino serve a confermare in massima quella di Fr 
Paolo. O si legga l'uno, o si legga l'altro, il Concilio di 
Trento appare pur sempre coi medesimi intrighi, e la Corte 
di Roma colle steste versuzie: la sola differenza  questa, 
che Fr Paolo giudica da rigido censore che trova tutto 
cattivo, e il Pallavicino da prezzolato adulatore che trova 
tutto buono.
In mal punto fu pubblicata la sua Istoria dal Pallavicino, 
e poco stette che non costasse nuove mortificazioni alla 
sua Compagnia.
Erano gi 50 anni da che ella era bandita da Venezia; e 
nel corso di un mezzo secolo, anzich allenirsi l'animad-
versione, si era sempre alimentata, riproducendo di quan-
do in quando decreti odiosi contro a' gesuiti, durante che i 
gesuiti mai non mancavano di nuocere alla Repubblica. La 
quale, considerandoli come una societ di appestati, aveva 
proibito sotto pene severissime di avere comunicazione o 
carteggio che siasi con loro. Sopravvenne intanto la famo-
sa guerra di Candia cominciata nel 1645, e terminata, do-
po un assedio di oltre 20 anni, e colla quasi totale cessione 
di quell'isola ai Turchi, nel 1669: guerra che fu una vora-
gine infinita di tesori, e cost alla Repubblica di San Mar-
co la somma spaventevole di oltre 500 milioni di franchi. 
Venezia era quindi bisognosa delle grazie de' pontefici, i 
quali, trattandosi di una guerra contro a' Turchi, fornivano 
denaro o ne promettevano. Fino dal 1653 i gesuiti, profit-
tando delle angustie di lei, col mezzo del loro preposito 
generale Cosimo Nichel, profersero nella loro povert cui 
tenevano carissima 150,000 ducati veneziani (750,000 
franchi) da esborsarsi in due mesi, colla tacita condizione 
di essere ricevuti in Venezia; ma la Repubblica, non sedot-
ta da una somma di cui aveva un pressantissimo bisogno, 
la rigett. Due anni dopo fu assunto al pontificato Fabio 
Chigi da Siena, detto Alessandro VII, i nipoti del quale, 
ambiziosi di sollevarsi allo stato di principi, e sfoggiare in 
magnificenze, spiavano tutte le vie per trovar denari. Di 
che accortisi i gesuiti, fecero larghe proferte al pontefice 
cos per usarne a servigio della sua casa come per sovve-
nire la Repubblica. Allora cominciarono nuove trattative 
per restituire que' frati in Venezia, secondate anco dalla 
Francia, le quali dopo molte difficolt furono conchiuse a' 
19 gennaio 1657. Poco dopo usc il secondo volume della 
Istoria pallaviciniana, di cui il primo era gi comparso 
l'anno antecedente. L'autore che si persuadeva essersi fatto 
un merito colla Repubblica, perch nel suo libro l'aveva 
cuccoveggiata colle pi lusinghiere adulazioni, e l'acca-
rezzava allora, promettendole gran cose a nome del ponte-
fice, chiese che la sua opera potesse essere ristampata a 
Venezia. Ma i Dieci la misero al bando, e statuirono pene 
rigorosissime a chiunque la introducesse nello Stato. E 
perch la Corte di Roma non prendesse l'iniziativa, il Se-
nato ne fece, per Angelo Corrario suo ambasciatore, la-
mentanza al papa. Erano scorsi ormai sette lustri da che 
Fr Paolo era morto; tutti quelli che avevano con lui vin-
coli di amicizia erano calati nel sepolcro; Fr Fulgenzio, 
ultimo attore di quel memorabil dramma, era anch'egli da 
due anni sparito dalla scena: nuova la generazione presen-
te, i gesuiti tornati a Venezia, eppure non era scemato an-
cora l'affetto antico pel grand'uomo, ancora lo stesso amo-
re per lui, la stessa sollecitudine a difendere la fama come 
ne aveva difeso la vita, e a vendicarlo dalle ingiurie che il 
governo si attribuiva come se fossero fatte a lui. E l'ingiu-
riatore era uomo potente, segretario ed intimo amico di un 
papa; e in quelle ardue circostanze poteva giovare o nuo-
cere. Eppure il governo fu irremovibile, e traendo argo-
mento da quella Istoria che i gesuiti erano tuttora i mede-
simi di 50 anni innanzi, gli assoggett a dure condizioni. 
Non restitu i beni, gli obblig a comperare a suon di con-
tanti il locale per stabilirvisi, limit il loro insegnamento, 
gli sottopose ad una rigida polizia; e quasi volesse metafo-
ricamente far loro intendere i suoi pensieri e le sue minac-
ce, per ultimo segno di umiliazione, nelle processioni 
pubbliche assegn ai gesuiti il posto tra le confratrie di 
San Marco e di San Teodoro.  noto che i malfattori sole-
vano essere giustiziati sulla Piazzetta fra mezzo alle due 
colonne dette di San Marco e di San Teodoro. Il Pallavici-
no ricompensato dal papa della dignit cardinalizia, e fatto 
suo segretario, offr i suoi buoni uffici in servizio della 
Repubblica, e di procurarle dal pontefice larghi sussidi. In 
una nuova edizione offr di levare dal suo libro alcuni trat-
ti ingiuriosi alla memoria del consultore. Indarno: Corra-
rio rispose che il Consiglio dei dieci l'aveva trovato tutto 
calunnioso: non pot mai ottenere la rivocazione del ban-
do, e finch visse quella Repubblica la sua Istoria rest 
proscritta sempre dal veneto dominio. Singolare contrad-
dizione de' pensieri umani: quello stesso principio per cui 
a Roma era il Sarpi stimato eretico, e quindi fulminato il 
suo libro, e approvato quello del Pallavicino, lo faceva a 
Venezia stimare ortodosso, e perci approvato il suo libro, 
e fulminato quello del Pallavicino. Il tempo, che rettifica 
le opinioni e riforma i giudizi del mondo, ha dato ragione 
a Venezia, e l'Istoria del cardinale, malgrado la ciarlatane-
ria con cui fa messa in voga e spacciata come un oracolo 
di verit,  ora pi ricordata che letta: col tempo sar anco 
dimenticata, i suoi fautori medesimi lo confessano. Difetti 
di gusto nello stile, parzialit decisa nella narrazione, ser-
vilit nello scrittore, errori di opinioni e di fatto rivelati 
dai progressi del pensiero e dalle nuove scoperte istoriche, 
hanno omai fatto rigettare quest'opera fra que' vecchi mo-
numenti che attestano non tanto gli sforzi tenaci dello spi-
rito romano per resistere all'impeto distruggitore che lo 
invade d'ogni intorno, quanto l'inutilit della sua resisten-
za, e una prova del perenne suo decadimento.
CAPO VENTESIMONONO
(1619). L'ultima congiura contro la Repubblica, avendo 
eccitata la diffidenza del governo e rinnovate con maggio-
re severit di prima le leggi che proibivano alle persone 
pubbliche di trattener relazioni con ambasciatori e loro 
aderenti, obblig Fr Paolo a interrompere ogni carteggio 
co' suoi amici di Francia. Quindi il suo vivere divenne an-
cora pi monotono. I ripetuti tentativi contro di lui e la et 
crescente e prostrata man mano dalle infermit, lo teneva-
no come imprigionato: usciva di rado e solo per gli affari 
del suo impiego, non si allontanava pi da Venezia, am-
metteva poche visite di forestieri; e per maggior cautela 
l'Inquisizione di Stato assoggettava ad una rigida vigilan-
za, e direi quasi ad una malleveria i frati del convento, fa-
ceva spiare la condotta e i rapporti di ciascuno, allontana-
re i sospetti, e i forestieri teneva attentamente di vista.
In compenso Fr Paolo era ad ogni momento visitato 
da' primari patrizi e cittadini. I giovani nobili, e quelli 
specialmente destinati alla magistratura di Savi agli Ordi-
ni, andavano da lui ad apprendere le regole della prudenza 
civile. Era, per cos dire, il precettore di una nuova gene-
razione; e quel portentoso numero di eroi, di che abbond 
Venezia nella famosa guerra di Candia, furono in gran 
parte alunni del Sarpi e di Domenico Molino, uomini qua-
si pari per scienza, nulla dissimili per modestia e virt cit-
tadine: tanto bastano pochi uomini a informare coll'esem-
pio la moltitudine, e infonderle massime di dedizione alla 
patria.
A folla accorrevano eziandio i particolari di Venezia e 
delle provincie a consultarlo da' loro privati affari; ed egli, 
sempre amorevole, tutti accoglieva con eguale affabilit, e 
imparziale ed amico del giusto, li consigliava nel modo 
pi conveniente ad evitare le spese e i disturbi, o a pre-
scindere se la causa era ingiusta o poco probabile; s che 
molti deponevano nel suo arbitrio la decisione della lite. E 
l'esperienza confermando i suoi giudizi, egli si era acqui-
stato fama quasi di oracolo. Di tanta affluenza di negozi in 
che ogni altro, bench onesto giureconsulto, avrebbe potu-
to accumulare non lieve peculio, il Sarpi non trasse mai 
profitto alcuno; e non che il pagamento ricusava i doni, s 
che la povert in cui fu trovato dopo morte fece meravi-
glia anco ai pi indifferenti. Anzi questo suo alienamento 
da ogni cupidit od ambizione era cos conosciuto e con-
fessato anco in Roma, che i cortigiani erano soliti dire che 
l'avrebbono vinto, se per questo lato avessero potuto appi-
gliarlo.
Ci nulla ostante Fr Paolo era uno di quei frati che 
fanno la fortuna del loro convento. Non era un santo, non 
faceva miracoli, non sanava dalle infermit con pregiudi-
zio dei medici, non spacciava amuleti sacri pel dolore dei 
denti o per la quartana, e neppure valeva al confessiona-
rio, miniera di limosine a chi sa bene palpare i pinzocheri. 
Ma il concorso delle persone che per curiosit o per affari 
andavano a lui aumentavano le beneficenze a pro dei Ser-
viti; il che era uno stimolo a invigilare la conservazione di 
un uomo i servigi e la fama del quale contribuivano a te-
nere bene edificate le loro canove e le loro dispense.
Non vi era viaggiatore che non fosse desideroso di ve-
dere e conoscere il Sarpi. Due qualit di persone princi-
palmente dimostravano all'estremo una tale curiosit: i 
cherici che venivano da Roma, e i protestanti: quelli per 
vedere l'umil frate che teneva in tanto stupore la Corte 
santa, e questi per vedere il grand'uomo che aveva riem-
piuto della sua fama il mondo. Se non avevano relazione 
coi nobili, erano costretti dirigersi ai frati e aspettarlo in 
chiesa o in sagrestia quando andava a dir messa o a canta-
re in coro; o pazientare in qualche bottega della Merceria 
per vederlo di passaggio quando si recava a San Marco.
In quest'anno giunse a Venezia Francesco Aarsens di 
Sommelsdick mandato dalla Repubblica di Olanda a ratti-
ficare la nuova legge test conchiusa fra i due governi e 
proporre altri negozi di comune interesse. Il quale amba-
sciatore si mostr desiderosissimo di conoscere personal-
mente Fr Paolo e avere qualche abboccamento con lui, 
come gi il suo antecessore Van der Myle; ma pei rigori 
sopraddetti non si poteva senza una speciale permissione 
del Collegio. Essendo l'Aarsens personaggio accettissimo 
alla Repubblica l'avrebbe forse non difficilmente ottenuto 
se fosse piaciuto al consultore, ma questi, per rispetti pru-
dentissimi, non credette di darvi il suo assenso. Memore 
dei disgusti che aveva patito quando il primo ambasciato-
re di Olanda venne a Venezia, avvisava che un congresso 
famigliare con un altro ambasciatore eterodosso avrebbe 
potuto dare appicco a' suoi nemici di opporgli qualche ag-
gravio, molto pi che i tempi erano assai difficili e pieni di 
sospetti per gli accidenti passati l'anno innanzi, e che ap-
punto allora era uscita alla luce l'Istoria del Concilio Tri-
dentino, ed i curialisti stavano attentissimi a spiare ogni 
suo politico o privato andamento; per cui quell'abbocca-
mento se poteva lusingare la vanit, poteva altres incre-
scere per ingrate conseguenze, che un uomo nella posizio-
ne di Fr Paolo doveva prevedere.
Quindi non so se fu a caso o per una convenzione stabi-
lita col Collegio che l'Aarsens pot satisfare in parte al suo 
desiderio. Imperocch, essendosi recato, in compagnia del 
senatore Giustiniani che gli era stato dato per guida, 
nell'anti-secreta per sentirsi leggere, com'era l'uso, la ri-
sposta alla nota da lui presentata al Senato, vide col Fr 
Paolo che passava da quella camera per andare nella Se-
greta, ossia archivio di Stato. Del quale fortunoso incontro 
rallegrandosi l'ambasciatore col Giustiniani, disse: Sono 
contento di aver veduto questo grand'uomo, il pi cospi-
cuo di Europa, che mi parrebbe poco disgusto se dovessi 
ritornarmene senza essere riuscito nella mia missione; 
stimando che ho bene impiegato la fatica e la spesa del vi-
aggio.
II cardinale Pallavicino narra il fatto con circostanze 
molto diverse. Porto intiero il paragrafo perch non si tro-
va in tutti gli esemplari della seconda edizione della sua 
Istoria del Concilio di Trento, n in tutte le ristampe che 
ne furono fatte da poi.  nella introduzione, Capo II in fi-
ne.
Mi d materia di confermar con un vivente ragguarde-
vole testimonio quel che ho detto fin ad ora intorno alla 
religione e alla passion del Soave, su la cui fede s'appog-
gia la sua Istoria da me impugnata: una contezza che al 
signor di Lionne, quel gran ministro del cristianissimo re 
Luigi XIV  ora piaciuto di comunicarmi per suo zelo ver-
so la causa cattolica. S che io per aggiunger ci, reputo 
buono il mutar questo foglio nelle copie dell'Opera non 
ancora sparse. Ella , che essendo mandato il signor di 
Sommerdit per ambasciatore de' signori Olandesi alla pa-
tria del Soave, ed avuta quivi da lui opportunit di parlar-
gli trascorsivamente, il Soave gli disse: mi rallegro som-
mamente d'esser vissuto fin a tanto che io abbia veduto 
nella mia patria un rappresentator di quella Repubblica, la 
qual conosce meco questa verit; che il romano pontefice 
 l'Anticristo. Tutto questo aveva narrato al prenominato 
signor di Lionne il signor di Zuilicom, che era allora in 
compagnia del prenominato ambasciatore, e fu poi segre-
tario del principe d'Oranges; e l'ha scritto (il Lionne) 
poc'anzi di suo carattere in una carta che sta in mia mano 
(dell'11 aprile 1665).
Se i documenti serviti per la sua Istoria sono tutti auten-
tici come questo, avremmo un'altra prova che il Pallavici-
no non tanto curava la verit quanto di trovar materia per 
calunniare Fr Paolo. Tralascio che l'aneddoto pallavici-
niano viene un po' tardi comparendo alla luce 46 anni do-
po l'avvenimento; e che l'autorit del ministro francese, 
partigiano dei gesuiti, pu essere alquanto sospetta, e pi 
sospetta ancora la sua memoria: ben prego il giudizioso 
lettore a conciliarlo, se sia possibile, colla minima vero-
simiglianza. Non vi voleva che la malignit o la leggerez-
za del Pallavicino per credere che il Sarpi, quel frate tanto 
scaltro e cauteloso, potesse fare una cos matta dichiara-
zione in una sala del palazzo ducale, in presenza di un se-
natore, di segretari, di subalterni, e dei forestieri che com-
ponevano il sguito dell'ambasciatore di Olanda, dove in 
ogni paio d'orecchie doveva temere o due imprudenti o 
due spie. Egli era teologo e consultore di Stato, era stima-
to dai Veneziani un buono ortodosso, la Repubblica lo di-
fendeva come tale, e per ci era andata incontro ad assai 
dispareri colla Corte di Roma: ma la confessione soprad-
detta inferiva sentimenti ben diversi; rivelava da stolto 
quella ipocrisia che, al dire de' curiali, con tanto studio 
cercava di nascondere, dimostrava che il suo principe era 
ingannato e sedotto e lui un traditore: delitti irredimibili a 
Venezia. Pu essere che Fr Paolo trattenuto dal Giusti-
niani, in luogo cos pubblico e in presenza di tante perso-
ne, si sia fermato a breve complimento di convenienza 
coll'ambasciatore; ma che tenesse un discorso tanto strano 
e cos fuor di proposito, non era cosa n da Sarpi n da chi 
che siasi altro che avesse bricciolo di cervello in testa.
Arrogi che il Pallavicino o il Lionne, o qualunque sia 
l'impostore che fa parlare Fr Paolo, non si accorse di a-
vergli messo in bocca una assurdit. A patto niuno poteva 
egli rallegrarsi coll'Aarsens come s'e' fosse il primo amba-
sciatore olandese andato a Venezia; mentre niuno meglio 
di lui sapeva che un altro ve n'era stato dieci anni prima. 
Ma il cardinale non era tenuto n a critica, n a coscienza, 
e lui; solo aveva il privilegio di spacciar racconti, i quali, 
purch facessero alla sua intesa, poco badava se erano veri 
o falsi.
E la falsit di questo  cos flagrante che l'ex-gesuita 
Francesco Zaccaria, curialista maniaco, pieno di fiele con-
tro il Sarpi e lodatore scorporato del cardinale suo conset-
tario, nella nuova edizione della di lui Istoria del Concilio 
di Trento, Faenza 1792-97, omise al tutto la rara notizia 
fingendo d'ignorarla, stantech non  nella prima edizione 
autografa del 1656 e neppure in tutti gli esemplari della 
seconda del 1664. Ma il suo infingimento  una pretta so-
perchieria, perch aveva sott'occhio e le Memorie del Gri-
sellini che cita quell'aneddoto (senza averlo veduto), e un 
passo dell'Amelot che sodamente lo confuta, e il Diziona-
rio di Bayle che ne parla all'articolo Aarsens, ed egli stes-
so nella sua dissertazione critica riferisce un capo di lette-
ra del Pallavicino in cui ricorda il documento Zuilicom e 
la mutazione fatta per esso alla Istoria.
Colgo l'occasione per ricordare un altro aneddoto in 
prova della buona fede che mettono i Curiali nelle loro ri-
cerche. Il padre Graveson, domenicano, si scalda molto 
contro il Sarpi, perch, secondo lui, incus di eresia il ce-
lebre e sfortunato Bartolomeo Carranza, arcivescovo di 
Toledo e domenicano egli pure. A chi ha letto la Storia 
della Inquisizione di Spagna di Antonio Llorente sono no-
te le sventure di questo virtuoso prelato, che calunniato 
dalla invidia, perseguitato dal Sant'Offizio, carcerato in 
Ispagna, mandato a Roma dopo 28 anni di affanni e di 
prigionia, mor nel 1576 pochi giorni dopo che fu liberato 
da papa Gregorio XIII. Fr Paolo nella sua Istoria ne parla 
con onore, il Pallavicino con malignit mentre lo imputa 
di corrotta fede e di sinistra credenza; indi usando la con-
sueta sua franchezza carica delle sue menzogne le povere 
spalle del Sarpi. Il Graveson, non potendo sfogarsi contro 
il Pallavicino, se la prese contro quest'ultimo, usando le 
seguenti espressioni:  egli eretico lo scrittore che sotto 
il mentito nome di Pietro Soave Polano pubblic una Isto-
ria del Concilio Tridentino, e che ha avuto la temerit di 
contare fra gli eretici Bartolomeo Carranza. Il servita 
Bergantini, uomo pieno di buon senso e di rettitudine, non 
pot frenare il suo sdegno al leggere tali falsit, e 
incontratosi in Roma col Graveson gliene fece un leale 
rimprovero, ed egli se ne scus dicendo: Caro voi, cos 
conviensi scrivere, scrivendosi in Roma.
(1619-20). Le difficolt incontrate dall'Aarsens per ve-
dere Fr Paolo non le incontr il celebre Giovanni Daill 
calvinista, dottissimo uomo nelle antichit ecclesiastiche, 
e autore di un pregevole trattato sull'Uso dei Padri della 
Chiesa. Semplice viaggiatore ed aio di due nipoti di Filip-
po Duplessis Mornay, la sua condizione privata era molto 
diversa da quella di un ambasciatore. Egli portava lettere 
commendatizie di Filippo, ed ordine d presentare all'esi-
mio frate i suoi giovani allievi: uno di questi inferm a 
Mantova, e Daill per cansare le vessazioni del Sant'Offi-
zio, che avrebbe voluto convertirlo per forza, lo fece tra-
sportare a Padova dove mor. Volendo quindi mandarne il 
cadavere in Francia, gli uffici di Fr Paolo valsero ad ot-
tenergli prontamente dal governo veneto i passaporti ne-
cessari. A' d nostri anco in Roma non vi sarebbe prelato, 
se non  vandalo od incivile, che non volesse fare lo stes-
so; ma per quei tempi un atto di urbanit era una eresia.
Daill, o fosse il disgusto che provano di solito i Fran-
cesi quando escono dal paese natio, o l'intolleranza e le 
vessazioni continue a cui erano esposti in Italia gli etero-
dossi, si lagnava di non avere cavato altro profitto da quel 
suo viaggio tranne l'amicizia di Fr Paolo, col quale, nella 
sua dimora a Venezia, soleva trattenersi quasi ogni giorno. 
Il buon frate (narra il figliuolo di Daill nella vita che 
scrisse di suo padre) gli aveva preso tale affezione che fe-
ce ogni sforzo, unitamente al medico Asselineau, per fare 
che col si fermasse. Ma e' volle tornarsene in Francia 
dove fu ministro della Chiesa di Saumur, poi di quella di 
Parigi.
Noto qui due anacronismi del Grisellini: il primo che 
Daill andasse a Venezia nel 1608, e l'altro che l'Aarsens 
vi andasse nel 1609. Quanto al Daill, Bayle ci fa sapere 
che part co' suoi allievi da Saumur al principio dell'au-
tunno del 1619 e che, visitata l'Italia, la Svizzera, la Ger-
mania, i Paesi Bassi, l'Olanda e l'Inghilterra, rimpatri sul 
finire del 1621: bisogna dunque ch'ei fosse in Venezia du-
rante l'inverno tra 'l 1619 e il 1620. E del-l'Aarsens Batti-
sta Nani dice positivamente che and a Venezia nel 1619. 
La lettera di Fr Paolo 30 marzo 1609 citata dal Grisellini 
non allude all'Aarsens, ma a Cornelio Vander Myle.
(1620). Continuava intanto Fr Paolo le sue occupazio-
ni a favore della cosa pubblica. L'elezione di un suddiaco-
no fatta dal patriarca e contrastata dal Capitolo indusse il 
Consiglio de' dieci a correggere alcuni abusi ecclesiastici 
che intaccavano l'autorit del secolare. Fino dal 1525 la 
Repubblica aveva ottenuto da Clemente VII una Bolla per 
la quale era concesso a' dogi d'intromettersi e di riformare 
le elezioni de' beneficiati alle pievi e titoli di Venezia.  
stile consueto della cancelleria romana, dice Fr Paolo, 
quando il pontefice concede alcuna grazia, deputare nella 
Bolla tre ecclesiastici esecutori, colla clausola che tutti tre 
insieme, o due di essi, o ancora un solo mantengano la 
grazia concessa. E se gli esecutori sono nominati col no-
me proprio, quella facolt s'estingue colla loro vita; ma se 
sono nominati col solo titolo della dignit senza alcun 
proprio, non solo comprende quelli che si trovano qualifi-
cati della dignit nel tempo della spedizione delle Bolle, 
ma ancora i successori della dignit stessa: sicch morti 
quelli, la persona a cui appartiene pu chiamare cos bene 
uno o pi de' successori in perpetuo. Il nunzio impugna-
va questa Bolla Clementina, e pretendeva che, morti i 
conservatori vecchi, fosse necessario ricorrere a Roma per 
eleggerne dei nuovi; ma il Sarpi dimostra ci essere con-
trario alle massime istesse dell'ius pontificio, e all'uso fino 
allora stabilito, ed essere in piena facolt del doge di eleg-
gere a conservatore ed esecutore della Bolla cui pi gli 
piacesse. Questa massima dava all'autorit civile grande 
indipendenza e le attribuiva la pi estesa facolt per impe-
dire i disordini e i soprusi nella nominazione ai beneficii, 
e tagliava di corto le liti decidendole senza bisogno di ri-
correre a Roma dove erano tirate per le lunghe con inco-
modo e spesa de' privati e pregiudizio della potest civile. 
Fr Paolo riconosce e professa in pi luoghi dei suoi scrit-
ti in principio che la potest ecclesiastica non si estende al 
di l delle cose spirituali, ed anzi  il primo che l'abbia 
sviluppato con chiarezza e istorica precisione; ma l'et 
non essendo anco matura per ridurlo in pratica, a sparmio 
di dispute preferiva, ad occasione opportuna, di combatte-
re le pretese de' Curiali colle istesse loro armi, come nel 
caso anzidetto. And pi oltre nel seguente.
(1621). Un pievano, la cui elezione era stata riprovata 
dal patriarca, aveva appellato alla nunciatura e impetrato 
Brevi da Roma, donde nacque un conflitto di giurisdizio-
ne. La Corte romana, a viemmeglio dominare i popoli, a-
veva introdotti negli Stati altrui i tribunali della nunciatura 
rappresentati dai nunci, che a loro avvocavano le cause 
dette ecclesiastiche frodandone i giudici naturali con dan-
no de' particolari e profitto della Curia, che ne traeva da-
nari e potenza. Le esorbitanze di questo tribunale e le sue 
usurpazioni sulla autorit politica obblig i re di Francia, 
di Spagna e di Napoli, e i principi di Fiandra a circoscri-
verlo con leggi repressive. La Repubblica aveva fatto lo 
stesso in varii tempi: nel 1613 proib a' ministri secolari di 
eseguir decreti di tribunali ecclesiastici esistenti fuori del-
lo Stato, e proib lo stesso a' tribunali ecclesiastici del pae-
se quando non ne fossero licenziati dal governo; nel 1615 
proib l'esecuzione di Bolle citatorie o monitorie e simili 
senza l'approvazione del Senato: ma con questo non ces-
sarono gli abusi; anzi nella provincia di Bergamo si erano 
moltiplicati con grave discomodo delle persone. Ad ogni 
minimo litigio per un beneficio, ad ogni minimo litigio tra' 
vicari e giusdicenti, erano invocati monitorii da Roma: un 
prete chiamato ad ufficiare in una cappella domestica 
spinse l'audacia di far intimare ai patroni di essa una sco-
munica se non riducevano quella officiatura privata in be-
neficio perpetuo. Il che fece dire a Fr Paolo: L'ufficio 
dell'auditore della Camera romana concede monitorii a pe-
tizione di qualunque persona non solo ecclesiastica, ma 
anco secolare, in qualsivoglia genere di causa, nessuna 
eccettuata; sempre per con clausola salutare in fine, che 
chi  aggravato compari. La quale cosa serve non sola-
mente al profitto presente che l'officio trae, ma anco ad 
acquistare giurisdizione; perch chi ha speso impetrandoli, 
usa ogni arte acciocch lo speso non sia perduto.
Il disordine and tant'oltre che vi furono Comunit che 
invocarono Brevi da Roma onde conseguire la fertilit ai 
loro campi., o preservarli dalla gragnuola o dai topi o da 
altre calamit naturali; e Dio guardi, diceva Fr Paolo, che 
i Romani le disingannassero da una superstizione tanto 
contraria alla dottrina cristiana.
Simili imposture non succedevano solamente in quella 
et superstiziosa e incivile; che anco al principio del secol 
nostro, nel 1803, papa Pio VII concedette a quelli di 
Merate, borgo del Milanese, un Breve di scomunica 
contro le cavallette che devastavano i loro campi; e fra le 
cose singolari contenute in quel Breve  portata come 
probabile l'opinione de' teologi scolastici che risguardano 
gl'insetti nocivi come abitati di spiriti infernali. E poi si 
dice che il papa non  infallibile!!
La gola del denaro induceva i tribunali dei cherici a 
commettere abusi non meno riprovevoli: Gli auditori de' 
nunzi che attendono al tribunale delle cause, dice il Sarpi 
in altro suo scritto, concedono ogni sorte di citazione e 
monitorio, s contro le persone ecclesiastiche come anco 
contro i laici, per qualunque male, non avendo riguardo n 
alla giurisdizione degli Ordinari, n a quella del principe 
laico. E ci fanno per render lucroso il loro carico in Can-
celleria con mille disordini e cose indegne, come lo ha co-
nosciuto l'istesso monsignor nunzio presente che di gi ha 
mutato due auditori per le stesse accuse.
L'auditor della Camera, che  officio principalissimo 
della Corte romana,  giudice ed esecutore di tutte le ob-
bligazioni camerali e Bolle pontificie per ogni luogo: tut-
tavia se vien levata una citazione o monitorio da quel tri-
bunale da esser eseguito nello Stato ecclesiastico,  neces-
sario prima presentarlo al legato o vice-legato di quel luo-
go dove si ha da eseguire, dal qual si ottiene l'esecuzione, 
altrimenti non pu alcun pubblico ministro intimarlo.
Era una singolare contraddizione che il papa concedes-
se ai governatori de' suoi Stati la facolt di non eseguire i 
suoi decreti che a loro non piacevano; e pretendesse che i 
medesimi decreti dovessero avere negli Stati altrui la pi 
ampia osservanza. Ma Fr Paolo, citando questi esempi e 
le leggi ostative di altre nazioni, faceva osservare al Sena-
to non essere mai abbastanza l'attenzione per guardarsi 
dalle orditure macchinate dalla Corte romana e suoi nun-
zi; e consigli che d'ora in poi gli exequatur ai rescritti di 
Roma non fossero pi dati dai segretari del Senato, ma dal 
pien Collegio, e fosse incaricato particolarmente il Savio 
di settimana (presidente del ministero) a nulla lasciar cor-
rere senza una particolar diligenza; e se ne' segretari na-
scesse qualche facilit, con castigo irremissibile punirli.
Questa misura ne frutt un'altra non meno importante. 
Era uso antico in Venezia di sospendere l'esecuzione di 
quei rescritti che venivano di Roma e che non erano con-
senzienti coi diritti del principe o l'utilit pubblica; ma so-
pra ci non vi era alcun metodo regolare, e la esecuzione o 
sospensione di tali rescritti, massime di quelli che tocca-
vano interessi di non grave momento, era abbandonata a' 
magistrati secolari, od anco ad un segretario, come  detto 
di sopra. Ma il consultore propose la creazione di un teo-
logo canonista appositamente incaricato di esaminare co-
desti rescritti. Cos stabilita di diritto e di fatto la supre-
mazia della potest civile sulla ecclesiastica, fu un nuovo 
freno alle esorbitanze curiali, che per essere stato stretto 
pi duramente nel sguito ricorda sempre pi odioso alla 
Curia il nome dell'inventore. Piacque il pensiero, e ne fu 
affidato l'incarico al Sarpi medesimo, e lui morto fu conti-
nuato in un consultore chiamato il Teologo per la revisio-
ne delle Bolle.
(1622). Nel 1576 papa Gregorio XIII aveva fondato in 
Roma il Collegio de' Greci con chiesa di rito greco e uffi-
cio in lingua greca ed alunni greci, ma educati alla roma-
na. Nel seguente anno per un accordo col Senato vi appli-
c le rendite del vescovato di Chisamo in Candia, a patto 
che vi fossero ricevuti Greci sudditi della Repubblica, in 
numero determinato e a scelta del governo. Bench le 
rendite di Chisamo fossero concesse per soli 15 anni, il 
Senato lasci continuare anco dopo spirato il termine, tra-
scur eziandio di nominare gli alunni, lasciando che fosse-
ro introdotti a capriccio dai Romani. La direzione del Col-
legio fu prima in mano de' gesuiti, pass poi ai domenica-
ni, finch nel 1622 il papa pens di volerla tornare ai pri-
mi, essendoch i gesuiti, diceva, non hanno pari nell'edu-
cazione. Questa novit risvegli l'attenzione della Repub-
blica, che tosto si oppose. Da qui cominci un carteggio 
fra i due Stati e trattative tra il nunzio e il Senato, e l'am-
basciatore veneto e il papa. Il consultore, interpellato dal 
Collegio, fece notare che tale innovazione occultava un 
artifizio; e quanto fosse pericoloso il lasciare educare Gre-
ci, figli di popolo ignorante, nelle massime di quella so-
ciet tanto nemica della Repubblica. Le parole, disse, che 
i gesuiti non hanno pari nella educazione involvono un'e-
quivocazione assai manifesta. Non  l'educazione una co-
sa assoluta che abbia gradi di perfezione, il sommo de' 
quali sia toccato a' padri gesuiti; ma  l'educazione relativa 
al governo, per il quale la giovent  educata in modo che 
quella che  buona ed utile per un governo,  dannosa per 
un altro, e secondo la variet dei governi l'educazione ri-
ceve variet. Quella che  utile per uno Stato militare che 
si mantiene ed aumenta con la violenza,  perniciosa ad un 
pacifico che si conserva con l'osservanza delle leggi.
 L'educazione de' padri gesuiti, siccome l'hanno de-
scritta nelle loro costituzioni e siccome la praticano, sta in 
spogliare l'alunno di ogni obbligazione verso il padre, ver-
so la patria e verso il principe naturale, e voltar tutto l'a-
more e 'l timore verso il padre spirituale, dipendendo dai 
cenni e moti di quello.
 Questa educazione  utile per la grandezza degli ec-
clesiastici e di quei principati con i quali gli ecclesiastici 
vogliono esser soggetti, ed  verissimo che in ben maneg-
giare questa i gesuiti non hanno pari; ma quanto  miglio-
re per questi tanto  peggiore per quei governi dove il fine 
e la libert  la vera virt, ed al quale gli ecclesiastici non 
si tengono soggetti. Dalle scuole de' gesuiti non  mai u-
scito un figlio ubbidiente al padre, affezionato alla patria, 
devoto al suo principe. La causa di quest'altro non , se 
non che i gesuiti attendono a levar l'amor naturale e la ri-
verenza paterna, e del proprio principe. Dove che per una 
repubblica libera non vi sono massime pi utili quanto 
quella dell'Evangelio, che nessuna obbligazione lega 
maggiormente che la paterna; e quella di san Paolo, che 
Iddio comanda che il principe sia ubbidito non solo per 
timore, ma per coscienza. E siccome i gesuiti non hanno 
pari in alienare gli animi dal padre e dal principe, e pertan-
to meritano di essere stimati e lodati da chi mira ad in-
grandire con la depressione degli altri; cos quelli che se-
condo la dottrina cristiana stimano esser virtuosa la rive-
renza paterna e la divozione al principe, non possono se 
non abborrire quella contraria.
 Non si pu in scrittura esprimer quanto ai governi e 
delle case e delle citt importino le massime concepute da' 
giovani: ognuno pu esperimentare in s che ciascuno o-
pera secondo le massime credute, e crede quelle che gli 
sono dagli educatori instillate nell'animo; le quali, quando 
hanno fatto radice,  impossibile separarle, onde nessuna 
altra cosa  pi atta a mutar il governo di una famiglia o 
citt che l'educazione contraria a quello. E conchiude es-
sere verissimo che i gesuiti non hanno pari alla educazio-
ne, ma non in quella che conviene ad uno Stato libero, e 
propone di rigettare l'instanza.
Passando ora dalle materie clericali alle politiche, la 
Repubblica si era impigliata nelle infauste guerre che per 
tanti anni desolarono le tre leghe de' Grigioni. La Valtelli-
na, suddita ad esse, si era rubellata; onde avvennero guer-
re civili sanguinosissime. L'Austria si era impadronita del-
la lega Grigia e voleva aggiungerla a' suoi dominii; la 
Spagna minacciava le due altre; la Francia per altri motivi 
fomentava le discordie; e Venezia bisognosa dell'alleanza 
di que' popoli bellicosi onde tener freno ad Austria e Spa-
gna, ne proteggeva la indipendenza di cui erano gelosis-
simi. Da ci nacque una complicazione d'interessi e di ca-
bale diplomatiche, che, come  il solito, finirono col ma-
lanno di chi non ne aveva colpa. L'Austria pretendeva ra-
gioni sulle leghe di antica sua dipendenza; la Spagna, sul-
la Valtellina gi dipendente dal ducato di Milano; la Fran-
cia, ragioni di passo e di patrocinio; il duca di Savoia ave-
va anch'egli le sue: il papa, i preti, i frati, l'inquisizione, 
l'arcivescovo di Milano, vi si mescolavano, succedevano 
fatti atroci; e quel misero paese, cui la povert pareva do-
ver rendere sicuro, desolato da amici e nemici, discorde in 
s per motivi di religione e per ambizioni sotto quella na-
scoste, si trov per lunghi anni travagliato da grossa guer-
ra e in pericolo di perdere la libert.
Il Collegio onde avere una piena informazione dei fatti 
anteriori su cui fondava ciascuno le sue pretese, ed egli 
regolare le proprie azioni, chiese a Fr Paolo una relazione 
istorica della Valtellina e dello stato della religione cattoli-
ca in lei; cui egli satisfece colla solita sua brevit e preci-
sione, notando l'origine delle discordie, quelli che le fo-
mentavano, le mire della Spagna e dell'Austria, e la parte 
che vi ebbero Francia e Venezia, e l'utilit che poteva ri-
cavar questa dal confermarsi l'amicizia de' Grigioni.  un 
opuscoletto di poche pagine, ma racchiude i capi pi inte-
ressanti le vicende di quel paese.
Declinando l'anno al suo termine, ebbe il consultore al-
tra visita illustre nel principe di Cond. Questo principe, 
vivace, leggiero, di molto spirito e sapere, partigiano di 
Spagna, dedito ai gesuiti, ambizioso della corona, dopo la 
pace seguita tra il re di Francia e gli Ugonotti, caduto in 
sospetto alla Corte e veduto malvolentieri dai ministri e 
cortigiani, chiese il permesso di fare un viaggio in Italia 
col pretesto di sciogliere un voto alla Santa Casa di Lore-
to, ma invero per allontanarsi da un luogo dove non pote-
va restare con riputazione. Fu in Venezia nel mese di no-
vembre, e fece le pi vive istanze per vedere Fr Paolo, 
mentre questi si pigliava ogni cura per evitarne l'incontro, 
s per il rigore delle leggi, e s perch ne temeva l'impor-
tunit, e che volesse tirarlo in discorsi su cui era del paro 
arduo il tacere e il parlare, sapendo che il principe era sta-
to il primo a divulgarlo autore dell'Istoria del Concilio di 
Trento. Ond' che quello non potendo essere introdotto in 
convento, lo appostava in chiesa con tanta assiduit che il 
frate, avvisato che e' ci stava, era obbligato talvolta a non 
uscire tutto il giorno dalla sua cella. Di forma che impa-
zientato il principe, disse che era pi difficile vedere Fr 
Paolo che il papa. Infine ottenne dal governo di trovarsi 
con lui. Ma il frate non volle che fosse in convento, e fu 
scelta la casa del cavaliere Angelo Contarini tornato di 
fresco dall'ambasceria di Francia, e dove stavano sotto 
pretesto di onoranza pi altri patrizi e segretari del Senato. 
Dopo i primi complimenti, Cond, spedito parlatore, aggi-
r il discorso, come il Sarpi gi sospettava, sulle materie 
della giornata, ma che venivano a toccare interessi di reli-
gione, essendo egli avido di scoprire quale fosse la precisa 
opinione del frate. Parl delle molte sette che erano a quel 
tempo, e particolarmente degli Ugonotti di Francia, cui 
dannava come perniciosi allo Stato. Fr Paolo, senza en-
trare in disputa dogmatica, divert l'argomento, discorren-
do le passate guerre civili tra' cattolici ed Ugonotti, la par-
te che vi ebbero i principi di Cond, avolo e padre dell'in-
terlocutore e seguaci della fazione ugonotta, e fece inten-
dere che le opinioni religiose sono sempre innocenti 
quando non si tirano a fini politici. Con che feriva delica-
tamente il principe perseguitatore degli eterodossi, non 
per convinzione, ma per suscitare turbolenze e farsi strada 
al trono.
Cond lo interrog della superiorit del Concilio sul 
papa e delle libert della Chiesa Gallicana. E il Sarpi sen-
za esprimere la sua opinione si ristrinse a ricordare le dot-
trine de' Sorbonisti e de' parlamenti di Francia che ritene-
vano la prima come un principio inconcusso, e le altre 
come diritti naturali a tutte le Chiese.
Passarono a ragionare se sia lecito valersi delle armi di 
quelli che dissentano da noi in punto di religione, ed il fra-
te si limit ad esempi pratici, adducendo Giulio II che si 
valse dei Turchi quando i Francesi stavano per prenderlo 
in Bologna; e di Paolo IV, che per far guerra agli 
Spagnuoli trasse i Grigioni a Roma, i quali bench fossero 
eretici li chiamava angeli mandati da Dio.
Vennero alle scomuniche contro ai principi, e qui Fr 
Paolo non fece altro che confermare ci che aveva dettato 
in iscritto.
In ultimo il principe fece un gran girar di parole per ca-
vargli di bocca se sapeva chi fosse l'autore della Istoria 
del Concilio Tridentino; ma il frate non gli volle risponde-
re mai altro se non che In Roma sanno chi sia l'autore. 
Non so poi se il Cond, il quale continu infatti il suo vi-
aggio sino a Roma, l'abbia saputo egualmente.
...
.
...
CAPO TRENTESIMO.
.
(1622). Egli morr! La vendetta di Dio non tarder a 
manifestarsi contra l'empio che ha osato percuotere la tia-
ra del santo suo vicario. Cos dicevano i papalisti tosto 
appresso l'interdetto, persuasi che Fr Paolo, gi di rotta 
salute, sarebbe fra poco morto, o naturalmente, o ammaz-
zato. Ma egli sopravvisse ancora diciassette anni, sottratto 
da una mano invisibile a pi di venti cospirazioni contro 
la sua vita; e in quel tempo di mezzo morirono, abbench 
di lui pi giovani, il Baronio, il Bovio, il Bellarmino, il 
Colonna, e quasi tutti insomma i patrocinatori dell'inter-
detto. A' 28 gennaio dal 1621 mor anco Paolo V, onde il 
Sarpi ebbe a dire facetamente: Ora posso morire anch'io, 
sicuro che della mia morte non se ne far pi un miraco-
lo.
A Paolo V successe Gregorio XV, il quale all'ambascia-
tore veneto che and a complimentarlo, disse che tra la 
Repubblica e la Santa Sede non sarebbe mai buona pace 
fintanto che quella si servisse di Fr Paolo, e chiese che 
fosse licenziato; ma il Senato gli diede cos risoluta rispo-
sta che il papa non ne parl pi altro. Da qui il consultore 
si accorse benissimo che la Corte non aveva dimenticati 
gli antichi dolori, e i desiderii della vendetta; e, vecchio 
settuagenario e acciaccoso, stimandosi ornai inutile alla 
sua patria, fece il generoso disegno di abbandonarla affine 
di togliere ogni pretesto ai rancori che la Curia nutriva 
verso di lei.
Vogliono alcuni che Fr Paolo, gi dieci anni prima, nu-
trisse il pensiero di trasportarsi in Inghilterra: congettura 
dedotta da un capo di lettera cui egli scrisse li 8 giugno 
1612 al suo amico Isacco Casaubono, che abbandonando 
la Francia, si era trasportato in quell'isola, condottovi e 
raccomandatovi dal cavaliere Enrico Wotton. Mi ralle-
gro, scriveva Fr Paolo, che tu goda la benevolenza del 
sapientissimo re, nel quale si accoppiano, per caso raro, le 
virt di principe e d'uomo dotto.  un modello di principe 
pari a cui da pi secoli nessuno fu formato; ed io mi ripu-
terei fortunatissimo se fossi degno del suo patrocinio, n 
tu potresti far cosa migliore di raccomandargli questo mio 
desiderio. Questo elogio, seguendo le idee di Fr Paolo, 
era giustissimo, perch Giacomo I era certamente il pi 
dotto principe de' suoi tempi, ed il solo fra tanti che resi-
stesse con perseveranza di principii alle pretensioni della 
Curia romana, abbench codesti principii non fossero tutti 
egualmente approvati dal consultore.
Il Casaubono mostr la lettera al re, il quale fece riscri-
vere al Sarpi che se voleva portarsi in Inghilterra sarebbe 
stato onorevolmente accolto e trovatovi agi e protezione.
Queste cose succedevano, come dissi, nel 1612, quando 
appunto Fr Paolo era vessato caldamente dalla Curia so-
stenuta dalla corte di Francia, quando la energia dei patrizi 
si attiepidiva ogni giorno, quando gli erano state intercette 
varie lettere, e il nunzio del papa intrigava contro di lui: 
onde non pare al tutto inverosimile che egli, consigliato 
dagli amici, pensasse a maneggiarsi un sicuro asilo nel ca-
so che dovesse averne bisogno.
Se la cosa  in tali termini, bisogna dire che fu un'idea 
passeggiera. Ma tutta questa ipotesi non avendo altro fon-
damento tranne le poche e vaghe parole recitate qui sopra, 
io invece le crederei niente pi che un complimento diret-
to al re, senza che l'autore vi sottomettesse alcuna inten-
zione personale. Molto pi se si considera che all'epoca in 
cui furono scritte non pure Fr Paolo viveva onorato e si-
curissimo in Venezia, ma per gli accidenti che allora cor-
revano, il medesimo governo veneto era interessantissimo 
a conservarlo ed a difenderlo. Si aggiungeva ch'egli ab-
borr sempre dal cercar rifugio in paese protestante, bene 
ponderando quanto un passo cos poco prudente avrebbe 
nociuto alla sua riputazione, e versato in dubbio quella il-
libata ortodossia di cui si vantava, e che i suoi nemici vo-
levano rapirgli. Infatti Giacomo I, che mor soltanto nel 
1625, regnava ancora quando Fr Paolo nella sua vecchia-
ia pensava seriamente di espatriare; e nondimeno affiss il 
pensiero a tutt'altro paese che non era l'Inghilterra.
Fin da giovinetto aveva sempre avuto una passione par-
ticolare pei viaggi, che non soddisfatta, come ch'e' avesse 
veduta quasi tutta l'Italia, appagava coll'udire i racconti 
dei viaggiatori e leggere le descrizioni dei paesi lontani. 
Ed ora settuagenario, pieno d'infermit, desideroso di 
quiete, travagliato dalle nimicizie romane, gli venne vo-
glia di render pago l'antico suo desiderio, e pens di cerca-
re da penitente pellegrino la Terra Santa, e poi chiudersi in 
qualche monastero del Levante. Ma chi crederebbe che 
questo disegno, il quale pi che disegno era innocente de-
lirio d'uomo vecchio che vagheggia i sogni della sua gio-
vinezza, dovesse parimente soggiacere a censura? Lessi 
un libro da gesuita che Fr Paolo, disperando ornai di 
commovere l'Italia con novit religiose, intendesse di tra-
sportarsi in Levante per sollevare contro l'autorit del pa-
pa i Greci e forse anco i Turchi!!
Innamorato nella sua fissazione, quasi che il suo gover-
no, che gli aveva prestato tante cure e tante ancora gliene 
prestava, l'avrebbe voluto lasciar emigrare, si diede a far 
masserizia, e accumul un migliaio circa di ducati, dicen-
do averne bisogno pel viaggio; raccoglieva notizia delle 
strade, delle spese, de' costumi de' popoli orientali, mas-
sime dei religiosi cristiani: ma non confidava quel suo 
proposito se non all'amico del suo cuore, Fr Fulgenzio. 
Era sicuramente una chimera puerile, uno di quei sogni 
consueti agli uomini ribambiti sotto il peso degli anni, e 
stanchi da una vita piena di tumulto e di gloria. Ma proba-
bilmente la fomentavano l'involontaria pubblicazione del-
la sua Istoria del Concilio, il timore delle sue conseguen-
ze, le domande di Gregorio XV, i rinati sdegni della Curia; 
e bench fosse certo il patrocinio del governo, non gli 
mancavano nemici in Venezia, e col crescere della et es-
sendogli scemato il coraggio e la confidenza, e avendo 
perduti non pochi de' suoi protettori ed amici, paventava 
forse che mutando cogli uomini anco le cose, un giorno o 
l'altro fosse egli per essere abbandonato alla discrezione di 
chi gli voleva tutt'altro che bene. Erano timori irragione-
voli, ma naturali ai vecchi, sospettosi di tutto; e molto pi 
ad uno che aveva veduto di molte cose e conosciuto cos 
addentro la razza umana.
Le sue ansiet furono accresciute da due accidenti: il 
tragico fine di Antonio Foscarini suo amico, e l'inopinato 
ritorno a Roma di Marco Antonio de Dominis. Il Foscarini 
usciva travestito di notte per amoreggiare una dama che 
abitava vicino al palazzo di Spagna. Fu accusato al Consi-
glio dei dieci che mantenesse clandestine trattazioni 
coll'ambasciatore spagnuolo: arrestato, processato, e non 
volendo render ragione delle misteriose sue gite notturne, 
fu condannato a morte e impiccato a' 21 aprile 1622. Al-
cuni mesi dopo fu riconosciuta la sua innocenza, ma non 
era pi tempo. Questo infelice avvenimento, accaduto a 
persona sua dilettissima, ad un patrizio cos illustre, e che 
aveva prestato importanti servigi alla Repubblica, afflisse 
profondamente Fr Paolo. Intorno al medesimo tempo il 
de Dominis, sedotto dalla propria incostanza, dalla vanit, 
dalle lusinghe dell'ambasciatore di Spagna a Londra, e da 
lettere de' suoi amici che lo esortavano a rientrare nel 
grembo cattolico, facendogli sperare dal nuovo pontefice 
dimenticanza di ogni trascorso, amorevole accoglienza ed 
onori, fugg da Londra e and a Roma, dove trov quello 
che doveva aspettarsi. Fu ricevuto severamente dal papa, 
con insulto dagli emuli, freddamente dagli amici; fu ob-
bligato a ritrattarsi pubblicamente in forma tanto umiliante 
che dovesse sopravincere l'ingiuria fatta in Inghilterra, il 
che fece a' 14 novembre 1622. N ci gli valse a salvarlo, 
perch di l a non molto, essendosi lagnato che gli fossero 
violate tutte le promesse, fu per ordine del sant'Offizio ar-
restato e carcerato nel castello Sant'Angelo dove fin di 
vivere a' 9 settembre 1624, avvelenato, dicesi, dagli stessi 
suoi parenti od amici che vollero sottrarlo ad una morte 
pi ignominiosa. Infatti il genio vendicativo de' preti ro-
mani, che non perdona neppure ai morti, tre mesi dopo ne 
fece dissotterrare il cadavere, e portatolo nella chiesa dei 
domenicani detta la Minerva, dai frati inquisitori gli fu let-
to, come a persona viva, il processo e la sentenza che lo 
condannava ad essere decapitato, quindi arso insieme ad 
un fantoccio che rappresentava l'effigie del de Dominis, e 
a tutti i suoi libri. Il quale spettacolo atroce in uno e schi-
foso segu il giorno 21 dicembre 1624 sulla piazza di 
Campo Fiore a Roma. Ma quantunque la ritrattazione del 
de Dominis del 1622, pubblicata a stampa nel 1623, non 
giungesse a notizia di Fr Paolo, morto egli pure in quel 
mezzo, quel ritorno gli faceva temere nuove persecuzioni.
Intanto che pensava all'immaginato pellegrinaggio, la 
sua salute deperiva sensibilmente: gli antichi suoi inco-
modi non gli lasciavano pi tregua; la ritenzione di orina 
particolarmente lo travagliava; pi frequenti le febbri; do-
lori di capo, tremori alle gambe, emorroidi, debilitata la 
vista, ed altri acciacchi si aggiungevano a prostrare il gi 
esile suo corpo. Il Sabato Santo, giorno 26 marzo 1622, 
trovandosi nell'archivio detto la Segreta fu soprappreso da 
un freddo improvviso, che, siccome insolito, gli fece stu-
pore. La voce divenne rauca, gli produsse un catarro, il 
primo in sua vita, che accompagnato da febbri dur per 
pi di tre mesi. Non perci tralasciava le consuete sue oc-
cupazioni, o variava il modo di vivere. Ma d'allora in poi 
si sent sempre mancare le forze, e prendendolo per 
un'ammonizione del prossimo suo fine, vi si preparava da 
saggio.
Nelle ore vacue era solito leggere o scrivere, o farsi 
leggere da altri o far scrivere sotto dettatura; ma ora, tran-
ne i doveri del suo impiego, intermise questi ed ogni altri 
esercizi di temporale utilit, e tutto si diede a meditare 
l'ultima fine dell'uomo. Amava di star solo per darsi pi 
libero e pi raccolto alla divozione; e pretestando di voler-
si prendere un po' di passatempo in far castelli in aria, 
come diceva, di cose matematiche, e dar licenza al suo 
cervello di andarsi dove gli piacesse, congedava i fami-
gliari; e tosto inginocchiato dinanzi al suo crocefisso e te-
nendo in prospetto degli occhi un cranio umano, che ad 
uomo pensoso ricorda pensieri profondi, leggeva e medi-
tava le Sante Scritture, e in silenzio innalzava a Dio le 
emozioni pi pure e pi sincere del cuore. E quando veni-
va sorpreso in quella posizione, tosto aveva pronto qual-
che pretesto per celare la sua piet.
Cos pass i giorni fino al principiare dell'inverno. Allo-
ra il pi lieve freddo gli divenne tormentoso, non trovava 
mezzo per scaldarsi, le mani e i piedi erano sempre come 
pezzi di ghiaccio; per mancanza di natural calore la dige-
stione gli divenne difficile; inappetenza, indi nausea di 
tutti i cibi; bench avesse tutti i suoi denti, masticava con 
difficolt; gi macro, divenne squallido e livido; si rattrist 
il colore del volto; gli occhi gi pria cos vivi divennero 
fosci, s'incavarono; curvo il dorso, l'andare pesante, a fati-
ca faceva le scale, a fatica saliva o scendeva dalla gondo-
la; il breve tragitto di Merceria spesso non poteva farlo se 
non appoggiato col braccio a' suoi frati; scarsi i sonni, in-
terrotti; i sogni frequenti, non balzani, ma regolari e come 
di veglia; disgusto di ogni cosa, tranne delle matematiche 
che lo occupavano persino in sogno, e alle quali pensando 
diceva spesso: Quanti nodi e quante reti ho fabbricato nel 
cervello! Ogni altra cosa, financo le novit politiche di cui 
fu sempre curiosissimo, gli riusciva o noiosa o indifferen-
te. Le quali singolari mutazioni nel suo uomo osservando, 
diceva che era un partirsi pian piano l'anima dal vincolo e 
commercio del corpo. Fu consigliato a rallentare le sue 
fatiche in servigio pubblico e darsi qualche vacanza; ma 
rispose: Mio uffizio  servire e non vivere, e ognuno muore 
nel suo mestiere.
Quel rapido decadere di forze, quel precipitare continuo 
verso la tomba, lo costringeva talvolta a confessare di sen-
tirsi male; e veramente il languore si faceva sempre pi 
manifesto, ma pure guardava la morte con indifferenza e 
giovialit e ne parlava con facezia. Muoiono i papi, dice-
va, e non morr io frate? Dettogli che in Roma si farebbe 
gran chiasso della sua morte, rispose: Forse che essi non 
morranno? E che si direbbero gran cose degli ultimi suoi 
momenti: Se Dio mi far la grazia, spero di smentirli. Es-
sendogli parlato un giorno di un Capitolo che doveva pre-
sto convocarsi per eleggere il priore, rispose: Pensateci 
voi, ch io non mi ci trover. Quando imprendeva qualche 
cosa, soleva dire a' suoi famigliari: Facciamo presto, che 
siamo al fine della giornata; e spesso conchiudeva le sue 
orazioni mentali col detto della Scrittura: Nunc dimittis 
servum tuum, Domine. Insomma la morte era da lui incon-
trata colla fiducia di una coscienza sicura, e come premio 
di una lunga e laboriosa vita.
II giorno di Natale, essendo entrato Fr Fulgenzio per 
augurargli il consueto ad multus annos, Pater, egli grave-
mente rispose che quello era l'ultimo della sua vita; e gi 
pareva assai languido e scaduto.
(1623 6 gennaio). Il d dell'Epifania prese medicamen-
to, ma chiamato al Palazzo e non volendo scusarsi, and e 
torn con manifesto peggioramento. Quello e il seguente 
giorno non pot prender cibo n riposare la notte; ma co-
stante nel suo modo di vivere, non volle mai confidarsi al 
letto. Alla domenica (8 gennaio) si lev mattutino come al 
solito, celebr la messa, mangi in refettorio, e dopo il 
pranzo passeggi lungamente con Luigi Secchini suo af-
fezionato amico (figlio del gi menzionato Domenico 
Secchini), il quale accortosi che era male andato, lo consi-
gli a coricarsi; il che fece al modo suo, sdraiandosi sopra 
una cassa, raccolto in una coperta.
(9 gennaio). Il luned nel levarsi fu sorpreso da una e-
stenuazione totale di forze; gli tremavano le gambe, non 
poteva pi reggersi e nauseava il cibo, s che dovette usare 
sforzi per inghiottire qualche cosa. Accorsero i frati, furo-
no chiamati i medici, si ebbe sospetto di veleno; ma e' non 
si lasci scoraggire e volle mettersi alle usate occupazioni. 
Il giorno seguente (10 gennaio) prese medicina, ma senza 
effetto; e bench il male peggiorasse a vista d'occhio, il 
mercoled (11 gennaio) volle tuttavia levarsi, uscire di 
camera, pranzare nel refettorio; ma non pot attraversare i 
corridoi e le scale se non appoggiato e tutto tremante. 
Continu ad ammettere le solite visite, a conservare il suo 
buono umore, a dir facezia, a ragionar di tutto, fuorch del 
suo male. Se non che, andato a trovarlo il vecchio suo a-
mico Pietro Asselineau, il Sarpi gli disse candidamente 
che quella era la sua ultima malattia.
(12 gennaio). Il gioved mattina, fatto chiamare il padre 
Amante Buonvicino priore del convento, pregollo che lo 
raccomandasse alle orazioni de 'confratelli e gli portasse 
l'Eucaristia. Gli consegn tutte le cose concesse a suo uso, 
e la chiavetta di un armadio dove stavano quei mille duca-
ti cui serbava pel suo viaggio in Levante. Un altro arma-
dio chiuso, dove stavano carte appartenenti allo Stato, vol-
le che non fosse toccato. Si fece vestire, si confess e pas-
s il resto della mattina facendosi leggere da Fr Fulgen-
zio e da Fr Marco i Salmi e la Passione di Cristo narrata 
negli Evangeli, interrompendo tratto tratto per farvi pie 
riflessioni sopra. Indi il priore accompagnato processio-
nalmente da tutti i frati, al mesto e monotono canto delle 
litanie, gli port il sacro viatico, cui ricev seduto sul let-
to, e con tanta divozione che a tutti cav le lagrime.
(13 genn.) Il venerd volle alzarsi di nuovo, ma cos e-
sinanito che non pot passare dall'una all'altra camera sen-
za sostegno. Austero osservatore delle regole monastiche 
aveva sempre digiunato la quaresima sino all'anno 69 del-
la sua et, n mai per malattie o per altri accidenti volle 
pigliar cibi vietati dalla Chiesa, e convenne fargli forza 
perch in quel giorno prendesse alcuni brodi, ond'egli fa-
cetamente rivolto al cuoco disse: Fr Cosimo, cos trattate 
i vostri amici, facendo loro guastare i venerd! Venuta la 
sera e messo a letto, s che gi pareva moribondo, fu deci-
so che tre almeno lo assistessero in camera; ma egli conti-
nu tranquillamente a servirsi da s stesso, e non fu mai 
udito lamento uscir di bocca.
(14 genn.) Il sabato, ultimo di sua vita, non pot pi al-
zarsi: ricevette varie visite di persone distinte, e mostr la 
stessa ilarit e presenza di spirito: Ai frati che gli stavano 
intorno e piangevano la prossima sua fine, disse scherzan-
do: Io v'ho consolati quanto ho potuto, ora a voi tocche-
rebbe di tenermi allegro. Fr Fulgenzio fu chiamato in 
Collegio e gli fu chiesto del Sarpi:   agli estremi.  
Gli fu chiesto ancora come stesse di mente:   come sa-
no.  Allora gli furono confidate tre domande da fargli 
intorno a negozio di grave importanza. Fr Paolo, due ore 
prima di notte, fece scrivere le risposte e le sped al Colle-
gio, e la sera medesima furono lette in Senato che deliber 
secondo il parere del consultore. Ei finiva come il guerrie-
ro, sulle sue armi. Passata quella bisogna, si fece leggere 
la Passione di Cristo nell'Evangelio di san Giovanni, ripe-
tendo pi volte con enfasi le parole di san Paolo; Quem 
proposuit Deus mediatorem per fidem in sanguine suo. Fu 
visitato dal medico, il quale gli annunci restargli poche 
ore di vita; ed egli sorridendo: Sia beato Iddio, disse; mi 
piace ci che a lui piace, col suo aiuto faremo ben anco 
quest'ultima azione. Il medico volle proporgli qualche ri-
storativo; ma Fr Paolo interrompendolo soggiunse: La-
sciamo questo e mi risolva invece due dubbi. Il primo, che 
io son certo e pienamente persuaso che tutto quello mi si 
pre-senta da prendere  cosa buona e con tale certezza la 
piglio in mano; e tosto che arriva alla bocca, come si mi 
cangiasse in quello istante il cervello, mi si rende orribile 
e abbominevole. Il secondo... Ma non pot finire che 
cadde in deliquio. Il medico ordin di dargli verso le otto 
ore all'italiana qualche po' di moscato che mand di casa 
sua. Alle sei il Sarpi, sentendosi la lingua glutinosa, chiese 
una sua spatoletta per raschiarla. Fr Marco and a cercar-
la al luogo indicato, e non la trovava. E' c', disse il Sarpi 
che ogni cosa assituava con ordine; guardate meglio,  co-
sa piccola. E fu in fatti trovata, e si raschi la lingua da s, 
poi continu a discorrere o a recitare a bassa voce orazio-
ni, ripetendo spesse volte con soddisfazione: Ors, an-
diamo dove Dio ci chiama. Poi caduto in una specie di 
torpore and susurrando fra s, e solo fu inteso a voce 
chiara: Andiamo a San Marco che  tardi.... ho molto da 
fare. Ma si riebbe subito da questa momentanea astrazio-
ne, e sentendo suonare le otto, che corrispondono in quella 
stagione ad un'ora circa dopo la mezza notte, le cont ad 
una ad una, e poi disse: Sono le otto, speditevi se volete 
darmi ci che ha ordinato il medico. Era il moscato, il 
quale appena appressato alla bocca: Mi pare cosa violente, 
disse, e non ne volle altro. E sentendosi venir meno chia-
m a s Fr Fulgenzio, lo abbracci, lo baci, indi: Ors, 
non state pi a vedermi in questo stato: non  dovere. An-
date a dormire, ed io ander a Dio donde siamo venuti. 
L'afflitto amico obbed piangendo, ma torn tosto cogli 
altri frati e col priore che tutti in corpo si adunarono intor-
no al letto del moribondo, e posti in ginocchio intuonaro-
no le orazioni dei morti, cui egli accompagn sotto voce; 
si raccomand l'anima da s stesso; e in quel funereo mo-
mento in cui l'uomo non ha pi pensieri fuorch per la e-
ternit, ei n'ebbe ancora per la sua patria, e le ultime sue 
parole furono: Esto perpetu. E fatto uno sforzo per met-
tersi le braccia in croce, fiss gli occhi al crocifisso, poi 
gli socchiuse alquanto, chin il capo e spir.
Erano le tre ore circa del mattino del 15 gennaio 1622, 
secondo il calendario veneto (che incominciava l'anno a 
marzo), e del 1623 secondo il computo comune.
Cos si estinse quest'uno dei pi grandi lumi che abbia 
mai prodotto l'Italia e forse il mondo; ed io mi sono diste-
so in tante minute particolarit onde smentire le impronte 
dicerie sparse da genio maligno, che mor empio e 
impenitente, fra convulsioni e spaventi e prodigi sopra 
natura: meschino conforto di coloro che pretendono 
d'innalzare la religione chiamando la menzogna in aiuto di 
lei.
Alla mattina il cavaliere Gerolamo Lando, savio di Ter-
ra ferma (ministro dell'interno), accompagnato da un se-
gretario del Senato, and a mettere i suggelli sulle carte 
del Sarpi di appartenenza pubblica, che a miglior comodo 
furono poi ritirate e deposte negli archivi. Indi fu aperto il 
convento e la cella ai curiosi che accorsero in gran folla a 
contemplare le ultime reliquie dell'uomo famoso; e ve-
dendo il lutto de' frati, e udendo i mesti racconti, e le 
compiante ricordate virt, e la piet sincera, e il s lungo e 
penitente genere di vita, e il placido morire, meravigliava-
no, come senza vergogna, da gente oziosa e grassa potesse 
essere un tant'uomo sentenziato ipocrita ed empio.
La morte di Fr Paolo, accolta in Roma con festa, fu 
accompagnata in Venezia da un feriato di dolore. Il Colle-
gio volle avere una particolare informazione degli ultimi 
suoi momenti, e il Senato come di lutto pubblico ne diede 
avviso col mezzo dei suoi ambasciatori alle corti di Roma, 
Vienna, Francia, Spagna, Inghilterra, Milano, Napoli e alle 
repubbliche degli Svizzeri e di Olanda. Magnifici furono i 
funerali; oltre ai Serviti che formavano due grossi conven-
ti in Venezia, accompagnarono il feretro pi di 200 altri 
frati, tra Domenicani, Francescani, Eremitani e Carmelita-
ni, e concorso meraviglioso di popolo. Il governo suppl 
alle spese. N qui finirono gli onori. Fr Fulgenzio voleva 
a sue spese erigergli un monumento; il priore Amante, a 
nome del convento, voleva erigerne un altro; ma il Senato 
s'intromise e dichiar che a lui si aspettava questo debito 
verso chi tanto fedelmente e in mezzo a tanti pericoli l'a-
veva servito, e decret 200 ducati da spendersi in un busto 
di marmo da collocarsi con apposita iscrizione nella chie-
sa de' Servi. Ma l'invidia che mai non muore, e plebea 
brama di vendetta vennero ad interrompere il lodevole 
pensiero. Morto nel luglio di quest'anno Gregorio XV, gli 
fu sostituito Urbano VIII, quel medesimo Barberini che in 
Francia disse, meritarsi la grazia di Dio chi Fr Paolo as-
sassinasse; e non mutato pensieri per mutar di condizione, 
fece sapere alla Repubblica che avrebbe avuto pel massi-
mo torto un monumento inalzato all'eretico Sarpi; e il Se-
nato non volendo contendere per un affare inutile, fece ri-
tirare il marmo dall'artefice (Gerolamo Campana), ben sa-
pendo che restava monumento pi durevole cui n male-
dizioni di papi, n malignit di prezzolati scrittori, n fa-
natismo di pinzocheri non potrebbe giammai distruggere. 
Ma la lunga ed onorevole iscrizione composta espressa-
mente da Giovanni Antonio Venier, patrizio veneto, e che 
doveva essere sottoposta al busto, ancora si legge: io la 
rimando in fine al libro.
Per la devozione mostrata verso il grand'uomo, il nun-
zio cominci a dar molestia ai Serviti; ma il Senato, fatti 
chiamare i loro superiori, dichiar con decreto pubblico 
essere il loro Ordine sotto l'immediata sua protezione; e a 
riconoscenza dei servigi di Fr Paolo volle di allora in poi 
che i suoi consultori teologi fossero cavati dall'Ordine de' 
Servi, e cos fu continuato fin quasi all'estinzione della 
Repubblica. Fr Fulgenzio Micanzio succedette nell'inca-
rico al suo maestro.
E poich ho parlato pi volte di Fulgenzio,  mio debito 
di satisfare il lettore di pi ampie notizie. Nacque in Vene-
zia nel 1570, 18 anni pi giovane di Fr Paolo; ma lo di-
cevano di Passirano in quel di Brescia, perch i suoi geni-
tori erano di col. Portato ancora fanciullo( ) a Brescia, 
studi fra i Serviti di cui prese l'abito. Mandato a Venezia 
nel 1590 a proseguirvi gli studi, conobbe il Sarpi e si 
form tra loro un'amicizia che ha poche pari. Fr Paolo, 
conosciuta la buona indole di lui, lo instradava sulla via 
delle utili discipline, aiutandolo colle sue cognizioni e 
additando gli autori e i metodi da dover seguire. Nel 1597 
pass a Mantova, nel 1600 a Roma, poi subito a Bologna 
professore di teologia scolastica; torn a Roma un'altra 
volta nel 1603 per affari dell'Ordine e disput con onore di 
teologia nel Capitolo generale tenuto nel mese di maggio. 
Nel 1606, richiamato dal Sarpi da Bologna a Venezia, 
perdette la sua piccola biblioteca e varie suppellettili 
sequestrategli dal governo papale. Fu uno dei sette teologi 
che sottoscrissero il Trattato dell'Interdetto. Il suo libro 
contro il P. Bovio, a difesa di altro libro di Fr Paolo, gli 
frutt a' 22 marzo 1607 una provvisione annua di 100 
ducati, aumentata di altri 100 ai 23 del seguente aprile, e 
di 200 ancora a' 15 gennaio 1609. Fu l'intimo confidente e 
inseparabile amico di Fr Paolo per pi di 30 anni, e lui 
morto, ne ricord sempre con tenerezza il nome. Ne 
sbozz anco una biografia, e gli succedette nell'officio di 
teologo consultore e di revisore delle Bolle di Roma, onde 
i suoi stipendi ancor pi si accrebbero. Fu pure amico del 
Galileo, e carteggi coi pi dotti uomini del suo tempo, di 
cui si merit la stima col suo sapere. Era sommo teologo, 
politico e giureconsulto: aveva fama tra i primi predicatori 
di quella et, ed era profondo ancora nella fisica e 
matematica. Ci non lo fece esente da persecuzioni. 
Urbano VIII cerc di tirarlo a Roma colla solita esca degli 
onori; ma in verit per farlo impiccare: il Servita non si 
sent voglie d'imitare il Francescano dello stesso suo 
nome; allora il Beatissimo Padre lo denunci alla 
Repubblica per frate scandaloso, pubblico concubinario, 
che aveva bastardi e bastarde in gran numero, cosa 
manifesta, diceva il papa, a tutto il mondo. Ma simili 
accuse, addotte sempre senza provarle, in bocca delle 
persone ecclesiastiche sono cos consuete che possono 
passare per una formalit. Certo  che in Venezia Fr 
Fulgenzio godette costantemente la stima di tutte le 
persone probe, e la piena confidenza del governo che non 
fece alcun caso della catilinaria di papa Urbano. 
Un'accusa, la quale mi sembra alquanto pi fondata,  che 
non si curava gran fatto d'imitare la liberalit del suo ami-
co e maestro; ch anzi si mostrava attaccato al denaro me-
glio che no: vizio ordinario ai frati che tanto pi ambisco-
no per privazione quello che devono disprezzare per voto. 
Ma conviene avvertire che tale sua pi parsimonia che a-
varizia, limitata a far marsupio de' suoi onesti guadagni, 
non mai la estese a tradire il suo dovere, nel quale si man-
tenne fedelissimo ed incorrotto. Mor in Venezia ai 7 feb-
braio del 1654 di 83 anni. Ebbe magnifiche esequie e la-
pide sul suo sepolcro, nella quale il lapidografo fa spicca-
re il bisticchio del Sol Fulgens e Sydus Micans, in allusio-
ne al nome e cognome di lui. Oltre alle opere accennate, 
abbiamo di lui varie lettere stampate, pi altre inedite, per 
lo pi su argomenti scientifici, e varii volumi pure inediti 
di consulti.
Tornando al Sarpi, era stato sepolto nella chiesa di San-
ta Maria dei Servi; ma i divoti che non poterono avere il 
gusto di arrostirlo vivo, vollero almeno soddisfarsi col 
metterlo in graticola dopo morto. Perci tentarono ripetu-
tamente il ratto del cadavere; ma i Serviti lo trassero dal 
sepolcro e lo occultarono di dietro all'altare dell'Addolora-
ta. Nel 1722, nel rifabbricar esso altare, fu scoperta la 
salma, e il popolo accorse a folla a venerare le reliquie di 
un uomo tenuto a Roma per eretico e a Venezia per santo. 
Chiuse in una cassa conveniente, con una iscrizione in 
pergamena, furono risposte al loro sito. Vent'anni dopo, 
nel rifarsi l'altare in pietra, ch prima era di legno, furono 
levate di nuovo, indi riposte con nuova iscrizione in lami-
na di piombo.
Quando manca lo stimolo ad onorare i morti segno  
che  mancata anco la virt nei vivi. Dopo il 1740, quando 
la Santa Sede fu occupata da Benedetto XIV, che la tenne 
diciotto anni, la Repubblica non aveva pi nulla a temere 
della Corte di Roma; non perch quel papa fosse meno 
papa degli altri, ma perch conosceva il suo secolo, e fu il 
primo e probabilmente sar anco l'ultimo fra i pontefici 
romani che abbia degnato di qualche elogio gli scritti di 
Fr Paolo e consigliatane la lettura, come Ganganelli con-
sigliava un suo giovane allievo di leggere le Istorie di Pie-
tro Giannone. Ma i Veneziani indifferenti alla memoria di 
un uomo che aggiunse tanto lustro alla patria loro, e il cui 
nome solo basterebbe a far superba una nazione intiera, 
non ne curavano pi le reliquie; a tal che Grosley, il quale 
visit Venezia nel 1764 rimase attonito, che cercando la 
tomba di Fr Paolo, non trov n epitaffio n indicazione.
Le sue ceneri giacquero ignote e direi quasi inonorate 
fino al 1828. Gi da diciotto anni cogli altri frati erano sta-
ti soppressi anco i Serviti, e la loro chiesa fu convertita ad 
uso profano. Dovendosi infine demolire anco l'altare 
dell'Addolorata, le ossa del Sarpi furono levate a' 2 giugno 
dell'anno suddetto e deposte nella Biblioteca di San Mar-
co: a' 15 novembre furono trasportate nella chiesa di San 
Michele di Murano( ) ed ivi sepolte entro un cassone di 
pietra d'Istria posto sotto il pavimento nel mezzo della 
chiesa tra la porta maggiore e l'ambulacro. Una lastra di 
bianco marmo greco fasciata di bardiglio porta scolpita la 
seguente epigrafe di Emanuele Cicogna:
.
OSSA PAVLI SARPII. THEOLOGUS REIPUBBLICA VENETAE EX AEDE SERVORUM HUC TRANSLATA.
.
Anno 1878. DECRETO PUBLICO.
.
In quella occasione il professore Gaetano Ruggeri, e-
saminando nel teschio se rimaneva ancora traccia della 
ferita riportata da Fr Paolo fino dal 5 ottobre 1607, fece 
le seguenti osservazioni:
Nell'osso parietale destro, vicinissima alla sutura per 
la quale si unisce quest'osso a quello della tempia, vedesi 
una fossetta irregolarmente triangolare, larga come un lu-
pino, e cava poco pi di quanto suol esserlo un buttero di 
vaiuolo; la quale  piena di una sostanza durissima, pi 
lucente del resto, che non lascia conoscere tessitura fibro-
sa, n laminosa. Da questo debbesi inferire che la fossetta 
sia il vestigio della ferita di stilo avventato alla testa, e la 
sostanza di cui venne riempiuta null'altro poter essere che 
il callo o condensamento della materia coagulativa qui 
deposto dalla natura per rifare la perdita dell'osso. Ma la 
ferita del parietale fu cos vicina all'osso della tempia che 
l'orlo squamoso di questo vi venne un poco compreso, co-
sicch ne fu screpolato in direzione perpendicolare, e ve 
ne manca un frustolo quanto sarebbe una paglia non pi 
lunga di sette punti di linea, il quale non venne dal callo 
riparato, non permettendolo per avventura la troppa sotti-
gliezza cui ha l'osso in quel sito. Ci ancor pi dimostra 
che il vestigio antidetto  proprio quello della pugnalata, e 
lo conferma maggiormente l'osservarsi che tutta la parte 
squamosa di quest'osso temporale che vi  contigua pat di 
infiammazione e divenne pi grossa di quella del tempo-
rale sinistro; la quale infiammazione e fu l'effetto del ma-
le, e forse anco degli unguenti irritanti e delle teriache cui 
usarono quei medicanti che accorsero in frotta al letto di 
Fr Paolo, come le pecchie di Omero alle olle di latte.
Non potrei in buona regola chiudere la biografia di un 
frate celebre senza parlar di miracoli. Un miracolo  sem-
pre una bella cosa, ed  la pietra di paragone con cui si 
conoscono i santi di buona lega.
I miracoli di Fr Paolo non sono come quelli di san 
Francesco Saverio che navig dall'Indie al Giappone sul 
suo ferraiolo, o di sant'Antonio che in pochi minuti corse 
da Lisbona a Padova volando per aria, o di san Simone 
Stilita che ingravid una sposa che aveva il marito impo-
tente, o delle amorosissime luci della Madonna di Ancona 
che nel 1796 con inaudito portento si apersero alla vista di 
ottantamila testimoni oculari, siccome ne accerta l'abate 
Albertini, e le aperse anco alla presenza del general Bona-
parte che non se ne accorse. Tai miracoli sono riserbati a' 
santi di un ordine superiore; ma Fr Paolo, fece anch'egli i 
suoi, e giova raccontarli.
Scoperte le sue ossa nel 1722, come gi dissi, il popolo 
corse a folla, ruppe le sbarre che impedivano l'avvicinarsi 
all'altare, e chi col fazzoletto, chi coi guanti, chi con un 
lembo della veste, tutti vollero toccarlo e conservare la 
benedetta memoria. Credo che i frati non saranno stati pi-
gri a mettere in mostra il bacile delle offerte; il vero  che 
in un momento corse voce di miracoli, e chi diceva di aver 
ricevuta la grazia, e chi d'averla veduta ricevere. Tra le al-
tre una donnicciuola si vant pubblicamente di essere sta-
ta guarita da una atrofia insanabile nella mano; il suo con-
fessore attestava il miracolo, ella depose la verit in una 
carta consegnata ad perpetuam rei memoriam negli archi-
vi del convento, e all'altare fu appeso il quadretto per gra-
zia ricevuta. Il governo si compiaceva di queste innocenti 
superstizioni; e forse pensava che tanto vale credere ai mi-
racoli dell'uno come a quelli dell'altro, quando tutti sono 
veri ad un modo; ma il nunzio papale, che vedeva in quale 
brutto imbroglio si sarebbe trovata la Sacra Congregazio-
ne dei Riti, mand in giro i suoi emissari a screditare san-
to Fr Paolo, fece levare di furto il quadretto dalla chiesa e 
adoper ogni arte per carpire dalle mani del vicario patri-
arcale le carte che testificavano i miracoli. I quali, a di-
spetto suo, e della Corte di Roma, furono creduti e tra-
mandati alla memoria dei posteri con una iscrizione; ed ha 
ragione il Padre Bergantini di dire, che se si fosse trattato 
di qualche altro santo o semi-santo c'era assai pi che non 
 richiesto dall'uso per canonizzarlo, o beatificarlo alme-
no. Verbi grazia nel 1824 fu canonizzato un san Giuliano, 
e le prove della sua santit furono dedotte dal fatto se-
guente raccontato dal Diario di Roma. Ci  che Giuliano 
entrando un venerd in casa di un ghiottone che si mangiava delle allodole,
il santo gli fece la bella burla di risuscitarle e farle volar fuori della finestra.
Se meritano fede tali miracoli, e i miracoli ancora pi bizzarri di santa Fi-
lomena vergine e martire inventata nuovamente dai gesuiti, non so vedere perch abbiasi a muovere difficolt su 
quelli di Fr Paolo. Ma forse non sono egualmente ridicoli.
...
FINE.
APPENDICE BIBLIOGRAFICA
SEZIONA PRIMA
Opere edite.
I. Col titolo di Opere varie furono fatte pi edizioni de-
gli scritti minori di Fr Paolo, con mentito nome di luogo 
e di stampatore, pi o meno imperfette e tutte scorrettis-
sime. La pi bella  quella di Verona colla data di Hel-
mstadt 1750, 2 volumi in folio, preceduta della vita di Fr 
Paolo scritta da Fr Fulgenzio.
L'edizione pi compiuta delle Opere di Fr Paolo  
quella in 8 volumi in 4. 1761-68 colla data di Helmstad 
per Jacopo Mullero, ma in Verona per Marco Moroni. I 
due primi tomi contengono l'Istoria del Concilio Tridenti-
no preceduta dalle Memorie aneddote su Paolo Sarpi del 
dottore Francesco Grisellini. Gli altri sei volumi conten-
gono le opere varie raccolte a catafascio e col massimo 
disordine. In generale quest'edizione  spregevole per la 
esecuzione tipografica e per deformit di errori. Verbi gra-
zia nella Istoria del Concilio, tomo I a carte 8,  posto im-
modestamente per modestamente; a carte 22 sufficiente 
per insufficiente e poche linee dopo sono omesse tre righe, 
e cos di seguito.
Questa collezione fu ristampata a Napoli per cura 
dell'abate Giovanni Selvaggi, 24 volumi in 8. 1789-90.
I primi sei volumi contengono la Storia del Concilio 
con in fronte la dedicatoria( ) del de Dominis, poi quella 
del Courayer, indi la prefazione di esso Courayer: il 7 e l'8 
volume comprendono le note del Courayer medesimo. Il 
Selvaggi aveva promesso di aggiungervi sue illustrazioni, 
ma non fece niente; e fu meglio, perch non aveva n stile 
n capacit. Gli altri 16 volumi contengono le Opere va-
rie, alquanto meno disordinate che non nell'antecedente 
raccolta; ma la stampa  quivi ancora pessima e scorrettis-
sima. Il Selvaggi ebbe persino la temerit di voler correg-
gere di suo capriccio la locuzione del Sarpi, di modo che 
la Storia del Concilio principalmente  sfigurata.
Quando questa edizione fu incominciata la corte di Napoli cam-
minava molto fiera sulla via delle riforme ecclesiastiche, quindi essa 
e la corte di Roma vivevano assai disgustate. Non ostante quest'ul-
tima si querel di una cos ardita ristampa delle opere sarpiane, in 
seguito a cui era minacciata una ristampa dei Monumenti apparte-
nenti alla Storia del Tridentino pubblicati alcuni anni innanzi da Ju-
docus Leplaet teologo di Lovanio. Cos che la censura di Napoli, 
per conservare almeno le apparenze, fece stampare le note del Cou-
rayer in forma quasi clandestina, e fece variare i frontispizi alla Sto-
ria del Tridentino. Il primo volume ha visibilmente Napoli 
MDCCLXXXX nella regia stamperia del real seminario di educa-
zione, con licenza de' superiori. Ma nei seguenti volumi fu lasciato 
solamente l'anno e in alcuni anco la formola con licenza de' supe-
riori e omesso il nome del luogo e della tipografia.
Nel 1791, dopo i fatti della rivoluzione di Francia, il re di Napoli 
si riconcili col papa, i principii liberali del re si convertirono in 
principii tirannici, fu vietata la ristampa del Leplaet, e delle opere 
del Sarpi fu sospesa la vendita e moltissimi esemplari furono fatti 
ritirare dai pi zelanti papalisti. Ma essendo costume della corte di 
Roma di opporre altare ad altare, alla nuova edizione e finora l'unica 
fatta in Italia liberamente della Istoria del Concilio Tridentino del 
Sarpi, l'ex-gesuita Francesco Antonio Zaccaria, noto a suoi tempi 
per una cattiva Istoria letteraria dell'Italia ora dimenticata, vi con-
trappose una nuova e bella edizione della Istoria del Concilio di 
Trento del cardinale Pallavicino, incominciata in Faenza nel 1792 e 
terminata nel 1797, in sei vol. in 4.; ma ebbe poca fortuna, e gli e-
semplari abbondano tuttavia nei fondachi de' librai.
Ecco per ordine le altre edizioni in lingua italiana della 
Istoria del Concilio.
1. Quella di Londra di cui ho parlato al Capo XXIX, 
appresso Giovanni Bilio regio stampatore, 1619 in folio.
2. Seconda edizione riveduta e corretta dall'Autore, sic-
come porta il frontispizio, 1629 in 4., senza nome di luogo 
e di stampatore; ma in Ginevra e credesi per l'Aubert.
 poco credibile che l'autore, il quale era gi morto da pi anni, 
abbia egli riveduta e corretta questa edizione; e nemmanco ne farei 
lode a Fr Fulgenzio: ma  pi probabile che le varianti di locuzione 
e di alcuni nomi propri che si riscontrano tra questa e l'edizione di 
Londra si debbano attribuire al Diodati che promosse questa ristam-
pa.
3. Terza edizione 1656 in 4.
L'abate Zaccaria, che l'ha esaminata e confrontata coll'anteceden-
te, trova che  la stessa, e soltanto mutato il frontispizio. Altri pre-
tendono che sia diversa.
4. Altra in 4.del 1660 ho veduta in alcuni cataloghi di 
librai.
Un prete mi parl di una edizione di Amsterdam da lui possedu-
ta, ma non si ricordava l'anno. Sarebbe mai questa?
5. Altra colle note del Courayer: Londra (si crede Gine-
vra) alle spese dei fratelli de Tournes 1757, 2 vol. in 4.
Quantunque non senza errori,  un'assai bella edizione eseguita 
sulle prima di Londra.
6. La ristampa del Moroni gi ricordata.
7. La ristampa di Napoli gi ricordata.
8. Altra di Mendrisio (Cantone del Ticino) in 7 vol., 8 
piccolo, 1835-36 con note estratte da quelle dei Courayer 
ed altre dell'Editore.
Questa ristampa a cui io ebbi molta parte non riusc secondo i 
desiderii, stante l'ignoranza dello stampatore ed una vera anarchia 
che regnava nella sua officina. Pure  fra le meno scorrette, e la pi 
comoda.
In quest'occasione si ripet l'opposizione curialistica che ho ac-
cennato qui sopra parlando della ristampa di Napoli. Don Carlo 
Romano, fatto vescovo di Como in quell'ora che San Pietro dormiva 
sul solaio e sognava di veder bestie calare dal cielo, mosse mari e 
monti per impedire la ristampa del Sarpi che doveva essere fatta 
dalla Tipografia Elvetica in Capolago, e riusc. Fece poi lo stesso 
contro quella incominciata a Mendrisio, ma tornati a vuoto i suoi 
sforzi fece ristampare, pure in Mendrisio, la Storia del Pallavicino, e 
obblig i preti della sua diocesi a comperarla perseguitando quelli 
che vi preferivano la Storia del Sarpi, abbench monsignore per 
mantenersi pi imparziale non abbia mai letto n l'una n l'altra.  
un prelato che sa fare buon uso della sua mensa vescovile, ma la sua 
libreria  puramente da tasca.
La Storia del Tridentino di Fr Paolo fu tradotta in lati-
no e stampata a Londra (Augustae Trinobantum) in folio, 
1620; indi ristampata a Francoforte nel 1621, a Ginevra 
nel 1622, a Leida nel 1622, a Gorinchem nel 1658, ad 
Amsterdam nel 1694, ed a Lipsia nel 1699.
In francese fu tradotta dal celebre Giovanni Diodati, e 
stampata a Ginevra nel 1621, poi nel 1635, indi ristampata 
a Troyes nel 1655, e a Parigi nel 1663: le due prime sono 
in 4., e le due ultime in folio.
Fu anco tradotta da Amelot de la Houssaye, sotto l'ana-
gramma di Lamothe de Josseval, che vi aggiunse delle 
annotazioni; stampata la prima volta a Parigi colla data di 
Amsterdam del 1683, poi quattro volte ad Amsterdam nel 
1686, 93, 99 e 1703; sempre in 4.
Infine fu tradotta dal citato Courayer che la illustr di 
note piene di critica e di dottrina, e che fecero molto 
chiasso.
I Teologi le riputarono pi libere del testo, e lo sono: l'autore del-
le annotazioni alla Difesa del Clero Gallicano di Bossuet ne parla in 
tal guisa: In quelle note l'autore pecca molto e in molti modi e sa-
rebbe necessario confutarne gli errori teologici ed istorici, non su-
perficialmente come fecero alcuni, ma ripassandoli con profondit 
ad uno ad uno. Conciosiach il Courayer non sia autore da disprez-
zare essendo dotto ed eloquente assai, e perci nessuno venga alle 
mani con lui se non  fornito di molta dottrina e molto bene eserci-
tato nell'arte critica. Ma bisogna che l'impresa sia stata trovata assai 
difficile perch nessuno finora se l'ha indossata, e quei pochi che la 
tentarono, eccitarono l'altrui compassione.
La versione del Courayer fu stampata la prima volta a 
Londra nel 1736 in 2 vol. in folio, capo d'opera di elegan-
za tipografica a giudizio di quelli che la viddero; fu poi 
ristampata lo stesso anno in Amsterdam in 2 vol. in 4.; e a 
Basilea nel 1738 e a Parigi colla data di Amsterdam nel 
1741 in 3 vol. in 4.
Le note con gli altri additamenti del Courayer, cio la vita di Fr 
Paolo, la dedica alla regina d'Inghilterra, il discorso preliminare, il 
discorso sull'accettazione del Concilio, tradotti anco in italiano or-
narono poi l'edizione di Londra (Ginevra) del 1757.
In inglese fu tradotta da Natanaele Brent, amico al Sar-
pi, e stampata a Londra nel 1629 in 4., e ristampata nel 
1640 in folio.
In tedesco fu tradotta da un anonimo e stampata nel 
1620 in 4. Una migliore versione diede Federico Rum-
bach, Ala, 1761, in 4. colle note del Courayer ed una pre-
fazione sua.
Di questa istoria furono dunque fatte sette od otto edi-
zioni in lingua italiana; fu tradotta ne' quattro principali 
idiomi dell'Europa, ed ebbe otto traduttori, cio uno latino, 
tre francesi, due tedeschi, ed uno inglese: in latino fu 
stampata sette volte o pi, tredici volte in francese, due in 
inglese e due in tedesco: pi di trenta edizioni in due seco-
li, fortuna che ebbero pochi libri di storia ecclesiastica.
II. Tornando alle sopraccitate collezioni delle Opere di 
Fr Paolo, quella di Verona in 8 volumi in 4., e quella di 
Napoli in 24 vol. in 8., elle potrebbero essere ridotte alla 
met, quando se ne tolga tutto ci che al Sarpi non appar-
tiene.
1. Consolazione della mente ec. Vedi la Sezione IV n. 2.
2. Risposta data da Fr Paolo a Paolo V. Ibid. n. 3.
3. Dominio del mare Adriatico e sue ragioni pel JUS 
BELLI ec. Ibid. n. 4.
4. Allegazione ovvero Consiglio in jure di Cl. Cornelio 
Frangipane J. C. per la vittoria navale contra Federico I 
imperatore, ed atto di papa Alessandro III proposto da Ci-
rillo Michele per il dominio della serenissima repubblica 
di Venezia sopra il golfo contro alcune scritture dei Napo-
litani.
 opera del Frangipane.
5. Il principe di Fr Paolo, ossia istruzione ai principi 
circa la politica de' padri gesuiti.
 un opuscolo assai vigoroso di Fr Fulgenzio: un anonimo vi ha 
fatto delle annotazioni che sommergono il testo e piene d'invettive 
contra i gesuiti.
6. Confermazione delle Considerazioni del P. M. Paolo 
di Venezia contro il P. M. Gian Antonio Bovio Carmelita-
no di M. Fulgenzio bresciano, servita, ove si dimostra co-
piosamente qual sia la vera libert ecclesiastica e la pote-
st data da Dio ai Principi.
Quantunque il Sarpi abbia moltissimo contribuito a quest'opera, 
massime per ci che riguarda l'erudizione e la critica, essa  pur 
sempre di Fr Fulgenzio, com' di G. Leoni il Ragionamento sopra 
la potest ecclesiastica, sebbene il Sarpi ne abbia fornito il materia-
le.  d'altronde un'opera tediosissima e di scarso interesse pei nostri 
tempi. Tutto al pi pu essere letta ancora da quelli che desiderasse-
ro vedere quanto male ragionavano i fautori della Curia.
7. Vita di Paolo Sarpi.
Quest'operetta di Fr Fulgenzio poteva passare nella edizione di 
Napoli, ma torna al tutto superflua in quella di Verona dopo aver 
portate nel Tomo I le Memorie aneddote del Grisellini, omesse dal 
Selvaggi.
8. Compendio dell'Interdetto.
 una cattiva abbreviazione della Storia dell'Interdetto di Fr Pa-
olo, fatta da un anonimo.
9. De iure asylorum.
 la traduzione latina fatta dal Frickelburgio del Trattato sulla 
Immunit delle Chiese di Fr Paolo.
10. Index librorum proibitorum cum regulis confectis 
per Patres Tridentina Synodo delectos.
Instructio de impressione librorum.
Instructio de proibitione librorum.
Ognun vede che sono cose estranee alle Opere sarpiane.
11. Lettera di Enrico IV re di Francia al suo ambascia-
tore.
Lettera del cardinale di Perron al re Cristianissimo.
Estratto di un capo di lettera scritto da un Senatore Ve-
neto al signor Pietro Priuli.
Lettera del padre Possevino al padre Capello.
Risposta del padre Capello al padre Possevino.
Joannis Marsilii napolitani Votum pro serenissima Re-
pubblica Veneta.
Risposta di Giovanni Marsilio alla inquisizione di Ro-
ma (in latino).
La stessa di Fr Fulgenzio francescano (in latino).
Consultatio Parisii cujusdam de controversis inter san-
ctitatem Pauli V et serenissimam Rempubblicam Venetam 
(di Jacopo Leschassier).
Queste operette possono star bene in una collezione di documenti 
relativi alla Storia dell'Interdetto, ma sono al tutto indipendenti dalle 
Opere di Fr Paolo.
Oltre le accennate, che si trovano tanto nella collezione 
veronese quanto nella napolitana, il Selvaggi aggiunse a 
quest'ultima le tre seguenti dissertazioni di sua fabbrica, e 
la quarta che  del padre Bergantini.
1. Digressione sulle censure.  Nel Tomo V.
2. Dimostrazione sul dominio del mare Adriatico e sue 
ragioni a favore della monarchia di Sicilia.  Nel Tomo 
VI.
Senza questa disertazione la censura di Napoli non li lasciava 
pubblicare il volume.
3. Ragioni del principato sulla materia di stampe e 
proibizione di libri.  Nel Tomo VIII.
4. Fr Paolo giustificato, dissertazione epistolare di 
Giusto Nave.  Nel Tomo XVI.
Quest'operetta (di cui vedi Sez. VI num. 5) era forse necessaria 
per quei tampi; ma err l'editore a servirsi della prima anzich della 
terza edizione che  molto migliore.
III. Le opere dunque che appartengono veramente a Fr 
Paolo, e comprese nelle citate due collezioni, sono le se-
guenti che io disporr, per quanto  possibile, secondo 
l'ordine dei tempi acci servano di complemento a quanto 
ho detto nella Biografia: le indicate con due  sono cose 
imperfette o appena sbozzate; e quelle indicate con una 
sono di un interesse al tutto locale e temporaneo.
1595 (marzo).  Sommario in materia di Stampe e due 
schede sullo stesso soggetto.
1606.  Due rimedi ai fulmini di Roma.
 Ragioni per la superiorit del Concilio.
Sono gli abbozzi del seguente.
Consulto se la Repubblica di Venezia possa e debba va-
lersi dell'appellazione al futuro Concilio nella sua contro-
versia con Roma.
Trattato e risoluzione sopra la validit delle scomuni-
che di Giovanni Gerson.
Apologia contro al Bellarmino.
Considerazioni sopra le Censure.
Trattato dell'Interdetto.
Lettera ai Cardinali Inquisitori di Roma (in latino).
1607.  Scrittura sopra l'esame del Patriarca.
1608. Storia dell'Interdetto.
Consulto circa le istanze fatte da Roma, perch dalla 
Repubblica si desse luogo alla proibizione e soppressione 
de' libri stampati a di lei favore nella controversia.
 Consulto se l'eccelso Consilio de' Dieci debba esa-
minare i rei ecclesiastici coll'intervento del vicario patri-
arcale o no.
Breve e molto fiacco lavoro, che sembra non essere che una 
scheda.
 Sopra la degradazione dei cherici.
Scheda che non manca di curiosit; ma lo stesso argomento fu 
trattato dall'autore con maggiore profondit nella Istoria del Conci-
lio Tridentino Lib. IV num. XVII
1609. Istoria dei Beneficii ecclesiastici.
1610.  Della immunit delle chiese.
Abbozzo di una materia ampiamente sviluppata nel trattato se-
guente col medesimo titolo.
Della immunit delle chiese.
 Scrittura sopra la proibizione de' libri.
Scrittura sopra la proibizione de' libri ed altri punti.
Ci che v'ha di meglio sono i seguenti passaggi:
 Pubblicando il Concilio Tridentino Pio IV proib a tutti il po-
tervi fare dichiarazione sopra: deput una congregazione di cardina-
li, la quale sola avesse facolt di rispondere sopra le difficolt ed 
ambiguit. Quel concilio fece degli ordini in quasi tutte le materie: 
per questo un tal arcano successe, che pochissime cause fossero nel-
le quali non fosse necessario ricorrere a Roma per dichiarazione; dal 
che venne grande accrescimento de' negozi in Corte. Ma se quelle 
dichiarazioni una volta fossero raccolte in forma pubblica, avrebbo-
no dato forma a' giudizi senza necessit di ricorrere a Roma per di-
chiarazione in difficolt simili. La Corte ha usato diligenza che non 
si raccogliessero n stampassero: gli avvocati e sollecitatori ne fan-
no raccolte scritte a mano per loro istruzione. Alcune capitate sono 
state stampate, come quella di Prospero Farinaccio. La Corte la per-
seguitata, primo, perch da quella si vede lo stile della Curia; se-
condo, perch s'imparano le dichiarazioni e si scemano i ricorsi.
(Una terza ragione omessa dal Sarpi pu essere perch quelle 
dichiarazioni sono cos ridicole, e la venalit e la cavillazione vi 
appariscono cos manifeste, che il pubblicarle non torna a troppo 
onore della corte di Roma. Pure furono raccolte e pubblicate nel IV 
vol. delle Decisioni novissime della Ruota romana raccolte dal Fa-
rinaccio, celebre giureconsulto ed auditore della Ruota medesima, 
indi stampate unitamente ai canoni del Concilio di Trento, prima 
dal Benedettino Pietro Vincenzo de Marcilla professore di teologia 
nella universit di Compostella, poi da Giovanni Gallemart giure-
consulto di Douvai. Ma la corte di Roma n'ebbe tanta vergogna che 
si credette in dovere di smentirle e di farle registrare nell'Indice de' 
libri Proibiti. Ci nulla ostante oltrecch il Marcilla e il Gallemart, 
e pi che altri il Farinaccio, non potevano n per interesse n per 
posizione personale essere capaci di una impostura, l'autenticit( ) 
di quelle dichiarazioni  attestata dagli esaminatori delegati dal 
regio consiglio di Castiglia e dalla accademia di Douvai, che 
dipendeva allora dal re di Spagna, e della stessa Inquisizione che 
ne permise ripetutamente la stampa. L'edizione pi ampia  quella 
unita ai Canoni e decreti del Concilio Tridentino stampata a 
Colonia nel 1620, un grosso volume in 8.).
Questo  stato un arcano della Corte: abbracciar tutto non ri-
sparmiar nulla; alla fine vi resta sempre qualche cosa dell'acquista-
to. Ed in ci si vale di tanti ministri e fautori, che osservano le cose 
che non conviene contendere e sempre qualche principe si  sveglia-
to. Ecco un altro mezzo: Che non occorre voler tutto, che si vada 
pian piano. .
1612 (15 settembre).  Scrittura sopra le cause dei 
Greci.
 Sommario di un consulto sopra una causa matrimo-
niale tra due Greci di Candia.
Contiene pochi frammenti del consulto antecedentemente accen-
nato, rappezzati insieme con troppa goffaggine quantunque l'intiero 
debba essere uno tra gli egregi lavori del Consultore.
 Scrittura sopra l'autorit dell'inquisizione per gli e-
retici greci.
 Trattato circa le ragioni di Ceneda.
1612 (16 settembre). Due Scritture sul Dominio del ma-
re Adriatico.
 Scrittura nella quale si raccolgono le dispute della 
vertenza delle cause di Belgrado, Castelnuovo, Marano, 
porti di Lignano, Busso e Sant'Andrea e della navigazione 
del golfo nel convento (congresso) di Friuli fatte da 
vicendevoli avvocati.
 un riassunto delle allegazioni pro e contro tra i giureconsulti 
austriaci e veneziani sul dominio del mare Adriatico e di alcune ter-
re littorali.
1613 (14 settembre). Informazione che sia lecito a' cat-
tolici ricevere aiuti dagli eretici.
 Sopra le vertenze ferraresi colla corte di Roma.
1615 (17 agosto). Discorso sopra le stampe.
Ribatte le pretensioni della Curia romana che si arrogava col 
mezzo dell'Inquisizione il diritto di far leggi repressive e sindacative 
sulla stampa de' libri e il commercio librario. Ma gli oggetti qui di-
scussi sono meramente occasionali e locali.
Discorso sull'Inquisizione.
1613-16. Istoria degli Uscocchi.
1616 (12 marzo). Scrittura sopra le contribuzioni degli 
ecclesiastici alle pubbliche gravezze.
(18 aprile). Parere se nella parte (legge) che non 
possono essere alienati beni stabili a persone e luoghi 
ecclesiastici, s'intende proibito anco il costituire, sopra gli 
stessi beni, livelli affrancabili da pagarsi agli ecclesiasti-
ci.
 un po' di commento a un articolo della legge 26 marzo 1605 
che fu una tra le cause dell'interdetto.
(28 maggio). Altro parere sullo stesso soggetto.
Pare che ci manchi il principio.
1617 (gennaio). Discorso sopra le contribuzioni dei 
cherici.
Eccellente opuscolo che contiene una storia succinta delle im-
munit reali dei cherici. Questa controversia di beneficiaria era gi 
incominciata colla corte di Roma nel 1614. Il discorso porta la data 
di gennaio 1616 seguendo lo stile de' Veneziani che incominciavano 
l'anno dal mese di marzo.
1618.  Sommario di una scrittura contro alle decime 
del Clero ed alle contribuzioni ecclesiastiche.
(12 luglio).  Considerazione come si possa ampliare 
la grazia del Sommo Pontefice di riscuoter la decima cle-
ricale.
 il sommario o abbozzo di un consulto intorno al sistema di 
percezione de' tributi pagati dagli ecclesiastici, detti la decima, e sul 
modo di ampliarli dando una pi estesa significazione alla bolla del 
papa senza bisogno di ricorrere per una nuova.
(28 novembre). Parere sopra la congiura del duca di 
Ossuna.
Non  fra le opere del Sarpi; ma si legge stampato tra i documen-
ti alla Storia della Congiura contro Venezia di Leopoldo Ranke, in 
sguito alla Storia della Repubblica di Venezia di Pietro Daru, da 
me tradotti, Tomo VII, edizione di Capolago.
1619. Istoria del Concilio Tridentino.
1620. Sopra una elezione di suddiacono della chiesa di 
San Barnaba di Venezia, ec.
Sopra l'ufficio del conservatore della Clementina in Ve-
nezia.
1620. Considerazioni sopra l'elezione di D. Ottavio 
Salvioni alla pieve di San Giuliano di Venezia, il quale era 
stato riprovato dal patriarca ed aveva appellato al nuncio 
apostolico.
Sopra l'autorit della nunciatura per la licenza de' Bre-
vi.
Tiene il Grisellini che questo breve opuscolo non sia di Fr Paolo 
perch vi  portata una legge del Senato 10 gennaio 1625 stile vene-
to, e 1626 stile comune. Il Sandi cita pure questa legge colla data 
del 1625; ma io oso credere che tale data o  male scritta o fu sba-
gliata dal segretario che la copi e la mise in filza nella compilazio-
ne delle leggi, e parmi che dovrebbe dire 1615, che poi sarebbe il 
1616. E m'induce in questa opinione I. che lo stile laconico della 
scrittura e persino le frasi e i modi sono tutto di Fr Paolo; II. per-
ch non si pu attribuirla a Fr Fulgenzio suo successore il quale 
aveva uno scrivere pi elaborato ed oratorio; III. perch l'argomento 
della nunciatura e della autorit di lei in Venezia fu trattato a' tempi 
di Fr Paolo e precisamente tra il 1620 e il 1622 e sembrami aver 
molta connessione coll'affare del Salvioni e coll'oggetto delle due 
seguenti schede trattato pure da Fr Paolo, cio:
 Sopra l'ufficio del teologo.
Sopra l'ufficio del canonista.
1622. Scrittura sopra gli affari della Valtellina.
(17 novembre). Sopra il Collegio de' Greci in Roma.
(14 dicembre). Parere se le leggi della Repubblica 
proibiscono ad un cardinale, figliuolo del doge di poter 
ottenere e ricevere beneficii ecclesiastici.
LE SEGUENTI SCRITTURE NON HANNO ALCUNA DATA 
PROBABILE.
 Sopra il giuramento dell'Inquisizione.
L'inquisizione obbligava i magistrati, gli osti, i librai ecc. a giura-
re gli uni che servirebbero al Sant'Offizio nella estirpazione della 
eretica pravit, e gli altri che non venderebbero cibi o libri vietati. 
Fr Paolo trova che questo giuramento  assurdo, e propone che sia 
abolito.
 Sopra le patenti dell'Inquisitore.
L'inquisitore del Sant'Offizio, dice Fr Paolo, non pu esercitare 
la sua carica se non ha prima una patente del governo; e quindi deb-
be essere sottomesso al Rettore della provincia al quale  obbligato 
di deferire in ogni cosa, e da cui pu anco essere impedito.
 Due altri scritti Sopra l'officio della Inquisizione di 
cui l'uno sembra far parte dell'altro.
Nel secondo vi fu intruso uno squarcio che ha niente di comune 
cogli inquisitori, e riguarda la tutela e sopraintendenza che i governi 
per legge divina e canonica sono obbligati ad esercitare sulle chiese, 
monasteri e luoghi pii dello Stato onde impedire che i preti non ne 
facciano il loro buon piacere o v'introducono abusi.
Del resto queste quattro scritture sull'inquisizione non sono che 
schede e sommarii di una materia sviluppata diffusamente nel Di-
scorso sopra l'Inquisizione: ci che vi trovo di pi notabile  il se-
guente paragrafo dove l'autore parla delle stregonerie.
Sono, dic'egli, leggerezze di opinioni, che con parole e cose 
lontane pensa far effetti naturali, di che le donne semplici sono pie-
ne.
Queste meritano una buona istruzione dal confessore, non diso-
nore da' tribunali. Chi le fa per ingannare, merita castigo, ma da chi 
tocca aver cura della giustizia.
Perci l'escluderli dal Sant'Offizio negli Stati di Vostra Serenit 
sarebbe cosa da desiderarsi, ma difficilmente da riuscirvi per le 
grandi opposizioni che s'incontrerebbono dalla corte di Roma, e per 
la critica e taccia che verrebbe ad incontrarsi da chi non conosce il 
vero bene, mentre esercitar l'inquisizione con poca prudenza il pi 
delle volte porta pregiudizi notabilissimi alla santit della religione 
e a' veri principii della stessa.
 Sopra l'uso de' monitorii introdotti in Bergamo.
 Sopra comunit che supplicano Brevi a Roma.
Abbozzo di una scrittura sopra quelli che invocavano Brevi onde 
preservare i campi dalle calamit naturali.
 Sopra una processione solita farsi in Este.
Tocca una contesa insorta fra' canonici e francescani, la quale ei 
dichiara doversi decidere dall'autorit secolare.
. Sopra l'esame de' laici al foro ecclesiastico.
Abbozzo di una scrittura che dovrebbe essere un pezzo eccellen-
te perocch fa la storia de' tribunali ecclesiastici, gli abusi a cui die-
dero luogo in pi paesi, e i temperamenti oppositivi dal secolare: il 
tema  che nessun laico pu essere richiesto ad un tribunale di preti 
senza licenza della potest secolare.
 Sopra un caso di truffa a pi confraternit fatta da un 
prete, a chi spetta il giudizio ?
Il prete truffatore fu processato dal tribunal secolare, il vescovo 
ordinario pretendeva il giudizio; ma il Sarpi dimostra che rubare 
non  azione spirituale, perch debba giudicarne l'autorit ecclesia-
stica.
 Sopra l'erezione di un monastero di monache in Re-
timo (Candia).
Per far questo conveniva alterare le disposizioni di un testamen-
to; ma il Sarpi fa osservare che la corte di Roma  sempre pronta a 
conceder tutto, anco a quello su cui non ha dritto, perocch in tal 
guisa ella usurpa quel d'altri e s'ingrandisce; e che il mutare le di-
sposizioni testamentarie non si appartiene al papa, ma al principe, 
ed  questo cui si debbe ricorrere. La scrittura non  che un abboz-
zo.
 Sopra le confraternite laiche.
Le confraternit laiche, dice Fr Paolo, non sono soggette al ve-
scovo in altro che nelle cose spirituali, che sono le orazioni, offici, 
processioni, uso dei sacramenti, sepoltura de' morti: ed anco in quel-
lo solo pu proibire le cose in cui li trovasse trasgressori: nelle altre 
cose non ha che fare, ma tutto  materia attinente all'eccellentissimo 
Magistrato, per essere cose temporali il congregarsi, il ricevere o 
escludere dalla societ, giudicare le differenze, maneggiare i danari, 
vedere i conti di spesa, raccolte, castigare i falli, eleggere gli officia-
li, e simili.
 I ricorsi che sopra tali cose si facessero agli Ecclesiastici o alla 
Congregazione di Roma, sono tentativi con offesa dell'autorit del 
principe. La Congregazione non ricusa;  stile di quella Corte ascol-
tare ognuno che ricorra, sia persona o causa che si voglia, sia pur 
notorio quanto si voglia che la causa spetti ad altri.
 Insegnano in dottrina, e mettono in pratica di essere giudici 
competenti sopra qualunque persona o causa. E questo  stato un 
arcano inteso da quella Corte, col quale tanto si  avanzata.
 Sopra il compromesso di due monasteri in quattro lai-
ci.
Pretendevano i preti che il giudizio dei compromessari non fosse 
valido perch i laici non possono metter le mani nelle cose sacre; 
ma il Sarpi fa vedere che una lite di muri, di acque piovane, o di 
altre servit di uno stabile  tutt'altro che cosa sacra; che d'altronde 
anco i laici possono essere compromessari in cose appartenenti al 
foro ecclesiastico quando abbiano sufficiente cognizione della causa 
e giudichino secondo le leggi a cui compete.
Sopra lo Stato della controversia de Auxiliis.
Lettere latine al Leschassier dal 1608 al 1613: sono 52, bench a 
stampa siano notate per 53.
Lettere latine al Gillot dal 1608 al 1617: sono 19
Lettere latine al Casaubono 1610-12: sono due.
Lettere italiane al Priuli 1609: sono 11.
Lettere ginevrine dal 1607 al 1618.
Non si trovano in nessuna collezione delle opere di Fr Paolo; 
ma furono ristampate nella Storia Arcana del Fontanini.
Lettere inedite al Foscarini ed al Castrino, stampate da 
me a Capolago nel 1833, sopra una copia terribilmente 
mutilata.
Lettere a monsignor Lollino, vescovo di Belluno. Sono 
nel tomo 3 delle Inscrizioni veneziane di Emanuele Cico-
gna, a carte 509.
SEZIONE SECONDA.
Opere inedite.
CLASSE PRIMA. 
Consulti.
Ho detto al Capo XXX che dopo la morte di Fr Paolo 
il governo veneto fece fare l'inventario di tutte le sue scrit-
ture pubbliche, che poi ordinate e trascritte in 8 volumi di 
pergamena furono depositate negli archivi secreti. Dopo la 
caduta della Repubblica copie ed originali passarono in 
Francia; poi restituiti nel 1815, gli originali furono sepolti 
nella Biblioteca imperiale di Vienna e le copie restarono a 
quella di Brera in Milano. Di quelle copie nei viaggi and 
smarrito o fu rubato un volume, cos che sette ora sola-
mente se ne trovano.
Ecco in breve ci che contengono, avvertendo che ivi si 
trovano compiute quasi tutte le scritture di cui nelle edi-
zioni a stampa non si hanno che gli abozzi.
I. Diritto pubblico ecclesiastico.
Consulti intorno a locuzioni lunghe di beni ecclesiastici 
nel regno di Candia.
Queste locuzioni si facevano per 29, 58 e 116 anni, per cui le liti 
fra l'arcivescovo di Candia e i coloni locatari erano inevitabili, pas-
sando gli obblighi e i godimenti in eredit di pi generazioni. Altre 
difficolt e liti accadevano per beni che il patriarcato di Costantino-
poli possedeva in quell'isola.
Scritture in buon numero sull'affare della Vagandizza.
Sopra beni comunali possieduti da chiese.
Sopra editti del patriarca intorno a casi riservati.
Sopra competenza di fro in liti di monache.
Sopra l'appellazione di preti greci dall'arcivescovo di 
Candia al nunzio papale in Venezia per una causa di ma-
trimonio.
Sopra contrasti tra il magistrato di Brescia ed il vescovo 
a cagione di un prete omicida, ecc.
Varie scritture sopra liti o cause di confraternit laiche 
con preti.
Sopra l'obbligo nei cherici di pagare le imposte; sulla 
difficolt di percepirle per capitazione; sulla contribuzione 
che i monaci Cassinesi ed altri di Venezia pagavano alla 
corte di Roma; sulle decime ecclesiastiche; sulla degrada-
zione dei cherici; su fabbriche di chiese; sopra liti feudali 
tra un particolare e il patriarca di Aquilea; e sopra casi 
singolari intorno al diritto di giudicare ecclesiastici.
Diverse scritture su iuspatronati ecclesiastici, fra quali 
evvene intorno alla vertenza tra Roma e Venezia per l'e-
same del patriarca Vendramin: nell'una esamina che pre-
giudizio poteva recare al jus patronato della Repubblica il 
viaggio a Roma di esso Vendramin; nell'altra di qual for-
mola doveva essere il Breve che la Corte avrebbe dovuto 
spedire a lui; e nella terza, se il Breve che invece gli fu 
mandato nuoceva alle ragioni della Repubblica.
Una risposta sopra la pretensione dell'arcivescovo di 
Spalatro (de Dominis) di ridurre sotto il suo governo alcu-
ni Croati e Dalmati soggetti al Turco.
Scritture sopra immunit delle chiese o abusi di asilo; 
sui continui conflitti tra l'autorit civile e l'inquisizione in 
quasi tutte le provincie venete, dove, malgrado le inces-
santi repressioni e castighi, i frati non si stancavano mai 
dal tentare nuove usurpazioni. Sono pi di trenta le scrit-
ture intorno a questo argomento, e alcune eziandio curiose 
per chi ama di conoscere la Storia di quel tribunale e gli 
ostacoli che incontr sempre nel dominio veneto.
Altre contro tentativi o mandati ecclesiastici.
Fra' quali vi  il caso di una scomunica lanciata dal vescovo di 
Trieste contro il capitano veneto di Raspo che aveva fatto sequestra-
re il salario di un prete che in virt della libert ecclesiastica non 
voleva pagare i suoi debiti. Il vescovo pretendeva che ci fosse di-
ritto divino, ma a quel governatore veneziano piaceva pi il diritto 
umano, che comanda di dare a ciascuno il suo, e a dispetto della 
scomunica obblig il prete a pagare.
Varie scritture sopra professione e dotazione di mona-
che, elezione delle loro badesse, traslazione loro di con-
vento in convento, ecc.; se  lecito alle monache di avere 
confessionali in chiesa ec. ec. Come anco su conflitti tra 
frati e l'autorit civile e sul diritto che ha questa d'interve-
nire nella amministrazione dei loro beni e nel governo del-
la loro famiglia.
Sulle pretese del vicario patriarcale che voleva essere 
presente all'esame de' rei ecclesiastici nel Consiglio dei 
Dieci; e sopra altre usurpate intervenzioni de' cherici nelle 
materie civili e giudiciarie.
Sui dottorandi nella universit di Padova, i quali il ve-
scovi voleva obbligare ad una professione di fede prima di 
conseguire la laurea.
Sull'amministrazione de' beni de' gesuiti espulsi dal 
dominio veneto; sui disegni de' gesuiti che avevano stabi-
lito un collegio a Castiglione delle Stiviere presso ai con-
fini veneti; e su cause di gesuiti sgesuitati che pretendeva-
no ad eredit di beni.
Infine diverse scritture sul diritto preteso della corte di 
Roma, e in suo nome dalla Inquisizione, di voler proibire 
tali e tali libri: scritture dettate per lo pi in repressione di 
casi particolari.
II. Diritto territoriale e feudale.
Erano frequenti le liti di confine a cagione di pascoli 
comunali, di boschi, di strade, o canali, o peschiere, o 
fiumi, ec. tra le comunit dello Stato veneto e le comunit 
limitrofe, come ancora tra governo e governo, tra pubblico 
e privato e tra privato e privato per oscuri diritti feudali, 
sulle quali materie esiste un centinaio circa tra consulti, 
esami, informazioni, risposte di Fr Paolo alle autorit ve-
nete, tutte relative a casi particolari, cio:
Contese di confini tra Comunit della provincia berga-
masca, Stato veneto, e comunit delle provincie di Milano 
e di Cremona, ducato milanese.
Contese di confini, di estrazione di acque, corso di fiu-
mi, propriet ed oggetti stradali, tra Cremaschi e Milanesi.
Contese di dominio stradale nella provincia di Cremona 
tra il governo veneto e lo Stato di Milano e intorno ai 
diritti del primo nello impedire passaggio di truppe 
imperiali su certe strade.
Intorno a correrie e ladroneggi di soldati milanesi sul 
territorio dei Bergamaschi e Cremaschi e rappresaglia di 
questi.
Su diritti d'irrigazione, su canali, corso di acque e com-
petenza di giurisdizione per contese insorte tra Bresciani e 
Milanesi.
Su diritti di giurisdizione civile e criminale, in contesa 
tra il governo ducale di Mantova e comuni bresciani.
Sopra contese di ponti ed acque tra Veronesi ed Asolani 
da una parte, e Mantovani e Ferraresi dall'altra.
Sopra il contrasto tra il governo veneto e il comune di 
Bologna, il quale voleva introdurre il Reno nel Po per un 
taglio che congiungesse quel primo fiume col Panaro.
Contese per taglio di boschi, confini di campi, ruberie, 
ec. tra Vicentini e sudditi austriaci.
Altre relative a boschi e pescagioni tra Friulani ed Im-
periali, e tra Cadorini e il vescovo di Bressanone.
Differenze di confine e contrasto del possesso di una 
cava di pietra molare tra sudditi veneti di Cadore e della 
Carinzia, e i sudditi del vescovo di Bamberga.
Contesa di confini e rappresaglie di bestiami dei Friula-
ni ed Istriani coi loro confinanti.
Diverse scritture su cause feudali.
III. Diritto politico.
Quattro scritture sul dominio del mare Adriatico della 
repubblica veneta, e pi altri su casi particolari attinenti 
alla stessa materia.
Molte scritture intorno alle contese insorte nel 1612 tra 
la Repubblica e lo Stato pontificio pei confini di Loredo 
veneziano e Ferrara pontificio, e sopra un taglio del Po di-
segnato dai Ferraresi che doveva toccare il territorio vene-
to.
Varie scritture intorno la sovranit di Ceneda.
Altre intorno a vertenze di dominio civile ed ecclesia-
stico del patriarcato di Aquilea, della Repubblica col pa-
triarca o cogli Austriaci.
CLASSE SECONDA.
Collezione del P. Bergantini.
Il P. Giuseppe Giacinto Bergantini provinciale dei Ser-
viti a Venezia, uomo dottissimo e critico arguto, morto nel 
1774, si era applicato religiosamente a raccogliere fin le 
pi piccole scritture di Fr Paolo, che per incuria andava-
no qua e l disperse, e le riun in cinque volumetti che poi 
sgraziatamente perirono nello incendio che arse la Biblio-
teca e quasi tutto il convento de' Servi di Venezia la notte 
tra il 17 e 18 settembre 1769. Suppongo per altro che di 
questa collezione o una copia intiera o astratti interessanti 
si debbano trovare fra i MSS. del doge Foscarini, ora tra-
sportati nella Biblioteca imperiale a Vienna. La seguente 
descrizione fu fatta dal P. Bonfigliuolo Capra, Servita ei 
pure, e conservataci dal Grisellini.
Si ha obbligazione al M. R. P. Maestro Giuseppe Ber-
gantini della preservazione di questi autografi. A cinque 
Tometti, in cui sono compresi, vi sta in fronte questo tito-
lo: PAULI SARPI Collectanea, quotquot domi, forisque 
inveniri potuerunt ab H. Josepho Berganteno H. C. A. in 
unum congesta annus 1740.
 Nel Tomo I. V'ha primieramente un sommario crono-
logico delle cose pi notabili accadute in Europa sotto di-
versi titoli registrate. II. Vengono quelle d'Europa gene-
ralmente prese dall'anno 1029 fin all'anno 1594; le spet-
tanti a Venezia in particolare dall'anno 568 fin al 1493. 
Dopo di che seguitano sette fogli parte di notizie istoriche 
generali dell'Europa tutta, ma sotto anni non ordinati di-
stese, parte di autorit e massime appartenenti al sistema 
di un regno e di una repubblica; la qual parte seconda nel 
principio delle linee  tutta cancellata da varie litture, o 
perch rifiutata, o perch posta in uso, come creder si vo-
glia. III. Si vedono le Memorie della Fiandra da' primi 
motivi della sollevazione contra la Spagna, alle quali van-
no in sguito cinque pagine di testi filosofici e legali circa 
il governo, la polizia e la giustizia. IV. V'hanno quelle di 
Portogallo da quando il re Sebastiano pass in Africa fino 
al pacifico possesso della Spagna di quel regno; seguite 
anch'elleno da alcune poche sentenze filosofiche e massi-
me politiche di governo. V. Dopo alcune pagine, nelle 
quali, sotto il titolo Legatus, trattasi storico-legalmente de' 
privilegi dati e tolti agli ambasciatori, trovansi notizie 
dell'Inghilterra poste ora confusamente, ora per ordine di 
anni, e successivamente molti fogli d'annotazioni e sen-
tenze sopra varie materie, ma per lo pi politiche. VI. Si 
registrano le azioni degli Uscocchi, circa le quali non v'ha 
altro, per collazione fatta, che un estratto della storia del 
Minucci, ma nulla di spettante alla continuazione di quella 
scritta dal medesimo Sarpi; ed in appresso vengono tre 
pagine col titolo di Avvisi, ove notati sono gli avvenimenti 
politici di quel tempo; e per ultimi alcuni fogli di massi-
me, fatti e sentenze alla rifusa, e quindi una serie di note 
per ricordo. VII. Abbiamo le cose della Valtellina di mano 
di F. Marco Fanzano, cominciando dall'anno 1379, in cui 
Bernab divise a Martino suo minimo figliuolo la detta 
Valle con altri Stati fino al 1620. VIII. Vi sono certe poche 
Memorie spettanti al Concilio di Trento sotto il pontificato 
di Pio IV, alcune poste nella Storia di detto Concilio scrit-
ta da lui, ed altre no; rimanendoci dubbio se le abbia cava-
te da altre fonti, oppur da un solo, poich nel principio di 
esse troviamo notato: De Mirandol nel Recueil; e non po-
tiamo determinarci a crederne assolutamente questa l'ori-
gine; perch siccome a ciascheduna Memoria v'ha pre-
messo il tempo suo cominciando dal 1560, cos alla detta 
nota vi precede il 1549, onde pu ancora immaginarsi una 
Memoria di cose da vedersi sotto quest'anno il detto libro, 
e che le altre siano da altre dedotte; perci creda ognuno 
quel che vuole. Dopo queste raccolte v'hanno altri quat-
tordici quadernetti in questo primo Tomo, i quali possono 
dirsi una miscellanea di molte materie. Tre di loro sono 
piene di massime politiche, in parte colla citazione dell'au-
tore, in parte no, e queste frammischiate di pezzi storici e 
morali. Ne seguita uno di frasi latine per lo pi ad uso di 
lettere ancor famigliari, senza veruna citazione di autori 
da' quali forse cavate sono. Un altro ne succede in cui 
v'hanno le definizioni di termini principalmente greci che 
all'arte oratoria si spettano. Due ne vengono di fatti s 
dell'antica storia greca e latina, come di quella de' suoi 
tempi. I quattro seguenti racchiudon testi del gius civile e 
canonico sopra quasi tutte le materie sottoponigli a giudi-
zio. Uno poi n'ha di definizioni e massime di morale filo-
sofia. Gli ultimi due contengono assiomi filosofici, legali, 
e massime politiche di governo.
 Tomo II. II primo quadernetto di questo tomo  nume-
rato, avendo pagine 80, e contiene un estratto del libro in-
titolato: Squittinio della libert di Venezia, con alcune po-
che osservazioni contra il medesimo. II secondo quader-
netto, che insieme cogli altri seguenti non  numerato, 
racchiude un estratto della scrittura uscita sott'il nome di 
Lorenzo Motino, stampata a Napoli l'anno 1617 per impu-
gnare il dominio della Repubblica veneta sul mare Adria-
tico. Nel terzo v'ha l'estratto d'una risposta del medesimo 
Motino contro Cornelio Frangipane, impressa in Napoli 
l'anno 1618 in difesa del Baronio impugnante la vittoria 
dei Veneziani sopra l'imperadore Federigo. Nel quarto vi 
sono due estratti, il primo di una scrittura pubblicata in 
Napoli l'anno 1617 su i medesimi punti sotto nome di O-
razio da Feltre; il secondo mostra di essere il transunto 
d'una scrittura contra la lettera sarpiana sotto il nome di 
Francesco de Ingenuis, e porta nel principio segnate que-
ste parole: Tiberii Vincenti Hollandi, ma non sappiamo se 
sia stata stampata, oppur se siano riflessioni mandate ami-
chevolmente al Sarpi da Nicol Crasso che si nomin co-
s. Nel quinto vi sono ristrette varie ragioni, autorit, fon-
damenti e memorie, quasi materia di qualche scrittura per 
difendere il suddetto impugnato diritto della Repubblica 
sull'Adriatico. Nel sesto vi  raccolta sotto diversi capi 
molta materia per rispondere allo Squittinio sovramento-
vato; e nel settimo ancora vi stanno alcune pagine di note 
coerenti al dominio e libert di Venezia. La prima pagina 
dell'ottavo contiene l'estratto dell'Avviso di Parnaso, 
stampato contro la Repubblica di Venezia ed il duca di 
Savoia; dopo seguitano cinque pagine di F. Marco scritto-
re del Sarpi, nelle quali v'ha la sostanza di qualche scrittu-
ra, di cui non abbiamo notizia, fatta per sostegno delle ra-
gioni degli Spagnuoli circa il loro preteso dominio del 
Mare. Il nono racchiude alcuni luoghi pi notabili della 
Cronica Veneta del Dandolo, nominata Dandulus maior. E 
il decimo parecchi ne contiene sopra l'altra pi breve del 
medesimo cronista, ch' detta Dandulus minor. Nell'unde-
cimo vi sono alcune memorie spettanti agli affari della 
Repubblica e de' Spagnuoli co' Grigioni. Nel dodicesimo 
vi hanno circa quattro pagine d'informazioni dello Stato 
Veneto, e massime politiche per governarlo, alle quali  
posto in fronte il nome del Donato (Sarebbe mai questo 
un estratto del libro di cui parler pi sotto nella Sez. IV 
numero 1?). Nel tredicesimo si trova l'estratto di una rela-
zione fatta da qualche ambasciatore in tornar da Venezia 
al suo principe, della quale non abbiamo notizia; dopo s-
guita in due pagine l'estratto di un libro il quale sembra 
che avesse per titolo: Martirio di Niccol Rusca da Son-
drio, composto da F. Riccardo Ruccone, ecc. Il quattordi-
cesimo porta in fronte: Interdetto Tuono (cio, Interdetto 
di Venezia secondo che  narrato dal de Thou), ed in s-
guito vengono portati alcuni suoi errori circa il medesimo 
rilevati. Dopo di che vi sono circa tre pagine di materia 
unita per confutare la bugiarda voce sparsa che levando 
esso Interdetto fosse stata data la papale assoluzione alla 
Repubblica. Il quindicesimo ed ultimo contiene la sostan-
za di una deliberazione in dodici capi emanata dal Senato 
veneto a' 15 dicembre 1586 circa i feudi dello Stato, alla 
quale sieguono alcune aggiunte dei 29 maggio e dei 4 di-
cembre 1587, nonch dei 14 maggio 1594, avendovi suc-
cessivamente due pagine di esempli forestieri e dei testi 
legali per illustrare la stessa materia, n altro pi.
 Tomo III. Questo  un picciolo volume di figura mi-
nore dell'ottavo, e con parte delle carte del medesimo lo-
gore e guaste. Egli  uno di que' libricciuoli ne' quali l'A-
nonimo (Fra Fulgenzio) dice che da Fra Paolo erano regi-
strati i propri difetti. Ognuno che legga questo autografo 
avr luogo a scorgere in Fr Paolo stesso una perfetta mo-
rale, tanto che pu servir egli in ogni incontro a smentire i 
maligni che l'hanno accusato di poca piet e religione.
Tomo IV.  in figura di sesto, e va coperto di rozzo 
cartone, e ci rappresenta due cose che non hanno che fare 
colle produzioni di Fr Paolo. Una  il dialogo meteorolo-
gico di Tommaso Tomai, stampato da Domenico Fiorenti-
no l'anno 1577. L'altro  un quinternetto di poche pagine 
nelle quali si vede un trattatello De Canicul ortu et 
prnotionibus corum qu contingunt; le quali due ultime 
operette sono scritte di mano molto diversa da quelle del 
Sarpi, del Fanzano e del Micanzio; il secondo ha in fine 
questa citazione: Card. de variar. rerum. Vengono poi do-
dici fogli di esercitazioni, per lo pi geometriche, scritte 
dal Sarpi e parte dal Fanzano. In fine avvi questa nota: 
Giovanni Gioja da Melfi 1500; circa che noi crediamo che 
siavi errore nel nome di Giovanni, scritto in cambio di 
quello di Flavio che fu inventore della bussola nautica, 
secondo la pi volgare opinione. Ci per che rende pre-
gevole questo tometto, s  ch'egli contiene un trattato me-
tafisico Circa l'arte di ben pensare, il quale altro non  
che quello dall'Anonimo intitolato: Del nascere e cessare 
che fanno in noi le opinioni. La scrittura  di Fr Marco 
Fanzano, amanuense del Sarpi.
 Tomo V. Questo nella figura somiglia all'antecedente 
fuorch va coperto di pergamena, bench logora e corrosa. 
Egli contiene quasi settecento pensieri spettanti alla scien-
za naturale, alla metafisica ed alle matematiche. Le date 
scritte al margine delle medesime mostrano che furono re-
gistrati dal 1578; il che corrisponde anco all'osservazione 
dell'Anonimo, il quale scrive che verso tale tempo furono 
da Fr Paolo posti insieme alcuni suoi pensieri naturali, 
metafisici e matematici. Fin qui il Capra.
Il Grisellini aggiunge la seguente notizia:
Oltre queste collettanee eranvi nella suddetta bibliote-
ca de' PP. Serviti alcuni fogli sopra l'iride e la riflessione 
della luce, spiegata col mezzo di geometriche figure. Di-
verse tavole colla delineazione delle macchine lunari, una 
delle quali messa in netto per essere mandata al Lescasse-
rio; molti fogli volanti, riposti in una cartella, contenenti 
dimostrazioni ottiche, geometriche e progetti per la deli-
neazione di orologi solari. Veniva poi un grosso volume in 
quarto intitolato Sched Sarpian. La prima cosa che 
s'incontrava era un abbozzo di mano del Sarpi del Trattato 
sull'Interdetto. Venivan dopo molti fogli segnati tutti in 
cima con numeri romani. Contenevano molti problemi di 
geometria e di algebra con sottovi le soluzioni de' mede-
simi. Indi i dettagli di non pochi esperimenti fisici sopra 
l'elasticit, rarefazione e dilatazione dell'aria; diversi 
tentativi chimici; assai osservazioni spettanti alla storia 
naturale, ed in questo particolare cinque interi fogli 
includenti la spiegazione di un passo di Cicerone nel libro 
De Natura Deorum, ove recavasi un prospetto della 
connessione de' corpi creati passando dalle rozze terre ai 
corpi organizzati, e da questi fin all'uomo, che fra gli 
esseri  il pi bello, il meglio organizzato, e che perci, 
attese le sue facolt e le di lui percezioni, lo legano al 
Creatore, e sta per questo in cima della maravigliosa 
piramide della natura.
 In detta biblioteca tra le cose sarpiane serbate tutte in 
un particolare armadio, guernito de' suoi scaffali, vi si tro-
vavano anco due libretti bislunghi contenenti memorie e 
ricordi scritti da Fr Paolo, uno nel 1611, l'altro nel 1612, 
circa le incombenze del suo impiego tra cui d'assai curio-
se; ed una, ove sotto la data dei 4 settembre del 1612, era-
vi notato il trassunto del dispaccio in quell'anno mandato 
dall'ambasciatore veneto in Roma al Senato, in cui gli si 
dava notizia delle direzioni del gesuita Possevino tenute 
per far assassinare il Sarpi nel 1607; il che io verificai col 
confronto della copia del Dispaccio stesso che dal signor 
Co. Wrachien erami stata comunicata nel 1779. (Non nego 
l'esistenza di questo dispaccio, ma nego che vi si parli del 
Possevino o de' gesuiti, nel modo almeno che pretende il 
Grisellini( ), come credo di avere dimostrato nel Tomo I 
al Capo XVII pag. 327). Il P. M. Bergantini aveva anco 
avuta la sorte di unire a tutti li suddetti autografi ed altre 
schede di Fr Paolo un altro codice contenente una 
Cronologia scritta in lingua latina. (Sar accennata pi 
sotto, Sez. III, num. 5).
...
.
...
Casse Terza.
.
POLIGRAFIA
.
I. Opere inedite esistenti ancora.
.
1. Lettere latine a Filippo Mornay: se ne trovano pi e-
semplari MSS.
2. Altre al Leschassier, al Gillot ed al Casaubono non 
ancora pubblicate; ma che si trovano in pi esemplari 
MSS.
3. Lettere italiane ad Antonio Foscarini, ambasciatore 
veneto in Francia e a Francesco Castrino.
Sono 40: da un esemplare non autografo appartenuto all'or ora 
defunto conte Domenico Almor Tiepolo, patrizio veneto, ne furono 
tirate varie copie, fra le quali una n'ebbi io dalla cortesia di quell'ot-
timo patrizio.
4. Lettere varie che versano per lo pi intorno l'inquisi-
zione, in un vol. MS. in pergamena gi appartenuto all'ar-
chivio secreto di Venezia, ed ora nella Biblioteca di Brera 
a Milano.
II. D'incerta esistenza.
1. Historia Conciliorurn ordine alphabetico exarata. 2. 
vol. in fol. Vedi nel Capo I, pag. 9.
2. Compendio delle Vite de' Papi da San Pietro fino a 
Paolo V.
Esisteva in autografo fra i MSS. del doge Foscarini, e fu veduta 
anco dal Grisellini. Il doge ci fa sapere che era un'opera imperfetta, 
che di soli venti pontefici l'autore parla con qualche estensione, e 
sopra tutto di Paolo V usando concetti di laude non che di riveren-
za. Degli altri si spiccia in poche parole. Fr Fulgenzio ci aveva 
giunto la vita di Gregorio XV e di Urbano VIII.
3. Della Podest de' principi.
Il Sarpi aveva stilizzato i tre primi capitoli e ordinate le rubriche 
dei rimanenti che dovevano essere in tutto 206. Giorgio Contarini, 
in potere del quale venne l'originale, lo mostr ad assai dotte perso-
ne onde trovare chi volesse compier l'opera; ma nessuno ard cimen-
tarvisi. Fr Fulgenzio a cui siamo debitori di queste notizie non dice 
quale fosse il preciso tema dell'opera, ma pare che dovesse avere 
molta affinit con quello trattato poi dottamente da Pietro De Marca 
nella sua celebre Concordia del Sacerdozio e dell'impero.
4. Una raccolta di Pensieri civili e politici, nei quali, di-
ce il Foscarini, si rappresenta il carattere delle passioni, e 
si dipingono i costumi e si danno precetti per regolare la 
vita.
Sta incerto se sia opera del Sarpi. Il codice era scritto da Frate 
Fanzano scrivano del Sarpi; ma vi erano correzioni, per lo pi di 
ortografia, di Fr Fulgenzio, e pass anco in mano degli eredi di lui. 
Pensa adunque Foscarini che i pensieri fossero del Sarpi, ma gettati 
senza ordine come ei soleva, indi raccolti, ordinati e corretti da Ful-
genzio.
5. Memorie intorno la storia de' suoi tempi, raccolte da 
Fr Paolo per uso del presidente de Thou.
Come ho detto a suo luogo, un esemplare di queste fu portato in 
Inghilterra da Bedell, tradotto in lingua inglese. Ignoro se l'originale 
sia stato annullato, o se deposto dopo la sua morte negli archivi se-
creti.
III. Perdute.
1. Il trattato anatomico sulla scoperta delle valvole nelle 
vene e sulla circolazione del sangue.
Era possieduto da Fr Fulgenzio, nelle mani del quale fu veduto 
dal Wesling, professore di anatomia a Padova.
2. Analisi delle dottrine degli antichi filosofi e degli 
scolastici.
Ne parlano Fr Fulgenzio ed il Morofio.
3. Della ricognizione delle equazioni: trattato matema-
tico.
 ricordato da Alessandro Anderson.
4. Sopra il moto delle acque e particolarmente sul flus-
so e riflusso del mare: trattato fisico.
5. Intorno la ripugnanza che prova la natura umana per 
l'ateismo: trattato filosofico.
6. Medicina dell'animo: trattato morale.
7. Un breve opuscolo intorno la scomunica, la sua ori-
gine, uso ed effetti.
Questi quattro ultimi trattati sono citati da Fr Fulgenzio.
SEZIONE TERZA.
Opere illustrate da Fr Paolo.
La notizia delle seguenti opere la estraggo dal Griselli-
ni, il quale ci fa sapere che esse pure tutte perirono nel 
mentovato incendio del 1760. Anche il Foscarini ne parla.
I. Un esemplare delle Opere Analitiche di Francesco 
Vieta stampato Turonis, apud Jameticum Metayer, ann. 
1591, in folio.
Sulla pagina innanzi al frontispizio eravi notato Marini Ghetal-
do; loch mostrava aver appartenuto questo libro a quel celebre no-
me. Sotto, di mano di Fr Paolo, stava scritto questo distico:
Dicitur fere quando excendit justum,
Dicitur amplius quando deficit a justo.
Circa le correzioni ed illustrazioni fatte dal Sarpi a quest'opera 
veda il lettore il capo IV.
II. Due Opuscoli Matematici di Alessandro Anderson, 
uno istituito a difendere la di lui soluzione del zetetico 
problema di Apollonio Pergeo nel supplemento dell'Apol-
linus redivivus, e l'altro a dimostrare i teoremi dal Vieta 
prodotti intorno l'analitica sezione degli angoli.
In alcuni fogli cuciti in fondo a' medesimi eravi una critica sopra 
il secondo, con una migliore soluzione del problema Apolloniano, e 
andava seguto il tutto dalla lettera originale dell'Andersonio mede-
simo a Fr Paolo trasmessagli coi detti opuscoli.
III. Ad un esemplare del Sigonio in foglio De Regno I-
tali impresso in Venezia nel 1591, apud Franciscum Se-
nensem, vi aveva il Sarpi aggiunte varie illustrazioni, di-
segnandovi anco nella pagina innanzi al frontispizio gli 
alberi degli Sforzeschi, de' Scaligeri e di altri principi ita-
liani. Cos pure nel fine avea notato le date di molti fatti 
memorabili, e principalmente nell'innalzamento di alcuni 
principi alle loro dignit, ed il tempo in cui mancarono.
IV. Un esemplare di Alhazeno (autore arabo), titolato 
Optica Thesaurus, colla giunta dei libri di Vitellione, ed i 
commenti di Federigo Resnero stampato in Basilea nel 
1572 in foglio, era tutto postillato di mano di Fr Paolo, e 
principalmente il libro II di Alhazeno.
V. Libro intitolato: Johannis Lucidi Samothei viri cla-
rissimi emendationes temporum ab orbe condito, Canones 
in tabulam perpetuam temporun, de vere die passionis 
Christi, Epitome emendiationis Calendari Romani. Vene-
tis, ann. 1537, in 4.
Prima del frontispizio vi erano due carte bianche, ove vedevasi 
notata la cronologia latina ed ebraica. Nella tavola de' tempi stavano 
scritti frequentemente o sovrani, o papi, o letterati, o altri uomini 
illustri, e fatti insigni che Fr Paolo aveva per iscopo di segnare. In 
un'altra carta nel fine dell'opera vedevansi registrati gli storici e 
cronisti della Chiesa, e varii principi, relativamente ai tempi che fio-
rirono.
VI. All'Opuscolo intitolato: Csaris Baronii, ecc. Pa-
rnesis ad Rempublicam Venetam, edizione di Ferrara 
1606 in 4., vi erano copiose note confutatorie marginali di 
mano di Fr Paolo.
VII. Sacrosanti Concilii Tridentini Canones et Decreta 
cum annotationibus ex utroque Testamento, ad Juris Pon-
tificii aliissque S. R. E. Conciliis, ab Horatio Lucio Gal-
liensi J. G. etc. collectis, Venetiis apud Marcum Antonium 
Zalterium.
Questo libro da Fr Paolo fu fatto legare con una carta bianca ed 
una stampata vicendevolmente per poi scrivere nelle prime delle 
note riguardo a molti luoghi de' canoni e decreti da lui con linee se-
gnate. Quantunque per frequentemente vi fossero le linee, non 
sempre vedevansi le corrispondente note. Tutta via di queste ancora 
ne avea gran copia, ed erano riflessioni del Sarpi medesimo e per lo 
pi dichiarazioni del Concilio.
VIII. Un Salterio molto antico in carattere gotico, senza 
luogo, n anno della stampa.
Era tutto postillato da Fr Paolo, avendovi notato ad ogni inno il 
suo autore, ad ogni salmo il suo titolo conforme il testo ebraico, e 
quasi ad ogni verso la spiegazione e variante lezione tanto latina 
come greca ed ebraica. Mostrava questo lavoro perizia nel Sarpi 
tanto nel greco che nell'ebraico, avendo notati alcuni versi de' salmi 
colla versione interlineare alla maniera di Sante Pagnino.
IX. Tutti questi libri e varii altri con note di Fr Paolo si 
serbavano nell'incendiata biblioteca de' PP. Serviti di Ve-
nezia, e cos non pochi altri mandati in dono al medesimo 
da' loro autori, tra cui il Polibio coi commentari del Ca-
saubono; le opere di Bocchelio di Gius ecclesiastico, del 
Lescasserio, del Gillot, di Guglielmo Barclaio. L'Organo 
ed il libro de Augmentis Scientiarum di Bacone da Veru-
lamio, ed altri molti, con iscrizioni ed epigrafi di pugno 
degli autori medesimi per lo pi su i frontispizi dei libri 
stessi.
SEZIONE QUARTA.
Opere falsamente attribuite a Fr Paolo.
1. Opinione come debba governarsi internamente ed e-
sternamente la repubblica di Venezia per avere il perpetuo 
dominio.
Stampata anco col titolo: Memoria presentata al Sena-
to, ec. ovvero Ricordi al principe e Senato veneto, ecc. e 
tradotta in francese col titolo: Le Prince de F. Paolo. Pie-
tro Daru ne fece grand'uso per la sua Storia di Venezia, il 
che lo trasse ad errori radicali.
Quest'operetta fa scritta l'anno 1615 o in quel torno, lo stile ha 
simiglianza col fare vibrato di Fr Paolo; ma la locuzione  pi 
scorretta e pi dura. L'introduzione sarebbe insolita a Fr Paolo, non 
uso a perdersi in proemi, e cos anco la divisione per capitoli e per 
paragrafi; e per lui non meno inusitata sarebbe la frase che sente di 
francesismo, a proporzione del mio talento, con cui termina il libro. 
Certi principii d'ingrandimento e di conquista sono troppo ipotetici, 
n Fr Paolo era un uomo da fondarvi sopra un dogmatismo politi-
co; e sono eziandio contrari al sistema di conservazione seguito al-
lora dalla Repubblica, sistema al quale partecipava lo stesso Fr Pa-
olo. Certi consigli atroci e in contraddizione colle massime di seve-
ra giustizia proposte gi dall'autore siccome fondamento del ben 
regnare, pi che a perpetuare un governo sarebbero atti a pervertir-
lo; altronde sono trafatto disformi dalla morale pratica del Consulto-
re. Vi sono poi precetti e considerazioni puerili affatto, e che torna 
troppo arduo l'attribuire a un tant'uomo di Stato, e una certa 
causticit e un astio crudele, che malamente velasi coll'arte del 
consiglio, d a quello scritto l'aria di una satira ironica od insidiosa: 
e se Fr Paolo ne fosse l'autore e l'avesse scritto seriamente e collo 
scopo annunciato nel titolo, bisognerebbe confessare ch'ei fu il pi 
tristo uomo del mondo, ponendo egli come fondamento di stabil 
regno l'ipocrisia, la frode, l'assassinio, l'immoralit, l'irreligione 
ridotte a sistema: forse con questi mezzi si acquista un regno, ma 
non  per essi che si pu conservarlo.
Se fosse vero che Fr Paolo scrisse que' suoi ricordi ad istanza 
del governo,  chiaro che diventavano un secreto di Stato; e non era 
a Venezia dove tai secreti si potevano facilmente e impunemente 
divulgare. Eppure quel libello ignoto a contemporanei, non trovato 
fra le carte del Sarpi, fu stampato per la prima volta a Venezia col 
titolo: Opinione di Fr Paolo come debba governarsi ecc., e si vede 
che la Censura, cio il Consiglio dei Dieci, non fece alcun conto di 
essa, ma che lasci anco ristampare quattro anni dopo; se non che 
nella edizione del 1685 il titolo fu Opinione falsamente attribuita a 
Fr Paolo ecc.; ma ignoro se tale mutazione deriv per ordine del 
governo, o per consiglio di letterati. So bene che essa nulla valse, 
perch e il traduttore che la pubblic in francese nel 1731, e quelli 
che la ristamparono in Italiano a Livorno con data di Colonia nel 
1760 e a Friborgo nel 1767 continuarono a spacciarne Fr Paolo au-
tore. La riprovazione del doge Marco Foscarini non bast a conver-
tire Pietro Daru e Carlo Botta; ma la recente scoperta dell'erudito 
autore delle Inscrizioni Veneziane professore Emanuele Cicogna 
(Tom. 5, p. 507) deve finalmente rilegare codesto libello tra i parti 
fittizi: Il padre Giovanni degli Agostini, dic'egli in una nota di suo 
pugno nella cronaca cittadinesca dei Gradenigo all'art. CANALE di-
ce: 1648. Un bastardo di casa Canal veneziana scrisse molte opere 
politiche, tra le quali l'Opinione come debba governarsi la repub-
blica di Venezia falsamente attribuita al P. Paolo Sarpi. Pare che 
l'Agostini fosse contemporaneo, e se  lecito arrischiarmi con una 
congettura direi che il Canale scrisse il suo libro col fine apposito di 
suscitar rancori ed animosit tra i nobili ricchi e i nobili poveri; im-
perocch sotto colore di consigliare ai primi l'abbassamento degli 
altri non fa che pennelleggiare odiosamense l'oligarchia de' potenti e 
il loro disprezzo pei deboli: come ancora consigliando l'abbassa-
mento delle Quaranzie e l'ingrandimento del Consiglio decemvirale 
sembra che intenda a fomentare gelosie fra que' due corpi; e fu forse 
per smentire l'autenticit del libro che il governo ne permise la 
stampa, nel che mostrava ci che non possono mostrare molti go-
verni attuali, una piena confidenza in s e nella pubblica opinione.
Se questa operetta  la medesima che l'accennata di sopra par-
rebbe che essendo stata essa trovata fra i libri di Fr Paolo, per que-
sto solo motivo gli fu attribuita leggermente da alcuni malpratici, e 
quindi spacciata come sua.
2. Consolazione della mente nella tranquillit di co-
scienza svegliata dal buon modo di vivere nella citt di 
Venezia nel preteso interdetto di Paolo V. Con una secon-
da parte che ha per titolo: Collazione delle massime uni-
versali esaminate nella prima parte a' punti contenziosi 
tra la corte di Roma e la repubblica di Venezia.
Fu stampata la prima volta all'Aia nel 1721, 2 vol. in 
12, presso Enrico Scheurleer, con una traduzione francese 
a fronte e il titolo: Droits des Souverains defendus contre 
les excommunication et les interdits des papes; titolo con-
servato poi dal Selvaggi nella sua ristampa di Napoli.
Gli aneddoti raccontati dallo Scheurleer e creduti buonamente 
dal Selvaggi per provare l'origine e l'autenticit del MS., sono le 
solite ciancie usate dai librai in casi simili. Ma basta appena avere 
qualche cognizione degli scritti di Fr Paolo per conoscere che la 
Consolazione non  del numero: il solo preambolo fratesco baste-
rebbe a provarlo, quand'anco non vi abbondassero e metafore e am-
pollosit e fioretti di retorica conventuale, soliti abbellimenti ne' li-
bri de' frati; a cui bisogna aggiungere lo stile verboso, prolisso, pie-
no d'inutili digressioni, la logica scolastica, la superficialit e i pre-
giudizi dell'autore, la mancanza di erudizione, e i grossolani errori 
di critica e di fatto, tutte cose che non si possono attribuire a Fr 
Paolo. Servano i seguenti esempi:
L'autore della Consolazione dice che i quattro patriarchi, di Ro-
ma, di Antiochia, di Alessandria e di Costantinopoli furono instituiti 
a' primi tempi del cristianesimo, e dopo molti anni fu instituito il 
quinto che fu quello di Gerusalemme. Al Sarpi non poteva scappare 
un granchio cos fatto, mentre  noto a chiunque abbia cognizione 
dell'antichit che la distinzione de' patriarchi incominci nel V seco-
lo; che n a tempi degli apostoli e neppure tre secoli dopo si parlava 
della Sede di Costantinopoli; e che il vescovo di Gerusalemme fu 
dichiarato patriarca nel 451, ma puramente di onore, perch in fatto 
di giurisdizione rest tuttavia suffraganeo al metropolitano di Neo-
Cesarea.
Ammette per vera la donazione di Costantino, che Fr Paolo 
chiama una falsit.
Ammette la Storia del concilio di Sinuessa che Fr Paolo tratta 
da favola.
Degli asili sacri tiene un concetto che  tutto l'opposto di quello 
che n'ebbe il Consultore.
Prova la sovranit de' Veneziani sull'Adriatico con argomenti ri-
gettati dal Sarpi, ec. ec.
3. Risposta data da F. Paolo Servita a Paolo V sommo 
pontefice sopra l'Interdetto da esso fulminato contro la 
Serenissima repubblica di Venezia.
Senza un maggiore esame per cosa piccola, lo stile studiato e 
prolisso lo dimostra abbastanza un'opera spuria.
4. Dominio del mare Adriatico e sue ragioni pel jus bel-
li della Serenissima repubblica di Venezia.
Non si pu supporre questa dissertazione di Fr Paolo, perch ivi 
sono usati argomenti di fatto rigettati da lui.
5. Dialogo latino in cui Fr Paolo fa la parte d'interlo-
cutore con Antonio Quirini.
Operetta, dice il Foscarini, gi posseduta da Bernardo Trivigiani 
e che noi leggemmo nell'indice de' suoi MSS.; ma stando al titolo, 
posciach non ci venne fatto di vederla, ci passa per la mente ch'es-
sa venga o dal Quirini o da qualsivoglia altri fuorch dal Sarpi: e ci 
perch il talento di esso, rapito sempre mai dalla contemplazione 
delle cose, era intollerante dall'usar fatica nel ridurla a pulitezza di 
modi. Laonde non  da supporre leggermente che si ponesse a com-
porre dialoghi, essendo quel genere di scrittura il pi sottoposto allo 
studio delle parole, e a mille altri legami particolari.
6. Arcana Papatus, lavoro imperfetto, possieduto nel 
1653 da Andrea Colvio che lo attribuiva al Sarpi.
Foscarini crede che siano frammenti della Podest de' Principi 
sopra accennata; ma potrebb'essere anco una impostura del Colvio. 
Certo  che nissun altro ebbe notizia di tale opera di Fr Paolo, e il 
Colvio istesso nel parlarne al Colomesio si guard bene dal mo-
strargliela.
7. Storia della religione in Occidente del cavaliere E-
dvino Sandis.
Fu pubblicata la prima volta in lingua inglese nel 1603; errano 
dunque coloro che attribuiscono questa istoria a Fr Paolo, altri gli 
attribuiscono solamente la traduzione italiana apparsa nel 1625 e le 
giunte ai primi dieci capitoli. Della traduzione  incredibile perch 
Fr Paolo non sapeva la lingua inglese; e delle giunte il Foscarini 
che le ha esaminate trova che sono indegne del Sarpi per la materia, 
assolutamente non sue per lo stile, e le prove che adduce mi sem-
brano irrefragabili. Egli congettura che tanto la traduzione quanto le 
giunte siano lavoro del Diodati, e la sua congettura si approssima 
assaissimo al vero. Grozio dice che Fr Paolo somministr ad Edoi-
no Sandis i materiali di quella storia: era una strana fisima de' prote-
stanti questo far intervenire Fr Paolo in tutte le cose in cui vi fosse 
qualche arditezza di concepimento, o che essi volessero accreditare. 
Fatto  che il Sandis viaggi in Italia nel 1597, quando Fr Paolo 
viveva nella migliore armonia colla corte di Roma, tutto intento a 
coltivare le scienze, e non pensando minimamente a cose teologiche 
o di controversia.
8. Discorso intorno la credenza del P. Paolo.
Pauli Veneti Confessio fidei.
Il primo esisteva MS. fra i codici di Bernardo Trevigiano ed  ci-
tato dal Foscarini; l'altra n' una traduzione pubblicata dal Colvio e 
forse anco adulterata. Fra quelli che conoscono la maniera di pensa-
re dal Sarpi, niuno vorr persuadersi che volesse scrivere un discor-
so sulla propria credenza.
9. De iurisdictione Serenissima Reipublic Venetae in 
mare Adriaticum, Epistola Francisci de Ingenuis Germani 
ad Vincentium Liberium Hollandum, adversus Joannem 
Baptistam Valenzolam Laurentium Motinum romanum, qui 
iurisdictionem illam non pridem impugnare aussi sunt. 
Eleuteropoli 1619.
Il P. Aprosio da Ventimiglia la spaccia scritta dal Sarpi in italiano 
poi ridotta in latino da Nicol Crasso; ma il Foscarini dimostra che 
 un'impostura.
10. Risposta di Valerio Fulvio Savojano al libello intito-
lato Avvisi di Parnaso.
Ascritta a Fr Paolo dallo Scavenio e rigettata dal Foscarini.
11. Una lettera a Daniele Einsio nella collezione di Epi-
stole degli uomini illustri pubblicate da Simone Abes-
Galbema in Arlinga 1665.
Il Sarpi, morto nel 1625, non poteva scrivere una lettera in data 
del 1630.
SEZIONE QUINTA.
Progetto di una nuova edizione Sarpiana.
Fra gli scritti del Consultore molti non hanno pi alcun 
interesse per noi, e tutto al pi possono giovare a chi vo-
glia scrivere con profondit e fede sincera la storia della 
Repubblica veneta e del misterioso suo governo, del quale 
finora pochissimi hanno una esatta idea, e meno di tutti la 
ebbe Pietro Daru, la cui Storia della repubblica di Venezia 
abbonda di molti pregi, tranne quello della fedelt.
Volendo adunque fare una edizione delle opere di Fr 
Paolo, bisognerebbe in primo luogo escludere tutto ci 
che non  suo, in secondo luogo omettere tutti gli scritti 
che toccano oggetti locali e del tempo, come quelli sull'A-
driatico, su Ceneda, sulla Vagandizza, sopra Aquilea e i 
moltissimi suoi consulti dettati ad occasione, e in ultimo 
tutti i sommarii, schede, abbozzi, od altri lavori imperfetti 
e di poco conto; ed attenersi a quelle sole che hanno titoli 
alla immortalit.
1. Istoria del Concilio Tridentino.
Pel testo converrebbe procurarsi una copia esatta, trascritta e col-
lazionata da persone intelligenti, del MS. autografo esistente nella 
Biblioteca di San Marco a Venezia; ed attenersi a quello piuttosto 
che alle edizioni stampate. Ove poi occorresse di servirsi anco di 
queste, non bisogna dipartirsi dalla prima edizione di Londra 1619, 
e dalla seconda di Londra (o meglio di Ginevra) 1757, che in alcune 
cose corregge l'antecedente. Il Courayer che ha fatto uno studio par-
ticolare sulla Istoria di Fr Paolo, ed  il migliore tra i suoi tradutto-
ri, preferisce alla prima di Londra la prima di Ginevra 1629; ma 
quel dotto critico s'inganna sicuramente, perch le mutazioni intro-
dotte in quest'ultima non possono essere dell'autore, come la prova 
la maggiore conformit che passa tra la Londinense e l'autografo. 
Consiglierei ancora di adottare la divisione de' libri in capi o numeri 
come ha fatto il Courayer, notando in margine l'anno sotto cui cor-
rono gli avvenimenti e il nome del pontefice regnante. Non molte 
illustrazioni, ma poche o brevi postille dove gli sbagli dello storico 
sono evidenti o di qualche momento; ch del resto l'Istoria del Tri-
dentino di Fr Paolo non ha bisogno di essere documentata per esse-
re creduta.
Colgo l'occasione di avvertire che tanto questa che le altre opere 
del Sarpi, nella ristampa, e principalmente nelle collezioni di Verona 
e di Napoli, furono barbaramente sfigurate nella loro ortografia e 
modi originali di dire, per cui converrebbe ridurle alla primitiva le-
zione, ricorrendo alle migliori e pi antiche edizioni o a buoni testi 
a penna che a Venezia non mancano, o all'analogia. Per esempio il 
Sarpi dice debito, non dovuto; anco, non anche; immediate, non 
immediatamente, Evangelio, non Vangelo; ceremonia, non cerimo-
nia; statuire quando si riferisce a leggi e non stabilire; qualche lo 
concorda spesso col plurale a cui nelle stampe fu sostituito alcuni; 
tira sempre i vocaboli nella loro origine latina, come concistorio, 
imperio, non concistoro impero; rarissime volte usa l'articolo lo e 
solo quando  inevitabile, come lo spirito; scrive, perilch non per-
loch; l'istesso non lo stesso; nei tempi de' verbi non usa mai sareb-
bero, direbbero, ma sarebbono, direbbono e simili; e neppure elice 
una vocale come andrei, vedrebbono, ma scrive anderei, vedereb-
bono; fa poco o niun conto dell'uso toscano di preporre una i alla s 
impura come in Ispagna, ma scrive in Spagna, ec.
2. Istoria dell'Interdetto di Venezia; conosciuta altri-
menti col titolo Historia particolare delle cose passate 
tra' l sommo pontefice Paolo V e la Serenissima repubbli-
ca di Venetia gli anni 1605, 1606 e 1607.
La prima edizione in 4. piccolo di 311 carte, colla data della Mi-
randola 1624, fu eseguita a Ginevra siccome  indicato sul fronti-
spizio di un esemplare da me veduto dove le parole in Genova stan-
no soprapposte in minuto carattere di stampa alle parole IN MIRAN-
DOLA che sono maiuscole. Lo stampatore nella prefazione dice: E 
perch mentre  vissuto l'autore non ha voluto per molti rispetti che 
questa sua opera fosse pubblicata, poco prima della sua morte ne 
diede il carico al signor Marc'Antonio Pellegrino gentiluomo urbi-
nate, il quale desiderando sgravarsi di cos precioso pegno l'ha invi-
ato in queste parti per farlo palese a tutto il mondo.
Si corregga ci che ha detto al capo XVIII, dove un error di me-
moria mi ha fatto confondere questa colla edizione che sar accen-
nata qui sotto.
Da una Memoria del trasporto delle ossa di Fr Paolo dalla de-
molita chiesa di Santa Maria de' Servi a quella di San Michele di 
Murano (di Emanuele Cicogna) a pag. 13 cavo la seguente notizia:
Il conte Francesco Calbo Crotta tra suoi copiosi MSS., dei quali 
fece dono al nostro Seminario Patriarcale, vi aveva copia MS. del 
Racconto dell'Istoria dell'Interdetto, opera di Fr Paolo, dove ad 
ogni faccia di scritto ve n'era opposta una in bianco. Ora in fronte al 
libro leggevasi cos: Questo racconto fu fatto dal Padre maestro 
Paolo Servita, et io Dom. Molino lo feci coppiare in questa forma 
da Francesco Scorzon della villa di Gorgo mio cameriere, ad istanza 
del suddetto Padre che disegnava aggiungerli diversi particolari che 
mancano, ma rest impedita l'opera dalla sua morte che segu l'anno 
1623 a XI (leggi XV) gennaro: ond'il libro fu poi stampato in Fran-
za come staua, et ristampato in Vinezia, con un'aggiunta in fine, 
ch'io diedi a M. Ant. Pinelli, la qual mancava cos in questo MS. 
come nella stampa francese: la stampa che dice in Mirandola  fatta 
in Francia, quella che dice in Lione  fatta in Vinezia d'Antonio Pi-
nelli stampator Ducale l'anno 1625.
Questa edizione del Pinelli  dunque la migliore: fu ristampata 
nella Collezione di Verona e ricopiata in quella di Napoli. Nelle O-
pere Varie di Fr Paolo, 2 vol. in fol. 1750 fu seguta malamente 
l'edizione di Ginevra che infatti si riscontra mutilata in pi luoghi.
3. Consulto sull'appellazione dal papa al Concilio.
Trattati di Giovanni Gersone.
Apologia pei medesimi. 
Considerazioni sulle Censure.
Trattato dell'Interdetto. 
Lettera latina ai Cardinali Inquisitori.
Consulto circa le istanze fatte da Roma per la proibi-
zione di questi ed altri libri.
Di tutte queste opere, tranne la prima e l'ultima, si hanno edizio-
ni, quantunque rare, eseguite sotto gli occhi dell'autore medesimo.
4. Discorso sulla Inquisizione di Venezia.
Ne esiste un esemplare (ove non sia cosa diversa) fra i Consulti 
inediti dell'Autore di cui ho dato conto nella Sezione II, ed un altro 
esemplare copiato nitidamente su pergamena, e cavato per fermo 
dall'autografo, esiste nella stessa Biblioteca di Brera. Quest'ultimo 
dal breve confronto che ho potuto farne, quando non pensava che o 
bene o male sarei diventato un giorno il biografo di Fr Paolo, mi 
sembra non dissimile dagli stampati, tranne la locuzione che in que-
sti  guasta al solito. Non ho alle mani le Opere Varie, edizione del 
1750, ma se ben mi ricordo la lezione debba essere migliore di quel-
la che leggesi nelle Collezioni Veronese e Napolitana.
5. Istoria dei beneficii ecclesiastici.
Converrebbe seguire l'edizione di Colonia Alpina 1675; e man-
cando questa, bisogna levare dal capo XII le ultime parole relative 
alla dignit de' cardinali: ed alla quale pare non trovarsi titoli suffi-
cienti. Il pontefice presente Urbano VIII ha per bolla propria con-
ceduta loro l'Eminenza, statevi aggiunte da qualche amanuense, 
perch Fr Paolo mor prima del pontificato di Urbano VIII.
Volendo aggiungervi le annotazioni dell'Amelot, bisognerebbe 
distinguerle dalle chiamate o postille dell'Autore, ora malamente 
confuse insieme. Noto per incidenza che il Selvaggi con un plagio 
che sa di gofferia, e di cui si trovano pi altri esempi in quella sua 
ristampa delle Opere Sarpiane, spaccia le annotazioni dell'Amelot 
come se fossero sue.
6. Delle Immunit delle Chiese, o del Diritto di asilo 
col capitolare che ne fa il compimento.
7. Una scelta de' consulti o frammenti pi curiosi, quali 
sono i seguenti:
Discorso sopra le contribuzioni dei cherici.
Sopra la degradazione dei medesimi.
Sopra il conservatore della Clementina.
Sopra l'autorit della Nunciatura.
Se sia lecito ai cattolici ricevere aiuto dagli eretici.
Sopra il collegio de' Greci in Roma.
Sopra la controversia de Auxiliis.
Se un figliuolo del doge poteva ottener beneficii eccle-
siastici.
Sopra gli affari della Valtellina.
Sopra lo congiura del duca di Ossuna.
Dalla immensa faraggine delle altre scritture edite ed inedite del 
nostro Autore chi avesse pazienza e mezzi di poterle esaminare po-
trebbe estrarre tutti i frammenti che interessano la storia o la ragione 
umana, e darli come pensieri slegati, e distribuiti con quell'ordine 
che sembra pi acconcio; od anco potrebbe ridurli ad un ragionato 
sistema di diritto pubblico ecclesiastico, e di diritto feudale; lavoro 
che tornerebbe assai utile a conoscere la storia civile e diplomatica 
di que' tempi, e specialmente la veneziana, cos poco studiata e che 
meriterebbe di esserlo molto pi.
8. Storia degli Uscocchi a cui si potrebbe aggiungere 
una breve appendice per ridurla a compimento.
9. Lettere.
Ho parlato a suo luogo della loro importanza. Perch l'edizione 
sia utile dovrebbe essere illustrata da annotazioni istoriche che ri-
chiamino i fatti a cui allude l'autore, qualche volta oscuramente. 
Converrebbe eziandio disporle non secondo gl'indirizzi, ma per or-
dine cronologico, italiane e latine insieme, perch a questo modo i 
fatti si continuano e le lettere si illustrano a vicenda. Le Ginevrine 
dovrebbero essere corrette con severa critica affine di ridurle alla 
pi probabile lezione. Anco le latine stampate sono scorrettissime, 
ma non mancano buoni testi a penna in pubbliche biblioteche e in 
mani private.
...
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...
SEZIONE SESTA.
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Biografi di Fr Paolo.
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1. L'erudito Marco Foscarini vide nell'archivio de' Ser-
viti di Treviso una lettera scritta da Castelfranco in data 
del 16 febbraio 1628 di un padre Rossi Servita che parla 
di una Vita di Fr Paolo, uscita pure allora dai torchi, sog-
giungendo che gli esemplari erano svaniti in un punto; ma 
di questa Vita n il Foscarini n altro critico o bibliofilo ha 
trovato migliori indizi. Forse era qualche libretto stampato 
a Venezia, di cui non rimane pi traccia.
2. La prima Vita di Fr Paolo Sarpi  quella stampata a 
Leida nel 1646, poi ristampata a Venezia nel 1658, indi 
riprodotta in quasi tutte le collezioni di Opere Sarpiane, e 
tradotta anco in altre lingue. Fu attribuita a Fr Fulgenzio 
Micanzio, amico del Sarpi, finch il Bergantini e il Fosca-
rini, alla met del secolo passato, si sforzarono di distrug-
gere questa opinione. Ma la critica sottile del secondo va 
troppo oltre nel crearsi obbiezioni, parte inferme per s e 
parte contrarie ai fatti. Dice che di questa Vita non si trova 
cenno fra gli scritti del Micanzio, ma il dottore Labus pos-
siede una lettera di lui del 25 agosto 1635 diretta al Gali-
leo, dove ne parla appunto, e dice che gliene fu carpita 
una copia da cui ne furono tratte altre, ci che gli recava 
sommo fastidio, non essendo essa che un abbozzo imper-
fettissimo venuto fuori dalla penna senza nessun'arte n 
cautela. Quegli esemplari si sparsero rapidamente, perch 
Ugone Grozio, in una sua del 16 marzo di quell'anno me-
desimo, dice di possederne uno; ma dubitare gli amici che 
si potesse stamparla senza pericolo di Fulgenzio. Pure fu 
stampata otto anni prima ch'e' morisse, ed egli non la 
sment giammai: se non che essendovi sparse per entro 
calde espansioni di amore pel suo maestro e caldi sfoghi 
di sdegno contro ai persecutori di lui,  probabile che per 
questi rispetti abbia distrutto presso di s ogni traccia della 
medesima per non compromettersi.
I falli d'ignoranza, imputati a questa Biografia dal criti-
co veneziano, spariscono quando si considera essere un 
imperfetto abbozzo, dettato come suggeriva la memoria o 
l'abbondanza de' pensieri, senza ordine o stile o economia 
di disegno, ponendo in principio ci che va in fine e vice-
versa, non indicando tempi, divagando in fastidiosi episo-
di frateschi, omettendo preziose circostanze e non rettifi-
cando epoche o fatti: imperfezioni consuete a chi sbozza 
un libro, che poi emenda colla riflessione e colle indagini. 
Il Biografo, raccontando la morte di Fr Paolo, dice: Per-
ch la sua infermit fu una delle pi grandi dimostrazioni 
della grandezza del suo animo, merita d'essere pi partico-
larmente saputa, e io sono risoluto di porla coll'istessa nar-
rativa che colle note del rimanente della sua vita mi  ca-
pitata in mano. Da queste parole cava il Foscarini che il 
Biografo non pu essere Fr Fulgenzio, il quale non aveva 
bisogno di note altrui per raccontare la morte del suo mae-
stro; ma Fulgenzio parla di memorie sue proprie, e proba-
bilmente dei ragguagli che giorno per giorno egli manda-
va al Collegio.
Del resto posso dire che pi di una volta mi  riuscito di 
certificare i racconti di Fr Fulgenzio, abbench impugna-
ti dal Foscarini o dal Grisellini, e alla sola imperfezione 
del suo lavoro conviene attribuire il difetto di pi ampie 
notizie intorno alle elucubrazioni scientifiche del Consul-
tore, e a sbaglio di memoria i titoli o la sostanza di certi 
trattati del Sarpi, dal Fulgenzio inesattamente ricordati.
Arrogi che l'edizione di Leida, da cui provennero le al-
tre, essendo stata eseguita su qualche cattivo testo a pen-
na, oltre al guazzabuglio descritto, vi corsero omissioni, 
storpiature e contro sensi in buon numero.
3. Un secolo dopo la morte del Sarpi, due suoi correli-
giosi si occuparono con zelo a raccogliere tutto che ri-
guardava la vita e gli scritti di lui; e furono il Padre Ber-
gantini gi ricordato nella Sezione II, classe II, e il Padre 
Buonfigliuolo Capra di Lugano, gi stato vicario generale 
in Portogallo. Quest'ultimo si occup particolarmente a 
documentare l'Istoria del Concilio Tridentino affine di di-
mostrarne la piena veracit; e toccava al fine del suo lavo-
ro quando per infermit essendo andato a respirare il cli-
ma natio nel convento di Mendrisio, vi mor di 36 anni a' 
15 di ottobre del 1746. Delle laboriose ricerche di quei 
due letterati nulla rimane, essendo state consumate dall'in-
cendio memorato pi volte.
Ci nulla ostante il Bergantini aveva pubblicata un'ope-
retta assai pregevole col titolo Fr Paolo giustificato, dis-
sertazione epistolare di Giusto Nave. La prima edizione  
di Venezia con data di Colonia 1752, e la terza con note di 
Agostino Venuti (lo stesso Bergantini)  del 1756, pure in 
data di Colonia. La dissertazione  diretta al P. Capra, e 
racchiude notizie e documenti di molto interesse.
4. Prima dell'incendio del 1769 ebbero agio di frugare 
nella biblioteca ed archivio de' Servi il procuratore, poi 
doge Marco Foscarini, e il dottore Francesco Grisellini, 
ambo veneziani, a cui molto profittarono le fatiche dei due 
lodati Serviti.
Foscarini possedeva altres una doviziosa collezione di 
MSS., che poi andarono dispersi, o che, trasportati a 
Vienna fra gente incuriosa e spregiatrice delle cose italia-
ne, sono consunti dalle tarme della Biblioteca Imperiale. 
Con que' sussidi arricch di belli articoli, concernenti il 
Sarpi, la sua Letteratura Veneziana. Di quest'opera erudita 
e piena di critica e di buon gusto fu pubblicata la sola 
prima parte, Padova 1752, splendida edizione in fol.; la 
seconda, che comprendeva le scienze e in cui l'Autore 
prometteva altre notizie sul nostro Sarpi, per la morte di 
esso Foscarini, per crassa ignoranza de' suoi eredi, e per 
colpevole indolenza de' patrizi veneti e del governo, rest 
inedita, e fu un monumento di meno innalzato ai fasti del-
la letteratura nazionale. Il MS. pass esso pure a Vienna, 
donde forse non uscir pi alla luce.
5. Il Grisellini, profittando dei lumi de' suoi antecessori 
e della loro assistenza raccolse assai cose per tessere una 
compiuta biografia del Sarpi. La seconda edizione (ignoro 
la prima) delle sue Memorie aneddote spettanti alla vita e 
agli studi del sommo filosofo e giureconsulto Fr Paolo 
Servita  in data di Losanna 1760, ma in Venezia per Mo-
desto Fenzo, tradotte poi in tedesco dal professore Lebret 
di Lipsia. Furono impugnate dal P. Appiani Buonafede nel 
suo discorso della Impudenza Letteraria; ma con pedante-
sche buffonerie anzich con sodi argomenti, cos che per 
nulla scema il merito di quell'opera.
Pi anni dopo il Grisellini la rifece e la pubblic col ti-
tolo: Del Genio di Fr Paolo in ogni facolt scientifica e 
nelle dottrine ortodosse tendenti alla difesa dell'origina-
rio diritto de' sovrani, ec. ec., 2 vol. in 8, Venezia 1785. 
Ivi corresse gli errori incorsi nelle Memorie e aggiunse pi 
altre scoperte e notizie, in parte fornitegli dal cavaliere 
Trifone Wrachien, consultore di Stato.
Ma pi che una storia critica e filosofica di Fr Paolo, 
ci diede una storia accademica degli studi di lui, passa-
bilmente stucchevole per la narrazione in forma dissertati-
va, per l'ordine troppo minuziosamente cronologico, e per 
le frequenti sospensioni affine di stabilire o confutare au-
torit, o rettificare e difendere fatti. La parte scientifica  
ci che v'ha di meglio: non  profondo, ma  circostanzia-
to; documenta ogni cosa che dice ed  quasi sempre fede-
le. Pure io avrei desiderata col Tirabo-schi che non sempre 
si fosse contentato di citarci il tale o tale scritto inedito di 
Fr Paolo, di cui egli solo possedeva gli estratti, ma ci a-
vesse portate in margine le precise parole di lui, come fa 
qualche volta o che portandole non le avesse alterate, co-
me fa qualche altra. Ma nella parte veramente istorica del-
la vita di Fr Paolo  arido, inesatto, senza interesse, cade 
spesso in errori massicci, ed  ben lontano dallo avere 
svolti colla debita profondit gli avvenimenti o gli oggetti 
sopra a' quali il Sarpi stamp orme tanto onorevoli. Persu-
aso col Foscarini che la Vita di Fr Paolo non  del Mi-
canzio ma di un altro cui chiama l'Anonimo, le attribuisce 
sbagli che poi diventano sbagli suoi; non avendo studiato 
colla debita attenzione le opere del suo Autore, non seppe 
determinare con esattezza l'occasione e l'epoca di ciascu-
na, e quindi gli manc un filo principalissimo per condursi 
alla cognizione degli avvenimenti e dei legami che gli u-
niscono; e non avendo studiata a fondo la storia di quel 
tempo, nega molti fatti che pur sono veri, altri ne trasporta 
fuori di luogo e ne ignora non pochi. Per esempio sostie-
ne, contro Fr Fulgenzio, che Fr Paolo non and a Roma 
nel 1579 quando ebbe l'incombenza di rifare le costituzio-
ni dell'Ordine; ma il torto del Grisellini appare certissimo 
dagli annali de' Serviti del P. Arcangelo Giani, dalle lettere 
del generale Tavanti e dalle Bolle relative a quel negozio. 
E non solo due volte Fr Paolo and a Roma, come pre-
tende il Grisellini, ma cinque come ho potuto ricavare da 
autorit indubitabili. Lo stesso Grisellini pone la gita 
dell'ambasciatore olandese Aarsens a Venezia nel 1609, e 
quella del Vandermyle, di cui ignora i particolari, nel 
1619, mentre  tutto il contrario. Erra sulla visita di Gio-
vanni Daill; sproposita sul tentato assassinio di Fr Paolo 
senza parlare di cento altre omissioni ed inesattezze che 
nel suo posto e colle sue relazioni e un po' pi di diligenza 
non gli era difficile di evitare. Con tutto ci le ricerche del 
Grisellini sono preziosissime, e dobbiamo sapergli grado 
di averci conservato documenti e notizie che senza di lui 
sarebbono forse irreparabilmente smarrite.
6. Il Courayer scrisse anch'egli una vita del Sarpi che 
premise alla sua versione dell'Istoria del Concilio di Tren-
to, e che tradotta in italiano si legge nella edizione del 
1757. Ma il poco che contiene di vero  tolto dalla biogra-
fia di Fr Fulgenzio, e tutto il resto non  che un romanzo.
Monsignor Giusto Fontanini, vescovo di Ancira, lasci 
inedita una Storia arcana della vita di Fr Paolo, stampa-
ta poi in Venezia nel 1803, 1 vol. in 8. per cura di Don 
Giuseppe Ferrari, arciprete di San Leonardo in Mantova: 
la quale non  che una insulsa e forsennata invettiva, tra-
boccante d'ingiurie e di malafede.
Non parlo della Vita del Sarpi inserita fra quelle del Fa-
broni, la quale non  che un compendio di ci che scrisse 
il Grisellini; n di quella troppo breve ed imperfettissima 
del Lomonaco, n di altre inserite nelle collezioni biogra-
fiche.
...
.
...
Ecco l'epitaffio ricordato nel Capo 30esimo.
.
PAULUS VENETU SERVITARUM ORDINIS THEOLOGUS,
ITA PRUDENS, INTEGER, SAPIENS,
UT MAJOREM NEC HUMANORUM NEC DIVINORUM SCENTIAM,
NEC INTEGRIOREM NEC SANCTIOREM VITAM DESIDERARES:
INTELLIGENTIA PER CUNCTA PERMEANTE,
SAPIENTIA AFFECTIBUS DOMINANTE PRDITUS,
NULLA UNQUAM CUPIDITATE COMMOTUS, NULLA ANIMI GRITUDINE TURBATUS,
SEMPER CONSTANS, MODERATUS, PERFECTUS, VERUM INNOCENTI EXEMPLAR,
DEO MIRA PIETATE, RELIGIONE, CONTINENTIA ADDICTUS:
TANTIS VIRTUTIBUS REIPUBLIC IN SUI DESIDERIUM
CONCITAT JUSTAM, FIDELEM OPERAM NAVANS:
(RELIGIOSUM HOMINEM. DUM PATRI SERVIT, HAUD A  DEO SEPARARI EXISTIMANS)
SUMMA CONSILII, RATIONIS VI LIBERA; INTEGRA MENTE PUBLICAM CAUSAM
DEFENDENS, MAGNAS A LIBERTATA VENETA
INSIDIAS SUA SAPIENTIA REPELLENS;
MAJUS LIBERTATIS PRSIDIUM IN SE
QUAM IN ARCIBUS, EXERCITIBUS POSITUM,
VENETIS OSTENDENS; MORTALES
X MAGIS AMANDUS, MIRANDUS, VENERANDUS,
DUBIO FACIENS; DE NOMINIS APUD PROBOS TERJCITATE,
DE ANIMI APUD DEUM IMMORTALITATE SECURUS;
MORBUM NEGLIGENS, MORTEM CONTEMNENS,
LOQUENS, DOCENS, ORANS, CONTEMPLANS,
VIVORUM ACTIONES EXERCENS, LXXI TATIS ANNO
MAGNO BONORUM PLORATU NON OBIT, ABIIT E VITA, AD VITAM EVLOAVIT.
...
Traduzione italiana: 
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Paolo Veneto teologo dell'ordine dei Servi, cos prudente integro, saggio che non potevi desiderare maggior 
scienza delle cose umane o divine, n pi integra e pi santa vita, e dotato di tale intelligenza ch'e' penetrava ogni 
cosa, e di tale sapienza che dominava gli affetti; cos non fu mai commosso da nissuna cupidit, non fu mai turbato 
da nissuna infermit dell'animo, sempre costante, moderato, perfetto, vero modello d'innocenza e affezionato a Dio 
per piet, religione e continenza ammirabile. Con tante virt porse da s solo alla Repubblica, concitata contra il 
suo desiderio, un'opera giusta e fedele: che l'uomo religioso non crede mica di separarsi da Dio intanto che serve 
alla patria; ei difese la causa pubblica colla somma del consiglio, colla forza libera della ragione e colla integrit 
della mente; colla sua sapienza respinse grandi insidie ordite contro la libert veneta, mostrando ai Veneziani che il 
maggior presidio della libert  posto in s proprio anzich nelle fortezze o negli eserciti, e lasciando in dubbio i 
mortali se egli fosse pi degno di amore, o di maraviglia, o di venerazione. Sicuro che il suo nome sarebbe eterno 
appo i buoni, che il suo spirito sarebbe immortale appo Dio, non curante delle infermit, spregiando la morte, par-
lando, insegnando o immerso nella preghiera e nella contemplazione, esercitando tutte le azioni che sogliono i vivi,
nell'anno 71esimo della sua et, con gran pianto de' buoni non mor, smarr la vita terrena e vol alla vita eterna.
...
FINE.